Cosenza: maxi processi e pochi magistrati. Penalisti proclamano 5 giorni di stop “sezione penale sotto assedio”

La durissima protesta degli avvocati penalisti di Cosenza che annunciano l'astensione dal 16 al 20 settembre e scrivono una lunga lettera al ministro della giustizia "l'abnorme sproporzione tra giudici e casi da giudicare genera una intollerabile dilatazione dei tempi"

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COSENZA – La Camera penale di Cosenza è sul piede di guerra e proclama 5 giorni di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale degli avvocati impegnati esclusivamente innanzi agli Uffici giudiziari della sezione penale del Tribunale di Cosenza – dunque inclusi gli Uffici Gip-Gup e del Giudice di Pace – e della Magistratura di Sorveglianza di Cosenza per i giorni 16, 17, 18, 19 e 20 settembre 2024. In una lunga lettera inviata al Ministro della Giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio giudiziario della Corte di Appello di Catanzaro, ai Presidenti della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria, al Presidente del Consiglio dei ministri e ai presidenti di Camera e Senato Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica spiegano le motivazioni di una protesta contro le istituzioni giudiziarie «colpevolmente sorde rispetto al depauperamento dei diritti e delle garanzie dei cittadini della “Calabria giudiziaria” e ingiustificatamente immobili rispetto a comportamenti assunti, in alcuni ambiti giudiziari, nei confronti dell’Avvocatura». Convocata anche un’assemblea degli iscritti il giorno 20 settembre, alle ore 11:00, nel Palazzo di giustizia di Cosenza, Biblioteca “Arnoni”

Prendiamo atto dell’immobilismo del Suo Dicastero – oltre che dell’assenza di intervento da parte delle istituzioni politiche tutte, nazionali e regionali – scrivono i penalisti – dinanzi al grave stato in cui versa la giustizia penale nel Circondario giudiziario del Tribunale di Cosenza e nel Distretto della Corte di Appello di Catanzaro, che riassumiamo: il maxiprocesso, in questa terra oramai nota come la “Calabria giudiziaria”, è divenuto (da eccezione tollerata nel sistema penale) la regola che trasforma determinati processi in un contenitore “monstre”, in cui centinaia di presunti innocenti e le rispettive incolpazioni sono agglomerati, dalla cosiddetta “connessione mafiosa”. Questa forma di procedimento, ritenuta dalle Procure antimafia come l’unico, inevitabile congegno per combattere la criminalità mafiosa si è dimostrata – e continua ad essere- un vero disastro per la organizzazione degli affari penali nel Circondario del Tribunale di Cosenza e nel Distretto della Corte di appello di Catanzaro, in cui, di volta in volta, centinaia di imputati e imputazioni, ammassati in un unico maxiprocesso, sono riversati in Uffici di sezioni penali composti da un numero di giudici insufficiente; le cosiddette “piante organiche” del Tribunale di Cosenza e, comunque, degli Uffici giudiziari dell’intero distretto di Corte di appello di Catanzaro sono solo formalmente conformi alle disposizioni dell’ordinamento giudiziario: difatti, la dotazione organica prevista dalla legge è riferita a carichi giudiziari “normali” che non prevedono l’abnorme congestione degli “affari di giustizia” che genera ogni maxiprocesso;

“DINANZI AL TRIBUNALE DELLA LIBERTÀ DI CATANZARO le disfunzioni appena evidenziate comportano che la difesa è di fatto falcidiata della componente più incisiva e persuasiva, L’ORALITA’ DELLA DISCUSSIONE, di cui lo sparuto numero di giudici del riesame chiede una sintesi sempre più … “sintetica”, postulando che il contingentamento dell’esercizio del diritto di difesa sia l’unico modo per esercitare tempestivamente (!) giurisdizione negli stringenti termini dettati dal codice di rito penale che, in questo modo, da garanzia divengono nocumento per i diritti del presunto innocente cautelato; NEI GIUDIZI CAUTELARI DI APPELLO, SEMPRE DINANZI AL TRIBUNALE DI CATANZARO l’abnorme sproporzione tra giudici e casi da giudicare genera una intollerabile dilatazione dei tempi in contrasto con il principio del “minore sacrificio necessario” della libertà personale, così determinando un ulteriore sfacelo della presunzione di non colpevolezza: le udienze fissate per la trattazione di tutte le impugnazioni de libertate diverse dal “riesame”, persino gli appelli conseguenti ad annullamenti della Suprema Corte, subiscono rinvii “in blocco”, di mesi, nei casi in cui la sezione “Riesame” venga interessata da gravami avverso ordinanze cautelari disposte nei maxiprocessi;

