Bufera giudiziaria su Manna: «Inchieste anomale e poteri forti contro di me, ve lo dimostro»

Negli ultimi 24 anni di amministrazione del Comune di Rende, il sindaco Cavalcanti è stato l'unico a non essere indagato per voto di scambio

RENDE – Il sindaco sospeso della città di Rende, Marcello Manna, ritiene di essere vittima di un teorema politico-giudiziario. Un piano ordito, a suo dire, da “poteri forti” che avrebbe come scopo ultimo, quello di destabilizzare l’amministrazione del Comune (al di sopra di 15mila abitanti) più ricco della Calabria. Corruzione in atti giudiziari, voto di scambio politico-mafioso e turbativa d’asta sono, in estrema sintesi, i reati contestati al primo cittadino che non intende rassegnare le proprie dimissioni. Tre, le inchieste che lo vedono coinvolto: Genesi coordinata dalla Procura di Salerno, Reset della Dda di Catanzaro e Malarintha della Procura di Cosenza. Il noto penalista cosentino nelle scorse settimane ha incassato a Salerno una prima condanna. Secondo l’accusa, avrebbe consegnato una busta contenente denaro al giudice della Corte d’Appello Marco Petrini. Lo scopo sarebbe stato quello di far assolvere il boss Francesco Patitucci condannato in abbreviato a 30 anni per l’omicidio di Luca Bruni. La decisione del gup salernitano però, non influisce sulla scelta di Manna di portare avanti quella che definisce una “battaglia di civiltà” consapevole che ci sia “un prezzo da pagare” per frenare questa “nuova Inquisizione”.

Manna: “Anomalie nelle indagini”

Tra i faldoni degli atti delle tre indagini, il sindaco sospeso non ha difficoltà a reperire indizi di quanto afferma. Li sfoglia con sicurezza. Mostrando interrogatori e perizie solleva dubbi sulla genuinità dell’azione penale che, dichiara, lo ha “esposto alla gogna mediatica”. Mentre le posizioni del boss Francesco Patitucci e del codifensore, avvocato Gullo, sono state archiviate a Salerno, Manna (con lo sconto di pena previsto dal rito abbreviato) ha invece insieme al giudice Petrini incassato una condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Il pm Fittipaldi aveva richiesto 6 anni.

“La mia vicenda giudiziaria presenta anomalie molto serie che fanno riflettere. La corruzione in atti giudiziari – spiega il sindaco sospeso del Comune di Rende – nasce dal secondo interrogatorio fatto al dottor Petrini il 31 gennaio 2020, quando era ancora in carcere. Più volte esclude qualsiasi mio coinvolgimento. Poi ad un certo punto, incalzato dalle domande del pm Masini, mi accusa di averlo corrotto”. Attualmente nell’ambito del maxiprocesso Rinascita Scott, la Dda di Catanzaro ha chiesto per l’ex presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, la trasmissione alla Procura competente per il reato di falsa testimonianza delle deposizioni rese.

Il video della “busta” al giudice Petrini

“C’è un susseguirsi di elementi che – confida Manna – mi allarmano non poco. Un esempio è il video dato alla stampa dove vengo immortalato mentre consegno al giudice un fascicolo. Credo che non potesse essere divulgato in quella fase di indagini. Inoltre è per me decontestualizzato, come se avessero già individuato il responsabile. Eppure stavamo solo accordandoci per le date durante le quali avremmo dovuto ascoltare i testi. I miei consulenti tecnici hanno appurato che c’è un fermo immagine: il 16% è oscurato. L’audio del video e l’audio captato dall’altra fonte intercettiva, che era il trojan sul cellulare di Petrini, non corrispondono. Si ripete per 6 volte un fermo immagine di alcuni secondi: di circa 4 minuti totali, manca 1 minuto. Viene giustificato dall’azienda che si occupa delle registrazioni con un temporaneo errore di sistema. Ma c’è di più. Sono stato intercettato anche mentre predisponevo la strategia difensiva con i miei legali. Non si può fare, è vietato. Le conversazioni intercettate con i miei avvocati sono state depositate agli atti. La Procura ha chiesto una consulenza fonica al Ris di Roma che ha accertato ‘anomalie del sistema ovvero assemblaggio’. Vedremo cosa dirà in merito – prosegue Manna – la sentenza quando verranno pubblicate le motivazioni. Resta un dato di fatto: sarebbe stato scandaloso confermare la condanna di Patitucci per l’omicidio Bruni. Sono il suo avvocato (dal 1982), lui per quell’assassinio si è sempre professato innocente ed era stato condannato in abbreviato a 30 anni di reclusione, solo sulla scorta delle affermazioni dei collaboratori di giustizia. Pentiti, che hanno cambiato versione nel corso del dibattimento. Lo ha confermato anche la Cassazione che ha rilevato, come abbiano dapprima affermato che gli ‘italiani’ non fossero coinvolti nel delitto, per poi ritrattare e dire che furono loro a decidere insieme agli ‘zingari’”.

