Ponte Morandi e Ponte del Cannavino, analogie e differenze

Il viadotto crollato a Genova, come il viadotto che attraversa Celico era stato oggetto di un preoccupante cedimento e di manutenzioni straordinarie per porvi riparo

 

GENOVA – Due strutture diverse, lontane chilometri, unite dallo stesso terrore che incutono in chi le percorre: il Ponte Morandi e il Ponte del Cannavino. Il crollo del viadotto dell’autostrada Genova Ventimiglia avvenuto ieri durante un nubifragio ha provocato 37 morti e sedici feriti. Una strage avvenuta, paradossalmente, proprio mentre Autostrade per l’Italia stava eseguendo quella che definisce una “costante attività di osservazione e vigilanza da parte della Direzione del Tronco di Genova”. Sulla struttura, risalente agli anni Sessanta, erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto con un carro-ponte per le attività di manutenzione. Ciò però non è bastato a far precipitare nel vuoto cento metri del viadotto letteralmente spezzatosi in due parti.

 

Un episodio simile era avvenuto nel 1972 a Celico quando il ponte Cannavino della Silana Crotonese crollò all’improvviso, prima che fosse ancora ultimato, causando la morte di due operai precipitati nel vuoto, mentre un terzo si salvò restando appeso a una grata. Tecnicamente i due viadotti, quello ligure e quello cosentino, sono differenti nell’architettura, ma si sorreggono entrambi grazie a piloni di cemento armato. Materiale che l’architetto e ingegnere Morandi il quale progettò sia il ponte dell’A10 che quello della città di Catanzaro, il Bisantis, prediligeva per la sua tenuta ed economicità. Mentre il viadotto del Cannavino è sostenuto da cinque piloni di cemento armato, il più alto dei quali tocca quota 129 metri, il viadotto Morandi si reggeva su tre piloni in cemento armato che raggiungono i 90 metri d’altezza.

 

Inaugurato nel 1967 e lungo 1.182 metri già nel 2016 era stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera di manutenzione straordinaria. Identica situazione registrata nel cosentino dove la flessione e gli avvallamenti nella pavimentazione del ponte avevano iniziato ad essere ben visibili nell’estate 2016 inducendo l’ANAS ad intervenire anche se inizialmente aveva negato l’esistenza di problemi strutturali con una serie di rassicurazioni. Dopo una serie di prove di carico, lavori di consolidamento e l’installazione di una centralina di monitoraggio il viadotto della Silana Crotonese è stato riaperto al regolare transito dei veicoli poche settimane fa. Ufficialmente la causa dei cedimento del manto stradale è stata attribuita dai tecnici alla viscosità del calcestruzzo. A Genova invece, secondo un ingegnere che ha lavorato alla manutenzione del Morandi alla costruzione del viadotto il quale ha rilasciato alcune dichiarazioni in anonimato a Tiscalinews, “sono stati quasi sicuramente i cavi multipli in acciaio a cedere e a far crollare il viadotto.

 

Il calcestruzzo si è ‘ammalato’ e non ha più protetto i cavi che erano all’interno consentendo all’acqua di penetrare nelle fessure dei tubi in cemento precompresso. A cedere quindi sono stati i proprio trefoli. I cavi in acciaio che sorreggevano il ponte sospeso, aggrediti dall’umidità e dall’usura, non hanno più retto. Erano ancora gli stessi cavi dell’inaugurazione di 51 anni fa. Se non tutti almeno, quasi tutti”. Se però possono riscontrarsi analogie tra i due ponti, soprattutto per la dinamica che ha portato alle recenti manutenzioni, la differenza sostanziale è nei volumi di traffico. A Genova sul ponte ‘pericolante’ ogni giorno si registravano file chilometriche costringendo il viadotto a continue sollecitazioni indotte dal peso di automobili e mezzi pesanti. Situazione ben diversa nel Comune di Celico dove, se non in rari casi dettati da lavori in corso o incidenti stradali, il tratto del viadotto Cannavino non risulta mai affollato dai veicoli, neanche nelle ore di punta.

 

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