UNA GIUSTIZIA COSI’ CONGESTIONATA PROVOCA PIU’ VITTIME: il presunto innocente, nei cui confronti tale organizzazione della giustizia corrisponde alla sua negazione, perché trasforma la misura cautelare in pena preventiva; la Magistratura, in quanto costretta a dare risposta alla domanda di giustizia in condizioni catastrofiche, in pochi giorni se non addirittura in poche ore – si pensi ai tempi del riesame personale – e in assenza di adeguato organico; l’Avvocatura, spogliata delle prerogative di tutela di diritti costituzionali, trasformata in un -mal tollerato- ostacolo all’incedere della giustizia”

NEL TRIBUNALE DI COSENZA, l’intera sezione penale è, di fatto, sotto assedio a seguito del processo n° 3804/17 RGNR DDA CZ, volgarmente denominato “Reset”, che, con cadenza settimanale, sta portando fuori dal Palazzo di giustizia di Cosenza e finanche fuori dalla città, nell’aula bunker di Lamezia Terme, un intero ufficio giudiziario. Nonostante l’impressionante sforzo organizzativo e lavorativo che unanimemente riconosciamo a magistrati e cancellieri della sezione penale del Tribunale di Cosenza – abbiamo assistito e – continuiamo a constatare le inevitabili riassegnazioni di processi monocratici, anche in avanzata fase istruttoria, ad altri giudici, con rinvii delle udienze di diversi mesi, con inevitabile negazione delle prerogative di tutte le parti processuali e, a seguito del mutamento della composizione dei collegi, con pregiudizio del principio dell’oralità. Tale “stato di assedio” diverrà insostenibile nel caso in cui dovesse disporsi il giudizio relativamente all’ulteriore, recente maxi-procedimento n° 3942/22 RGNR DDA CZ, volgarmente denominato “Recovery”, a carico di centinaia di presunti innocenti”.

” Prendiamo atto, ancora, di due distinti, specifici fatti INDEGNI DI UN PAESE DEMOCRATICO, consumati a detrimento della funzione costituzionale esercitata da avvocati del Foro di Cosenza, penalisti della Camera penale di Cosenza.

– Il primo fatto: intercettazioni e trascrizioni di sessioni professionali tra un imputato e il proprio legale effettuate nell’ambito dell’assistenza difensiva ed eccentricamente commentate dalla polizia giudiziaria; Magistratura e polizia giudiziaria devono tenere, sempre, ben presente che le prerogative del difensore -se non possono tradursi in garanzia di immunità- non devono essere trasformate in fonte di sospetto dell’Avvocatura, perché LA CULTURA DELLA GIURISDIZIONE non appartiene solo a pubblici ministeri e giudici, ma È, PER COSTITUZIONE, L’ESSENZA DELLA CULTURA LIBERALE DELL’AVVOCATURA.

Il secondo fatto, di pari e inaudita gravità: l’eccentrico comportamento tenuto da un pubblico ministero dell’Ufficio di Procura presso il Tribunale di Verona, che ha tentato di intimorire l’azione difensiva dell’avvocato dell’imputato – che si era opposto alle domande formulate dal Giudice ritenendole “nocive per la genuinità della testimonianza”– chiedendo la trasmissione del verbale di udienza all’Ufficio di Procura, così testualmente, “per il reato di oltraggio a un magistrato in udienza”; fatto aggravato dall’ulteriore comportamento tenuto dallo stesso Pubblico ministero che, a fronte della immediata replica (sempre nella stessa udienza) del legale -che ha rivendicato la legittimità della opposizione e ha chiesto al giudice di interloquire per precisarla – ha tentato di “zittire” l’avvocato prima della decisione del giudice, e gli ha rivolto l’inquisitorio ammonimento: “lo farà in procura”;

Non si è trattato esclusivamente di grave violazione del diritto di difesa, ma di un vero e proprio “attentato” ai principi fondamentali su cui regge lo Stato di diritto, l’autonomia e l’indipendenza dell’Avvocatura: tale è la prospettazione della iscrizione nel “registro degli indagati” per un delitto punito sino a cinque anni di reclusione quale conseguenza dell’attività costituzionale esercitata dall’avvocato in difesa dei diritti dell’assistito”.

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