Università: ecco chi ci guadagna dal numero chiuso

E’ un affare per decine di atenei, un pensiero per migliaia di studenti, un grande sforzo organizzativo per tutti. E’ la prova di ammissione all’Università, un appuntamento settembrino ormai diventato consuetudine anche in Italia. Che si tratti di numero chiuso o di un test di orientamento, le polemiche sul rispetto della Costituzione e sull’utilità di

questi strumenti didattici si ripete con cadenza regolare. Ma quest’anno le proteste hanno una motivazione in più: la crisi economica. La quasi cronica difficoltà per molte famiglie italiane ad arrivare a fine mese ha spinto molti, studenti in primis, a considerare eccessive le spese da sostenere per effettuare le prove selettive. Cifre che si attestano sulla media di 50 euro per studente, come accade a Milano per la Statale e la Bicocca. Ma a Torino il costo del test a numero chiuso per la facoltà di Architettura arriva intorno ai 60 euro e a Roma, nella facoltà di Medicina di Tor Vergata, a 70 euro. Per non parlare del business che riguarda il materiale didattico di preparazione al test: i kit completi degli Alphatest costano tra i 66,90 euro (in inglese) e i 135,60 (completo, manuale+cd in italiano), i corsi di preparazione molto di più. E non è da sottovalutare nemmeno il mercato che si sta creando intorno agli studenti che non superano i test per l’ammissione alle facoltà a numero chiuso, ma hanno abbastanza risorse finanziarie per comprare i titoli presso qualche ateneo straniero: in questo caso, secondo quanto riferisce il sito www.wakeupnews.eu, alcuni istituti possono incassare anche 80-120 mila euro per studente.

Mentre la validità del numero chiuso resta un tema aperto, tra l’altro con test in passato sotto accusa per errori evidenti e domande di dubbia cultura generale, c’è un’inflazione dei corsi universitari con programmazione locale che prevedono lo sbarramento. Nelle sole università statali il 54% dei corsi è a numero chiuso. A Trento, per esempio, le prove d’ingresso sono aumentate, fino ad arrivare per l’anno accademico 2012-2013 a 13 su 24. Compresa Sociologia, che per la prima volta avrà tutti i corsi con test. A Padova solo i test obbligatori sono 29, a Venezia 12, a Verona 22. Ma poi ce ne sono altre decine relative a corsi non a numero chiuso. E così aumenta il contrasto tra gli studenti, che attribuiscono questo incremento alla mancanza di fondi, di strutture adeguate negli atenei italiani e di docenti sufficienti per aprire nuovi corsi di laurea e chi, invece, parla della selezione d’ingresso come di un metodo per accrescere il livello della didattica universitaria. Ma soprattutto prolifera, sempre di più, un vero e proprio business. Basti pensare che solo l’Università di Bari e il Politecnico del capoluogo pugliese hanno raccolto quest’anno 700mila euro sottoforma di contributo spese per l’organizzazione e la gestione della prove. Buona parte dei soldi dei 16mila partecipanti ai test serviranno a pagare i componenti delle commissioni, i vigilanti, i tecnici, gli addetti alle pulizie, le attrezzature e il materiale necessario allo svolgimento delle prove. Insomma tanto denaro e interessi di tanti in ballo. Tutto questo mentre, secondo l’Istituto europeo di statistica, l’Italia è all’ultimo posto nel Vecchio Continente per la percentuale dei laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni, pari al 20,3% nel 2011. Per il BelPaese l’obiettivo, stabilito dall’Ue, di raggiungere il 40% entro il 2020 è solo un miraggio.

Proprio in questi giorni la scottante questione del numero chiuso, un sistema introdotto in Italia dagli anni Ottanta e programmato a livello nazionale per le facoltà di Medicina e chirurgia, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e Scienze della Formazione primaria, interessa decine di migliaia di studenti. Hanno iniziato il 4 settembre i 77mila gli iscritti alle prove di selezione per i corsi di laurea in medicina e chirurgia e odontoiatria, contro gli 11.104 posti messi a bando (10.173 medicina e 931 odontoiatria). Come dire che solo 1 su 8 ce la farà. Il 6 settembre, poi, il test è toccato agli studenti che aspirano a diventare architetti. In questo caso 8.270 posti disponibili, 30mila concorrenti e un terzo circa di possibilità di superare la prova. Tocca, poi, il 10 settembre ai futuri veterinari (918 posti, ma gli aspiranti sono 9mila) e l’11 si chiude con gli studenti interessati a diventare infermieri, ostetrici, logopedisti, fisioterapisti (circa 27.000 posti per 22 profili professionali). E le proteste si sono già fatte vedere. I collettivi studenteschi sono scesi in strada nelle principali città italiane e hanno sventolato striscioni pacifici come “conTESTiamoli”, “Liberiamo i saperi” e “Profumo di chiuso”. E il prossimo 28 settembre l’Unione degli studenti (Udu) ha organizzato a Roma una manifestazione contro il numero chiuso, proprio in concomitanza allo sciopero della Funzione Pubblica contro la spending review. Nel mirino degli studenti il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, la cui replica non si è fatta attendere: “Esiste una norma europea per le facoltà di scienze della vita: medicina, veterinaria, odontoiatria e anche architettura – afferma – naturalmente uno potrebbe discutere sui numeri ma questi sono determinati su una proiezione dei fabbisogni”.

Nel dibattito si è inserito anche Giovanni Sabbatucci con una lettera pubblicata dal quotidiano “Il Messaggero”. Lo storico e docente universitario alla Università “La Sapienza” di Roma si mostra a favore del numero chiuso e contesta gli studenti sia nel principio che nel merito. Per lo studioso, infatti, “l’istruzione «obbligatoria e gratuita» di cui parla l’art. 34 della Costituzione è quella di base, relativa ai ragazzi dai sei ai quattordici anni (il limite è stato alzato a sedici), mentre, per quanto riguarda gli studi superiori, lo stesso art. 34 si limita ad affermare il diritto ad accedervi dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» e il dovere dello Stato di facilitare questo accesso «con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso»”. Nel merito, poi, per Sabbatucci il numero chiuso sarebbe da estendere ulteriormente perché “l’Università costa…e questo costo è coperto solo in misura ridotta dalle tasse di iscrizione…il resto è a carico della fiscalità generale…Lasciamo dunque l’Università – è la conclusione del docente – a quelli che possono e vogliono studiare sul serio. Risparmiamo spazi e risorse, scarsi gli uni e le altre, a vantaggio dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi»: come ci suggerisce, anzi ci impone, il dettato costituzionale”.

La querelle tra favorevoli e contrari al numero chiuso ha già avuto anche risvolti giudiziari. La Corte Costituzionale si è pronunciata, nel 1998, in favore della legittimità del numero programmato. Ma lo scorso 18 giugno il Consiglio di Stato, ravvisando profili di legittimità costituzionale della legge sul numero chiuso del 1999, ha rinviato la normativa alla Corte costituzionale, perché si pronunci sulla presunta lesione di ben tre articoli (3, 34 e 97) contenuti nella Carta. Nel mirino la poca importanza data al merito nell’ammissione ai corsi di laurea a fronte di un alto grado di casualità legato al numero di posti disponibili in ciascun ateneo. Anche il Codacons, l’associazione dei consumatori, è pronta a scendere in campo e minaccia una class action. Insomma chi più ne ha più ne metta.

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