«Non è vero», acceso confronto in Tribunale tra l’ex Prefetto di Cosenza e l’imprenditrice Falcone

«Quando il centro era aperto ci venivano liquidati circa 300mila euro al mese, ma in quel momento non ricordo se sapevo già di essere stata esclusa dall’appalto»

COSENZA – Una raffica di «non è vero» ha animato questa sera il Tribunale di Cosenza. Acceso confronto tra l’ex prefetto di Cosenza, Paola Galeone (imputata per induzione indebita a dare o promettere utilità), e l’imprenditrice che la denunciò per una presunta ‘mazzetta’ da 700 euro. Innanzi al collegio giudicante, presieduto da Luigi Branda con a latere i giudici Granata e Castiglione, le due donne sostanzialmente si sono accusate a vicenda di dire il falso. La narrazione dello scambio della busta con il denaro non combacia.

Falcone, presidente di Animed, ha affermato che dopo la richiesta di un’ambigua fatturazione, temeva ripercussioni per il saldo di circa 300mila euro che la Prefettura doveva liquidarle. Soldi che avrebbe incassato per la gestione del centro migranti di Spezzano Sila, chiuso per le gravi irregolarità e le condizioni degradanti nelle quali erano ospitati circa 100 migranti. Una struttura, quella dell’ex Hotel La Fenice, in curatela fallimentare, di proprietà della moglie di Eugenio Lauro, cugino del marito di Cinzia Falcone e attualmente gestita dalla sorella, Rosanna Lauro, con modalità poco differenti a quelle che ne determinarono lo smantellamento.

L’ex prefetto: «Mi ha infilato la busta in borsa»

Dal suo canto, l’ex prefetto ha ribadito di non aver mai chiesto del denaro all’imprenditrice. Anzi. Come cristallizzato nelle intercettazioni ha ripetuto «no» quasi 20 volte. Falcone afferma che Galeone le chiese il 23 dicembre una fattura da 1.200 euro. Documento contabile da emettere prima di Natale per ricevere (e poi spartirsi) il rimborso delle spese di un convegno tenutosi a novembre. A tale richiesta, secondo Falcone, seguirono delle battute sul centro migranti e sull’esclusione dell’associazione Animed dal circuito dell’accoglienza da parte della Stazione Unica Appaltante della Provincia di Cosenza. L’ex prefetto invece dice l’esatto contrario: «Non abbiamo parlato né di questa fantomatica fattura né del centro di accoglienza di Spezzano».

«Non è vero. E comunque non avrebbe avuto senso – ha chiarito Galeone – che fretta avrei avuto di ricevere una fattura che doveva essere inviata telematicamente (e non a me) entro marzo? Perché avevo bisogno di 600/700 euro? È un’ipotesi improponibile. Io per fortuna non ho problemi economici. Mi ha infilato la busta in borsa. Ho detto no più volte, invitandola ad andare a parlare con il dirigente del servizio contabilità e gestione finanziaria Giordano. Appena ho preso il telefono per telefonare al funzionario e capire di cosa si trattasse la polizia mi ha avvicinata e portata in Questura. Ed è iniziato questo incubo».

La versione dell’imprenditrice

«Mi ha detto che doveva spendere i fondi di rappresentanza. Le serviva una fattura da 1.200 euro: 500 euro li avrei presi io e 700 euro lei. Poi prima di andare via mi disse che c’erano problemi per la gara. Inizialmente non capivo si riferisse alla gara d’appalto, credevo stesse parlando di una manifestazione sportiva. Mi è sembrato ingiusto. Ho inteso rivolgermi alle forze dell’ordine per avere istruzioni su come comportarmi. Fissato l’appuntamento al bar, quando sono andata avevo nel mio zaino il registratore che mi ero fatta dare dalla Questura dopo aver denunciato questa ambigua richiesta che avevo ricevuto il 23 dicembre. Dal nulla ho iniziato a parlare della fattura e del centro migranti, argomento che avevo introdotto perché era il motivo del nostro incontro. Non ho infilato le mani in borsa. Quando il centro era aperto ci venivano liquidati circa 300mila euro al mese, ma in quel momento non ricordo se sapevo già di essere stata esclusa dall’appalto». Due versioni opposte. Saranno i giudici ora a decidere quale sia quella veritiera.

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