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Un orco per 30 anni, l’ha picchiata selvaggiamente. Adesso è libera e lui in prigione

Sessant’anni dell’hinterland cosentino, ha trattato la moglie e le figlie come “bestie al guinzaglio” per il fastidio dell’odore del detergente usato per pulire o ancora per il mancato gradimento per quanto cucinato o la pretesa di un pasto, incurante della grave malattia oncologica di cui era affetta la moglie

 

COSENZA – Finisce un incubo per una donna che, nel fiore degli anni, per 28 lunghi anni ha vissuto, accanto al suo “aguzzino”, una vita fatta di percosse, violenze, maltrattamenti, offese, insieme alle tre figlie, per la paura di essere uccisa dal marito, così come aveva fatto suo cognato nell’ammazzare la moglie per averlo lasciato. Poi arriva il giorno della liberazione, dopo 30 anni di sofferenze, in un’aula del Tribunale di Cosenza; a sostenerla gli avvocati Marco Giovanni Caraffa è Antonio Luzzi (la vittima si è costituita parte civile, rappresentata dagli avvocati Caraffa e Luzzi) che, fino in fondo, hanno dimostrato quanta verità c’era in una vita di sofferenza e violenze fino a giungere alla sentenza di condanna del 60enne, reo di aver trattato la moglie e anche le figlie come “bestie al guinzaglio”. Il giudice Monocratico, durante le udienze dibattimentali ha accolto le prove documentali e le tesi (dimostrate dai fatti) della procura e della parte civile, pronunciando una sentenza di condanna a due anni di reclusione; risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede; provvisionale immediatamente esecutiva pari ad euro 10.000 euro.

LA STORIA, LE PERCOSSE E L’INDUZIONE ALL’ABORTO

Aveva instaurato un vero e proprio clima di sopraffazione in casa, che divideva con la moglie e i tre figli. C’erano continue violenze dettate da futili motivi, quali gelosia, il fastidio dell’odore del detergente usato per pulire o ancora il mancato gradimento per quanto cucinato o la pretesa di un pasto, incurante della grave malattia oncologica di cui era affetta la moglie. Ormai la casa era un assedio di guerra; il 60enne era solito rompere mobili e suppellettili lanciandoli contro la donna verso cui rivolgeva minacce pesanti “ti uccido…ti brucio la macchina…ti incendio lo studio…se osi uscire da quella porta ti ammazzo”. E ancora ne offendeva l’onore con espressioni come “puttana…benchè tu abbia studiato non hai cervello”. La vittima era continuamente presa a calci e schiaffi e, in una occasione fu colpita con violenza al capo con una padella, provocandole una grave ferita. Ancora più grave l’induzione all’aborto insinuando che il figlio che portava in grembo non fosse suo. Per 28 anni sua moglie aveva dovuto sopportare maltrattamenti ed essere sottoposta ad un regime di vita vessatorio e lesivo della sua integrità psicofisica. In tutti questi anni aveva avuto paura a lasciare il marito perché il fratello di quest’ultimo, anni prima, aveva ucciso la moglie, sparandola con una pistola, colpevole di averlo lasciato. Insieme a lei uccise anche il compagno. Anche un altro fratello del marito si ritrovò chiuso in carcere a Milano per furto ed omicidio, mentre un nipote fu arrestato per stalking, per avere dato fuoco al condominio dove abitava la sua ex fidanzata. Poi ad agosto del 2016, dopo l’ennesima sfuriata del marito decide di rivolgersi alle forze dell’ordine.

CALCI E PUGNI DAI PRIMI MESI DI MATRIMONIO

Nell’88 dopo i primi mesi di matrimonio l’aggredisce colpendola con calci e pugni ed inizia ad apostrofarla quotidianamente con frasi ingiuriose. “Un mese dopo il matrimonio – racconta la vittima – ho dovuto far visita ai genitori per alcuni problemi familiari. Lui non volle accompagnarmi in macchina e presi il treno trattenendomi per due giorni a casa dei miei. Al ritorno ho trovato mio marito infuriato e, senza darmi tempo di disfare il bagaglio, mi ha aggredita con calci e pugni in ogni parte del corpo. Avvertii i miei genitori decisa a lasciarlo, ma loro che sono all’antica, mi convinsero a rimanere sostenendo che fosse “vergogna” separarsi dal coniuge dopo un mese di matrimonio». L’anno dopo, incinta della prima figlia subiva una nuova aggressione fisica da parte del 60enne, dovuta ad una crisi di gelosia. «Ero andata a trovare una zia e mi ero intrattenuta per un’ora. Al mio ritorno mi ha picchiata violentemente nonostante la gravidanza in stato avanzato. Mi ha puntato un pugnale alla gola acquistato durante il viaggio di nozze a Malta proferendo testuali parole “Puttana ti ammazzo, sei andata dall’amante?”; contrassi l’intossicazione placentare e fui sottoposta a taglio cesareo per parto prematuro. Mia figlia fu posta in incubatrice dove il padre non le fece mai visita. La mia vita era diventata un incubo. Se non esaudivo ogni suo desiderio subivo percosse quotidiane. Fui picchiata selvaggiamente per aver lavato la cucina con un detergente che gli aveva irritato la gola. A casa ancora sono visibili i buchi nelle pareti, nelle sedie rotte». Il 60enne non si interessava della vita familiare, dei bisogni e dei problemi. Era fuori tutto il giorno e tornava la sera tardi