Il teorema politico-giudiziario

Marcello Manna non ha remore nel parlare di “nuova Inquisizione”. “Le captazioni sono state manipolate? Io non lo so – afferma – ma mi chiedo cosa ci sia dietro. Ho i miei buoni motivi per parlare di teorema. Sono a conoscenza di alcune interferenze, ma lo dirò a tempo debito. Lo scopo? Lo stesso che c’era quando indagarono Principe e fecero dimettere Cavalcanti con l’arrivo della commissione d’accesso antimafia. Ci sono poteri forti che decidono. È un dato di fatto. La vicenda giudiziaria che ha annientato l’allora governatore della Regione Calabria, Mario Oliverio, riassume questo modus operandi. È finita in un nulla di fatto, ma si è intervenuti sulle elezioni condizionando la politica. Oggi, – secondo Manna – stanno facendo la stessa cosa. È un copione già visto”.

“Successe anche a Giacomo Mancini che venne accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come lui ha fatto a Cosenza, io a Rende ho intrapreso un percorso che unisce le forze politiche creando un’alleanza che non è né di destra né di sinistra. Mancini fu assolto e si scoprì che, dietro le inchieste, c’erano i servizi segreti. Lo ammise anche il collaboratore di giustizia Filippo Barreca, durante un mio controesame, affermando di essere stato vicino ai “servizi”. Quando lo seppe Mancini disse: “ora ho capito”. Da Roma avevano deciso di metterlo da parte”.

“In Calabria i poteri forti esistono e hanno un gran peso. Mi vogliono fare cadere – prosegue il sindaco sospeso di Rende – perché anche se non potrò ricandidarmi rappresento l’espressione di un’unità politica che ha vinto l’invincibile. Se delegittimano me, depotenziano tutto il gruppo. Chi sta dietro questa operazione vuole soltanto le mie dimissioni per guadagnare strada. Sono in corso importanti progetti su Rende con ingenti investimenti: qui sorgerà il Policlinico universitario più innovativo del Mezzogiorno, stiamo realizzando infrastrutture di estremo rilievo. Va data una lettura diversa alle mie vicende giudiziarie che, casualmente, partono tutte e tre dall’aprile – maggio 2019, periodo della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale di Rende”.

Voti pilotati dalla ‘ndrangheta nel ‘Principato’

A Rende i voti dei clan sono la spina nel fianco delle amministrazioni comunali che dal 1999 si avvicendano nel Comune d’Oltrecampagnano. In 24 anni è stato Vittorio Cavalcanti, l’unico ex sindaco, a non essere indagato per voto di scambio: rassegnò le dimissioni dopo l’arrivo della commissione d’accesso antimafia. Sandro Principe e Umberto Bernaudo sono ancora a processo in Appello, dopo un’assoluzione in primo grado, con l’accusa di aver barattato voti in cambio di “favori” e posti di lavoro. Un patto che, secondo il pm Bruni, avrebbe consentito di pilotare le elezioni (in un caso anche le primarie del PD) a partire dalla fine degli anni Novanta con il fattivo contributo del clan Lanzino. All’apice dei gruppi confederati, oggi la Dda di Catanzaro pone Francesco Patitucci. Tra le figure che si sarebbero interfacciate con i candidati, Adolfo D’Ambrosio dalle indagini, appare attivo sia nelle campagne elettorali di Manna, sia (negli anni precedenti) di Principe e Bernaudo.

Marcello Manna conosce Francesco Patitucci dall’adolescenza e lo difende da oltre 40 anni, ricorda bene che era in carcere al 41 bis durante la campagna elettorale. Regime al quale è stato nuovamente sottoposto da pochi giorni. “I D’Ambrosio, invece, non l’ho mai visti prima del voto. Mai. Ci sono stati un paio di incontri in studio ad ottobre, – chiarisce l’avvocato Manna – quando ero già sindaco. Lo scambio politico elettorale avviene però quando ci si mette d’accordo prima della chiamata alle urne, non dopo. Inoltre ci dovrebbe essere, appunto, uno scambio: “dammi i voti che poi io ti dò questo”. E ciò non è documentato”.

