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La Calabria è la seconda regione in Italia per numero di “No Vax”

E’ il sud Italia l’area con il più alto numero di no vax. La regione più no vax è la Sicilia (24,3%) con 625.565 non vaccinati e segue la Calabria con 23,4%

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VENEZIA – Domani 2 milioni di lavoratori rimarranno a casa perché impossibilitati a fare il tampone per avere la certificazione verde che consente loro l’accesso al lavoro. A rilevarlo è la Cgia: le farmacie e le strutture pubbliche/private dedicate a questo servizio non sono in grado di fare giornalmente un numero di test sufficienti per coprire la domanda. Secondo le stime del Governo sarebbero 3 mln i lavoratori senza il certificato verde, il 13% degli occupati in Italia. Persone che, per accedere al posto di lavoro, entro fine anno dovranno fare ogni 2 giorni il tampone per avere il green pass.

Attualmente l’offerta è inferiore: venerdì ad esempio, sono stati fatti 506 mila tamponi. Ipotizzando un aumento della produttività da parte delle farmacie e delle strutture dedicate a fare questi test, lunedì il numero complessivo potrebbe salire fino a 700 mila che sommati alle oltre 300 mila persone che per ragioni di salute non sono obbligate al possesso della certificazione, rimarrebbero senza pass in 2 mln. Se il Governo ha deciso per decreto di consentire l’ingresso negli uffici e nelle fabbriche solo a chi ha il Green pass – e quest’ultimo è ottenibile attraverso il vaccino o il tampone – lo Stato deve garantire la possibilità di fare il tampone anche a chi non vuole somministrarsi il siero. Diversamente, lede il diritto al lavoro a milioni di persone, venendo meno a un principio fondamentale di uno Stato di diritto: la legalità, che deve essere sempre rispettata sia dai soggetti pubblici sia da quelli privati.

Secondo la Cgia, per risolvere questa situazione il Governo ha due possibilità: stabilire che il green pass si ottiene solo attraverso l’inoculazione del vaccino, eliminando così il problema dell’impossibilità di fare i tamponi a tutti, o mobilitare per esempio l’ Esercito, la Protezione civile affinché vengano diffuse ovunque delle unità mobili in grado di fare i test, garantendo così a tutti il diritto di conseguire, ancorché temporaneamente, il certificato verde.

La regione più no vax è la Sicilia (24,3%) con 625.565 non vaccinati. Poi la Calabria (23,4% con 226.745 persone non vaccinate), la Provincia Autonoma di Bolzano (22,7%, 63.570), la Valle d’ Aosta (21%,13.017) e le Marche (20,4%,156.724). Le regioni più virtuose, invece, sono: Lombardia (14,3% i non vaccinati), Lazio (14,2%) e Toscana (13,8%). Tra le 4 macro aree del Paese è il Sud con il più alto numero di non vaccinati (2.143.769, il 20% del totale della popolazione tra i 20 e i 59 anni). In Italia, infine, i “no vax” in età lavorativa sono 5.432.118, pari al 17,4% della coorte 20-59 anni.

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“Ragazzi contagiati durante le feste. Ma l’88,4% degli studenti è tornato in presenza”

Il ministro dell’Istruzione Bianchi “In Dad solo il 6,6% classi e l11%,6 degli studenti. Lavoriamo per semplificare le quarantene”

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COSENZA – A poco più di una settimana dalla riapertura delle scuole è tempo di bilanci. A farli è il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, snocciolando i numeri del ritorno tra i banchi durante l’audizione alla commissione Cultura della Camera. Dati che sembrano smorzare i toni di preoccupazione degli ultimi giorni, quando i presidi avevano stimato metà delle classi in Dad.

