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Erika Brusca, incidente Acquappesa, morte sorelle Brusca,

Inversione di marcia, due morti e un sorpasso, la Cassazione annulla la condanna

Tragico incidente nel 2013 e l’accusa di duplice omicidio. Per il 46enne la condanna è di 7 anni e 8 mesi. Ma le vittime fecero inversione di marcia sulla Statale violando il codice e la Cassazione chiede lumi ai giudici della Corte d’Appello

 

ACQUAPPESA (CS) – Un giudizio in primo grado, la conferma in Appello, ma la Cassazione annulla per ben due volte la condanna accogliendo la tesi della difesa e chiedendo le motivazioni ai giudici della seconda sezione per non aver tenuto in considerazione la manovra illegittima che attuarono le vittime sulla statale quando avvenne lo scontro con l’altro veicolo che ne causò la morte. Tutto da rifare dunque con, ancora e per la terza volta, un nuovo processo.

Era il 16 ottobre del 2013 quando un tragico incidente segnò la vita di molte persone. Morirono due sorelle a bordo di una Fiat 600 Erika e Maria Brusca, di  27 e 24 anni ed un ragazzo Carlo Musacco, 40enne (46 oggi) finì in carcere. Le due sorelle morirono a poche ore di distanza. A perdere subito la vita fu Erika, Maria dopo una settimana. Il 40enne viaggiava a bordo di una Fiat Uno in compagnia di un amico. Quando accadde l’incidente decise di fuggire ma venne rintracciato dai carabinieri ed accusato di duplice omicidio colposo.

LA RICOSTRUZIONE DELL’INCIDENTE

Il 40enne, oggi imputato, era alla guida della Fiat Uno e azzardò un sorpasso in un tratto di strada a striscia continua e quindi con divieto di sorpasso. In quel momento le due sorelle, a bordo di una Fiat 600 avevano azzardato ad una inversione di marcia sempre sulla striscia continua e quindi anche in questo caso una manovra vietata. Lo scontro è stato inevitabile. L’auto delle due ragazze finisce contro il guardrail e una delle due sorelle, Erika, sarebbe stata sbalzata fuori dall’abitacolo del veicolo morendo sul colpo. La sorella Maria fu trasferita in ospedale dove morirà una settimana più tardi

Il giovane non si fermò a prestare soccorso ma decise di fuggire. Le forze dell’ordine lo rintracciano perchè sul luogo del sinistro le telecamere ripresero la scena. Il 40enne sottoposto ad accertamenti risultò positivo all’alcol test e all’assunzione di droghe, in particolare cocaina e fu arrestato.

LA CONDANNA IN PRIMO GRADO

Rimane in carcere per tre anni e mezzo. Difeso dall’avvocato Ugo Le Donne, l’imputato sceglie di essere giudicato con il rito abbreviato. Nel 2014 arriva la prima condanna, sette anni e otto mesi per duplice omicidio colposo. All’epoca dei fatti l’omicidio stradale non era un reato previsto dal diritto penale introdotto nel 2016. Al 40enne venne contestato l’articolo 61, c.3 del codice penale, la “colpa cosciente” ( l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento; ossia pur confidando nelle abilità di guida, pur non volendo si è prefigurato la realizzazione di un evento, ndc).

L’APPELLO, LA CONFERMA DELLA SENTENZA E L’ANNULLAMENTO IN CASSAZIONE

La difesa ricorre in appello e la condanna viene confermata. Terzo grado di giudizio, la Cassazione. Gli Ermellini accolgono la richiesta e le motivazioni della difesa, annullando la sentenza di secondo grado sulla scorta delle mancate motivazioni da parte dei giudici della sezione di secondo grado, ossia la colpa cosciente del ragazzo e quella inerente la manovra azzardata effettuata dalle sorelle decedute nel sinistro.

Il fascicolo ritorna in Corte d’Appello con un nuovo processo in cui vengono nominati due consulenti: un medico legale che deve rispondere sul grado di colpa cosciente in virtù del dato di alterazione che aveva l’imputato e in che modo poteva influire sulla colpa cosciente; un ingegnere che deve rispondere sul nesso causale che ha avuto la condotta illegittima delle vittime nel sinistro. Sulla scorta di tale elaborato la Corte d’Appello emette una nuova sentenza di condanna. Quest’ultima annullata da parte degli Ermellini con nuovo rinvio degli atti alla Corte d’Appello per la determinazione della pena in relazione al riconoscimento dell’aggravante dell’articolo 63 e alla valutazione della colpa delle due sorelle. Ancora un altro processo