Il Palazzetto della discordia

“Tra di loro – ribadisce Manna riferendosi ai D’Ambrosio – parlavano e dicevano “ci prendiamo questo, ci prendiamo quello”. E che colpa ne ho, se loro, fantasticano su presunte pretese? Affermano in luglio: “ci deve dare i lavori di completamento del Palazzetto e poi dobbiamo gestire il bar e tabacchi”. E su questo mi arrestano. È gravissimo”.

“Durante l’interrogatorio di garanzia ho spiegato che i lavori di completamento erano già stati affidati un anno prima. Inoltre il bando non prevede il bar e il tabacchi separato ma, chi si aggiudica la gestione del Palazzetto di Villaggio Europa, può eventualmente allestirvi un’area ristoro all’interno, ma non una tabaccheria. La gara per la gestione è stata bandita nel 2021/2022 perché, prima che fosse completata la struttura, non si poteva indire. Hanno partecipato due società sportive: una non ha presentato i documenti richiesti e quindi per esclusione ha vinto l’altra concorrente. Questa è un’altra delle anomalie che mi fa ipotizzare l’esistenza di un teorema. C’era già un responsabile, bisognava solo trovare cosa contestargli. Un filo collega le tre inchieste, ciò mi insospettisce non poco perché si irrobustiscono a vicenda attraverso la comunicazione e l’invio degli atti da una Procura all’altra come vasi comunicanti”.

Commissariamento e dimissioni

La commissione d’accesso antimafia al Comune di Rende, composta dal prefetto a riposo Antonio Reppucci, dal dirigente del commissariato di Polizia di Paola, Giuseppe Zanfini, e dal comandante del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Cosenza, Dario Pini, ha terminato il lavoro a fine marzo. La relazione stilata dalla commissione è stata consegnata alla Prefettura di Cosenza. Il parere del prefetto Vittoria Ciaramella, vagliato il documento e consultato il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, trasmesso al Ministero dell’Interno è analizzato insieme al report della commissione d’accesso. Entro 90 giorni, previa delibera del Consiglio dei Ministri emanata su proposta del Ministero dell’Interno, qualora venissero riscontrate infiltrazioni mafiose nell’amministrazione comunale, lo scioglimento verrà disposto con decreto del Presidente della Repubblica. Servirà quindi attendere almeno metà agosto per l’eventuale commissariamento che durerà da 18 a 24 mesi. Poi Rende potrà tornare al voto. Verosimilmente sarà attivato anche l’iter della giustizia amministrativa con ricorso al Tar, appello al Consiglio di Stato e alla Cassazione.

Manna: “Lo faccio per il bene della comunità”

Rende, salvo commissariamento, dovrebbe andare alle urne nel 2024 e Manna non potrebbe candidarsi in quanto già al suo secondo mandato. I rendesi continuano a chiedersi perché non si dimette. “Non ho nulla da temere. O mi dimetto o non mi dimetto, non cambia nulla. Se dicono che ci sono infiltrazioni mafiose – afferma Manna – non ci saranno le elezioni per un anno e mezzo. I tempi per la chiamata alle urne sono uguali. Sono sereno perché infiltrazioni mafiose a Rende non ce ne sono. Se le devono inventare. Ho chiesto di essere sentito dal prefetto. Non è previsto, c’è in corso una modifica legislativa atteso che la procedura attuale ha caratteristiche da ‘Inquisizione’. È una legge che va cambiata. Sto conducendo una battaglia di civiltà. Lo abbiamo detto sia come Unione Camere Penali (mi sono dimesso dalla Giunta dell’Unione Camere Penali) sia come sindaci Anci Calabria (dove sono presidente sospeso) e Anci nazionale: serve il contraddittorio. Il prefetto, siamo convinti che debba udire gli amministratori interessati e chiedere chiarimenti, dare la possibilità di presentare memorie o rilasciare dichiarazioni. Poi si può valutare il suo operato. Si tratta di rispettare l’articolo 111 della Costituzione che sancisce la parità tra accusa e difesa. È vivo il ricordo del sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Femia. Assolto dopo 5 anni trascorsi in carcere e un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Sono danni enormi per la comunità. Devo resistere. Se arriva il commissario si paralizza tutto. Ci sono progetti importanti per il futuro della città da portare avanti. Lo faccio per il bene della comunità che amministro”.

 

 

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