Secondo quanto riferito da Bianchi, infatti, l’88,4% degli oltre 7 milioni di studenti italiani è in presenza, contro un 11,6% che invece segue le lezioni da remoto. Una percentuale che varia di regione in regione ma che si traduce in oltre 850 mila ragazzi e ragazze lontani dalle aule a causa della pandemia. Sono invece il 93,4% le classi in presenza. Tra queste, però, il 13,1% ha attivato la Dad per uno o più casi di contagio o quarantene. Al contrario, il 6,6% delle classi è totalmente a distanza. Numeri e dati che, sottolinea lo stesso Bianchi, non vogliono nascondere i “molti e vari problemi” della scuola, ma che al tempo stesso però evidenziano la sicurezza delle aule. “Il grosso dei contagi è avvenuto durante il periodo di chiusura per le festività“, ribadisce il ministro, annunciando prossime novità per “semplificare” le procedure per Dad e quarantene.

Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri sottolinea come sia giusto applicare una quarantena diversa per gli alunni più piccoli perchè “ad esempio nella fascia d’età 5-11 anni chi ha completato il ciclo vaccinale è solo una piccola percentuale”. Ma ammette che queste regole saranno superate “per l’incremento che vi sarà nelle vaccinazioni in questa fascia d’età e per la maggiore circolazione della variante Omicron”. I numeri forniti da Bianchi sulle presenze in aula non convincono però i sindacati, con la Flc Cgil che li definisce “a dir poco fumosi e opachi“. Anche per la Gilda degli Insegnanti si tratta di dati che “si limitano alle percentuali e danno un’idea riduttiva del reale disagio che le scuole stanno vivendo”.

I presidi, tirati indirettamente in ballo dallo stesso ministro durante l’audizione, chiedono invece che “da ora in avanti, il Ministero pubblichi con cadenza settimanale tutte le statistiche necessarie ad avere contezza del quadro generale. Chiediamo anche che venga drasticamente semplificato il protocollo di gestione dei casi positivi – sottolinea il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli -, allo stato attuale del tutto inapplicabile per il collasso dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie, nonostante l’immane sforzo di collaborazione sopportato dalle scuole”. Ed è proprio “la repubblica delle autonomie”, come l’ha definita Bianchi, uno dei principali ostacoli all’omogeneità nell’applicazione dei protocolli. “Molte delle problematiche – ha spiegato – sono date da letture differenziate dei protocolli a livello territoriale dalle stesse autorità sanitarie. Questo è un problema che io non posso affrontare da solo. Devo farlo insieme con il ministro Speranza e con il ministro Gelmini”. Non è escluso che già nei prossimi giorni possano arrivare novità per snellire le pratiche a scuola, anche alla luce dei preoccupanti dati che arrivano dalla Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, secondo i quali la scorsa settimana i ricoveri di pazienti pediatrici è aumentato del 27,5%. Di contro, però, – ha sottolineato Bianchi – si registra un boom delle vaccinazioni negli under 12. “Se all’inizio della settimana scorsa eravamo al 12% – ha spiegato -, abbiamo poi chiuso al 25%, con un tasso molto alto di adesione”. Copertura vicina all’85%, invece, per la fascia 12-19 anni.

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Zone a colori contando solo i ricoverati con sintomi. Ma le Regioni insistono “abolirle”

Quanto emerso dal tavolo tra le Regioni, Ministero della Sanità e CTS sulle ‘modifiche al sistema di assegnazione delle fasce colorate”

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ROMA – Modificare significativamente il sistema delle fasce di colori per le regioni valutando i casi Covid soltanto tra i pazienti ricoverati che hanno sviluppato la malattia e, dunque, senza includere gli asintomatici ricoverati per altre patologie. E’ questa – a quanto si apprende – una delle ipotesi emerse al tavolo a cui hanno partecipato tecnici del ministero della Salute – tra questi il direttore Generale della Prevenzione, Giovanni Rezza, e il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts, Franco Locatelli – e quelli delle Regioni, oggi riuniti per un primo incontro.

