Suor Anna Donelli, la religiosa arrestata al servizio della cosca di ‘ndrangheta

Per 15 anni è stata volontaria nel carcere di San Vittore di Milano. Per la Procura avrebbe svolto il ruolo di intermediario, tra gli associati e i detenuti, approfittando dell’incarico spirituale che le consentiva di avere libero accesso al carcere

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BRESCIA – Tra i 25 arresti eseguiti questa mattina nella complessa indagine della DDA, coordinata dalla Procura della Repubblica di Brescia, che ha disarticolato l’operatività, in territorio bresciano, di un’associazione per delinquere di matrice ‘ndranghetista, originaria di Sant’Eufemia d’Aspromonte, residente da anni in questa provincia e legata da rapporti federativi alla cosca “Alvaro”, egemone nella zona aspromontana compresa tra i comuni di Sinopoli e Sant’Eufemia d’Aspromonte, c’è anche una suora.

Chi era suor Anna Donelli

Suor Anna Donelli è stata per 15 anni anni volontaria nel carcere di San Vittore di Milano fino allo scorso febbraio. Come lei stessa aveva dichiarato in un’intervista, dal 2010 frequentava il carcere e da suora era stata a tempo pieno nelle periferie di Pavia, Roma e Milano. «A 21 anni ho iniziato il cammino per diventare suora. Inaspettatamente qualcuno mi ha scelta: un nulla graziato. Ho perso a 34 anni mia sorella gemella, sposata da 5 anni, con tre figli piccolissimi» .

Suor Anna Donelli2

Per la Procura era al servizio dei clan

Secondo la Procura di Brescia da tempo era a disposizione del clan di ‘ndrangheta. Serviva qualcuno che potesse penetrare nelle strutture carcerarie e veicolare messaggi ai detenuti, avvalendosi del sostegno di persone fidate e insospettabili. Come quello fornito dalla religiosa che, più volte, secondo la procura «avrebbe svolto il ruolo di intermediario, tra gli associati e i detenuti, approfittando dell’incarico spirituale che le consentiva di avere libero accesso alle strutture penitenziarie. I messaggi trasmessi potrebbero aver incluso direttive, aggiornamenti sulle attività dell’organizzazione o altri tipi di “ambasciate” utili a coordinare le operazioni anche a distanza».

Accusata di concorse esterno in associazione

“Il dato inquietante è l’autorità del sodalizio criminale rispetto alla collettività civile. I politici locali coinvolti hanno dimostrato lo stretto rapporto con il gruppo Tripodi e i politici locali riconoscevano nel gruppo dei Tripodi l’autorità. Una sorta di para Stato”. È quanto ha spiegato il PM di Brescia Teodoro Catananti parlando nella conferenza stampa sugli arresti – tra i quali una suora e due politici – per presunte infiltrazioni mafiose sul territorio bresciano. La suora, che si trova ai domiciliari, “è accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. Sì è messa in qualche modo a disposizione del sodalizio per veicolare informazioni dal carcere al gruppo dei Tripodi”. Per chi indaga, “sono coinvolti anche imprenditori in difficoltà poi vittime di usura e imprenditori alla ricerca della classica protezione”.

DDA Brescia

Nel corso delle indagini sono emersi i legami e le cointeressenze tra il gruppo investigato e altri gruppi criminali sempre di matrice ‘ndranghetista presenti nell’hinterland bresciano, tra i quali si sarebbe instaurato un rapporto di mutua assistenza finalizzato alla realizzazione di una moltitudine di condotte illecite. Tra le persone raggiunte dalle misure cautelari ci sono anche l’ex consigliere comunale di Brescia in quota Fratelli d’Italia Giovanni Acri, finito ai domiciliari e Mauro Galeazzi, ex esponente della Lega nel Comune di Castel Mella, nel Bresciano, arrestato in passato per tangenti e poi a scarcerato e assolto.

Per il clan la suora arrestata risolveva le liti tra i detenuti

A suor Maria Donelli, ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Brescia su un’associazione di tipo ‘ndranghetista, è contestato di aver messo a disposizione del gruppo “la propria opera di assistenza spirituale nelle case circondariali e di reclusione per veicolare messaggi tra appartenenti all’organizzazione criminale e i soggetti detenuti in carcere”. Per la religiosa l’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa.
In questo modo, si legge nell’ordinanza del gip di Brescia, avrebbe avuto dai detenuti e comunicato agli indagati “informazioni utili per meglio pianificare strategie criminali di reazione alle attività investigative e dell’Autorità giudiziaria”. La sua presenza serviva anche per “risolvere dissidi e conflitti tra i detenuti all’interno del carcere”.
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