“White Collar”: pubblici ufficiali e avvocati collusi gestire le aste giudiziarie -VIDEO

Sono 48 le persone indagate e 16 quelle arrestate per associazione per delinquere finalizzata alle “turbative d’asta”, corruzione in atti giudiziari, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio nell’ambito dell’operazione, denominata “White Collar”

 

COSENZA – “Gli serve una villetta a questo… e un altro vuole un capannone“. Così il dipendente comunale aveva messo in piedi una vera e propria agenzia immobiliare scoperta dalla Guardia di Finanza di Corigliano Calabro, che ha svelato irregolarità compiute da professionisti delegati e curatori fallimentari nelle procedure di vendite giudiziarie immobiliari presso il locale Tribunale. Le Fiamme gialle hanno accertato con l’operazione White Collar,  l’esistenza di una strutturata associazione per delinquere, operante dal 2017, dedita all’illecita ingerenza nelle vendite giudiziarie immobiliari, con l’obiettivo di indirizzare l’esito delle aste e di assegnare i beni ai clienti del gruppo criminale, che si rivolgevano ad esso sia perché direttamente contattati dagli stessi membri del sodalizio, sia spontaneamente per il “grado reputazionale” acquisito nel contesto territoriale.

In carcere sono finiti: Giuseppe Andrea Zangaro, Giorgio Alfonso Le Pera, Carmine Placonà, Alfonso Cesare Petrone, Luisa Faillace, Giovanni Romano, Carlo Cardile, Carlo Plastina e Antonio Guarino. Ai domiciliari invece sono stati assegnati: Francesca De Simone, Antonio Aspirante, Vincenzo Anania, Patrizia Stella, Alfredo Romanello, Luigina Maria Caruso e Rocco Guarino.

“L’attività – ha spiegato Danilo Nastasi comandante del comando della Guardia di finanza di Cosenza – riguarda i cosiddetti colletti bianchi, professionisti che operano nel settore delle vendite giudiziarie. L’organizzazione operava dal 2017 e aveva una struttura gerarchica in grado di pilotare aste pubbliche attraverso l’utilizzo di notizie riservate, che potevano agevolare qualcuno e viceversa dissuadere altri a partecipare all’asta”.

I concorrenti ‘dissuasi’ a partecipare alle aste

L’organizzazione ha acquisito informazioni riservate sulle procedure e, più specificatamente, sui possibili partecipanti, oltre che per “accomodare” l’esito delle aste, anche attraverso forme di dissuasione rivolte verso altri potenziali concorrenti. Il sodalizio criminale è diventato centro di raccolta delle informazioni sui soggetti interessati all’acquisto, anche sotto la forma di “cartello collusivo aperto”, e gestiva le informazioni al fine di condizionare la partecipazione alle aste.

Da un lato, i soggetti interessati all’acquisto si rivolgevano ai membri dell’organizzazione per raggiungere il loro scopo mentre dall’altro, i sodali, una volta acquisite le richieste dei clienti, le gestivano a loro convenienza per “pilotare” il bene verso uno specifico “cliente”, distogliendo dalla partecipazione gli altri soggetti.

Il sodalizio capitanato da un dipendente dell’ufficio del Giudice di Pace

A capo dell’organizzazione Giuseppe Andrea Zangaro, coriglianese, dipendente della Pubblica amministrazione e in servizio presso l’Ufficio del Giudice di Pace di Corigliano, al quale sono stati contestati i reati di truffa aggravata e false attestazioni o certificazioni. Zangaro impartiva ordini per procacciare i potenziali clienti a Giorgio Alfonso Le Pera e Carmine Placonà. Il dipendente pubblico infatti, era solito lasciare il posto di lavoro senza permesso e senza timbrare l’uscita ed il rientro, attestando falsamente la propria presenza in servizio mediante la fraudolenta marcatura nell’apposito apparecchio marcatempo.

L’avvocato procacciatore e il dottore agronomo che individuava i terreni

Altre due figure erano rilevanti nell’ambito dell’organizzazione: un avvocato procacciatore dei clienti interessati a partecipare alle aste, e  Le Pera, dottore agronomo che aveva il ruolo della valutazione del bene, ch si occupava di individuare fisicamente, anche sulla base dei dati contenuti negli avvisi di vendita, i terreni oggetto delle procedure esecutive, così da consentire ai sodali di proporre tali beni ai clienti dell’associazione.

Tre avvocati istruivano le pratiche per l’organizzazione

Altri tre avvocati, con i rispettivi studi nell’area urbana di Corigliano-Rossano, ovvero Luisa Faillace, Alfonso Cesare Petrone e Francesca De Simone, erano i sodali dell’associazione ed avevano  il compito di istruire le offerte dei clienti dell’organizzazione, partecipando per conto degli stessi alle varie procedure esecutive, con la formula “per persona da nominare”. Inoltre, sulla base delle direttive loro fornite dal capo dell’associazione, gli avvocati erano deputati ad acquisire illecitamente, presso i professionisti delegati, i curatori fallimentari ed i custodi giudiziari, le informazioni (coperte da segreto d’ufficio) relative agli offerenti e, più in generale, ai soggetti interessati alle aste, oltre che a raggiungere accordi collusivi con i concorrenti.

Pubblici ufficiali collusi

L’attività d’indagine ha portato alla luce un sommerso sistema di relazioni tra l’organizzazione e vari professionisti delegati alle vendite (9 di essi, tra avvocati e commercialisti, colpiti da misura cautelare) che, in spregio alla funzione di “pubblici ufficiali”, hanno gestito le aste giudiziarie in favore dei “clienti” dell’organizzazione. In tali rapporti collusivi, si sono verificati anche eventi di corruzione dei professionisti delegati che, in cambio della turbativa d’asta, hanno concordato una dazione di denaro. Come peraltro emerso dalle indagini, una delle principali modalità adottate dai sodali per utilizzare notizie coperte dal segreto d’ufficio, è consistito nell’ottenere, tramite compiacenti curatori fallimentari o i professionisti delegati, la possibilità (prevista dalle modalità di funzionamento del sistema delle aste telematiche) di consultare anzitempo i bonifici cauzionali accreditati dai soggetti interessati all’asta sul conto della procedura, così venendo a conoscenza delle offerte che sarebbero state presentate e dei nominativi degli offerenti, in modo da poterli poi avvicinare con l’intento di raggiungere un illecito accordo, ovvero dissuaderli dal partecipare all’asta.

In carcere è finito anche un 55enne coriglianese, residente a Cassano allo Ionio, pregiudicato e già coinvolto in una nota operazione della Dda di Catanzaro contro la ‘ndrina Forastefano, che è risultato artefice di turbamento della regolarità delle procedure d’asta. Minacciando i controinteressati, riusciva a farli rinunciare alla partecipazione.

Il comandante del gruppo di Sibari: “Il sodalizio aveva il 4% sul valore del bene”

Il tenente colonnello Valerio Bovenga alla guida del Gruppo Sibari della Guardia di Finanza ha spiegato come ognuno aveva il suo ruolo, e il sodalizio riusciva ad offrire questi beni recuperando il 4% dell’immobile o del terreno oggetto della procedura mentre i legali che si occupavano di partecipare alle aste per conto dell’associazione ottenevano per ogni procedura 400euro.