Le regioni insistono “i colori vanno eliminati”

“I colori servono a poco, su questo siamo pressoché tutti d’accordo” ha detto il governatore del Molise ed esponente di Forza Italia Donato Toma. Ancora più diretto Stefano il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini i colori delle regioni vanno eliminati perché non hanno più senso di esistere. Che differenza c’è tra giallo, arancione e bianco? Sono praticamente tutti uguali. L’unico colore che potrebbe essere mantenuto è il rosso perché introduce dei cambiamenti, ma il resto è tutto uguale” ha dichiarato il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. E Questo perché, sottolinea ancora il governatore “siamo in una situazione completamente diversa rispetto allo scorso anno. In questo periodo, nel 2021, moltissime attività erano chiuse. Quest’anno, a parte discoteche, sale da ballo e poco altro – che comunque hanno diritto ai ristori perché stanno pagando il prezzo più altro – siamo riusciti a proseguire con le normali attività e di questo dobbiamo tener conto”.


Stop del ministero all’ipotesi della riduzione delle quarantene

Ma dal tavolo tecnico di questo pomeriggio è arrivata anche la frenata sulla riduzione a 5 giorni delle quarantene per i positivi sintomatici perchè mancano, ad oggi, sufficienti evidenze scientifiche, e rimodulazione del contact tracing con l’obiettivo di focalizzarlo sui sintomatici visti gli alti numeri dei contagi. Sono stati questi, secondo quando si è appreso, i punti sui quali oggi si è raggiunta una prima condivisione nel tavolo fra ministero Salute e Regioni, che è aggiornato alla prossima settimana per arrivare a decisioni finali operative. Disponibilità, inoltre, ad un aggiornamento per il conteggio dei positivi ricoverati, non includendo chi è entrato in ospedale per altre patologie.

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Canone Rai, L’ad Fuortes batte cassa “Pochi 90 euro, è il prezzo più basso d’Europa”

“Il canone italiano il più basso in tutta Europa e 90 euro sono una somma distante da quelle degli altri Paesi”

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ROMA – Si torna a parlare di Canone Rai ed in particolare di costi. Se pesante che sia iniquo, costoso e che la trattenuta dei soldi in bolletta sia una violazione, ad ascoltare le parole dell’Amministratore delegato di Viale Mazzini  Carlo Fuortes, la cifra che gli italiani pagano ogni anno (90 euro) è invece incongrua rispetto agli obblighi e alle attività che la Rai svolge ed è tenuta a svolgere come certificato anche dalla Contabilità separata. Il tema è quello dell’indipendenza della televisione pubblica dal sistema commerciale della pubblicità”

Insomma il canone italiano il più basso in tutta Europa e 90 euro sono una somma distante da quelle degli altri Paesi al punto da rendere quasi irrilevante la compresenza compensativa, per Rai, della fonte integrativa degli introiti costituita dalla raccolta pubblicitaria. Queste le parole del numero uno della Rai in audizione alla commissione Lavori Pubblici al Senato. Fuortes ha spiegato che “non c’è nessun problema a mantenere il sistema duale laddove il Parlamento decida di farlo, ma con la consapevolezza, però, che utilizzare solo il canone oppure il canone e la pubblicità è una scelta del tutto politica”.

L’AD ha evidenziato che se nella casse dell’azienda arrivasse l’intero importo di 90 euro, non ci sarebbe nessuna discussione da fare. Ma al momento tra tassa concessione governativa, Iva e Fondo per il pluralismo e l’innovazione – ha aggiunto – per effetto dell’ultima riforma, efficace dal 2021, dei 90 euro unitari Rai ne percepisce solo l’86 per cento, mentre negli altri Paesi (Regno Unito, Germania, Francia) i gestori del servizio pubblico percentuali comprese tra il 96 e il 98 per cento, quindi la quasi totalità.  “dal 2008 al 2020”, ha detto ancora Fuortes –  il canone ha avuto un andamento molto tormentato sull’onda dei frequenti interventi normativi che lo hanno interessato. Va dunque riconosciuto che, oltre ad essere incongrue, le risorse da canone sono anche molto incerte, caratteristica che rende particolarmente complessa l’attività di pianificazione, specie in ottica pluriennale e specie in un contesto di forte evoluzione, in mondo in cui è di fatto bandita la continuità”. Insomma, è indubbio che “il finanziamento debba essere commisurato e adeguato agli obblighi assegnati, stabile e trasparente“.

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