Anche dopo la nascita della primogenita sono continuati i comportamenti vessatori: minacciava la moglie di morte se lo avesse lasciato, la percuoteva di continuo per ogni futile motivo, rompendo mobili durante le sue crisi d’ira. «Mia figlia aveva tre anni. Arrivati a casa lei scese dalla macchina e invece di dirigersi verso il portone di casa andò nel senso opposto. Il padre le sferrò un calcio nella schiena facendola cadere a terra» Le violenze sono continuate anche alla seconda gravidanza, nel 1993 conclusa con un aborto spontaneo e «Fui costretta a fare la conserva di pomodori nonostante le mie pessime condizioni di salute. Le minacce subite, le violenze e il duro lavoro mi hanno provocato un aborto». Purtroppo la vittima subiva passivamente anche i desideri sessuali dell’uomo. Nel 1994 con la nascita della secondogenita. «Le violenze continuavano anche durante la gravidanza. Mi scagliò contro una poltrona colpendomi alla schiena. Anche in questo caso si rese necessario il parto cesareo. Il padre non venne mai a trovarla». Nel 1996 fu costretta ad un aborto volontario perché il marito sosteneva che il figlio non fosse suo

IL TUMORE AL SENO

Le percosse, la violenza e i maltrattamenti subiti dal suo aguzzino sono continuati anche quando alla donna viene diagnosticato un tumore al seno ed è costretta a sottoporsi a trattamento chemioterapico. E a questo punto, dopo l’ennesima lite, nel luglio del 2016 arriva alla decisione di lasciare il marito e andare via da casa, ma entra in un tunnel disperato. Il marito la perseguita con continui messaggi e telefonate in cui alterna richieste di riprendere la vita coniugale con gravi minacce di morte. Il marito, pieno di rabbia e rancore, cerca di contattarla: vuole indurla con la minaccia, a vendere le proprietà e a dividere il ricavato

IL RACCONTO DI UNA DELLE FIGLIE

«Il rapporto tra mio padre e mia madre è sempre stato improntato sulla sopraffazione tanto che anche io e mia sorella siamo state vittime di atti di violenza da parte di nostro padre. Fin dalla tenera età ho dovuto assistere a innumerevoli episodi di violenze fisiche senza alcun motivo apparente; noi ci rifugiavamo nella nostra stanzetta, chiudendoci a chiave, abbracciati ad un cane meticcio ora defunto. Moltissimi episodi sono accaduti mentre ero piccola ma li ricordo ancora con paura. Ho visto mio padre colpire mia madre con schiaffi, pugni, calci sferrati in ogni parte del corpo; ho visto scagliare contro sedie, poltrone o altri suppellettili e poi urlarle frasi minacciose contenenti insulti. Anche noi figlie venivamo spesso picchiate senza nessun motivo.

MI TERRORIZZAVA LA VIOLENZA CON CUI VENIVAMO PERCOSSE

Mentre mi teneva sollevata per il braccio, on l’altra mano mi percuoteva sul capo o sul viso. Spesso usava la cintura dei pantaloni per picchiarci. Un giorno ci trovavamo nella casa estiva da poco acquistata insieme ai miei nonni e ad una zia. Mio padre in tono autoritario e di comando mi ordinò di prendere un posacenere. Mi attardai ad alzarmi subito e fu mia zia a prendere il posacenere. Mio padre scattò su tutte le furie, si alzò repentinamente e mi sollevò da un braccio facendo cadere la sedia su cui ero seduta. Iniziò a colpirmi ripetutamente al viso con degli schiaffi violentissimi, tanto che sia la zia che i nonni si alzarono e tentarono di strapparmi dalle sue mani. Mio padre diceva che i figli vanno educati sin da piccoli e continuava a colpirmi. Poi mia zia è riuscita a mettermi in salvo, ma mentre mi chiudevo in camere ho visto mio padre prendersela con mia madre, spingerla a terra dopo averla strattonata.

Avevo nove anni e ricordo mia madre che diceva di avere paura e di sopportare in quanto temeva che mio padre potesse farci ancora più del male e giungere fino a gesti estremi. Un altro episodio sempre nella casa estiva si svolge in un pomeriggio in cucina: improvvisamente mio padre mi afferra per il collo stringendo, mi spinge all’indietro fino a farmi sbattere contro il frigorifero e inizia a darmi violente ginocchiate all’inguine e schiaffi sul volto.

LE VIOLENZE SULLA MADRE DOPO AVER TERMINATO IL CICLO DI CHEMIOTERAPIA

Aveva da poco terminato un ciclo di chemioterapia per un tumore al seno destro. Eravamo tornati da Milano solo io, lei e mia sorella. Mio padre si è sempre disinteressato delle problematiche e dei bisogni familiari. Era notte fonda. Non appena tornati a casa lui ha iniziato a pretendere che mia madre gli preparasse qualcosa da mangiare. Mia madre ha iniziato ad avvertire capogiri e stanchezza. Mio padre dapprima ha iniziato a prendere a calci il tavolo e le sedie, poi ha impugnato un attizzatoio in ferro, del camino, e con quello ha minacciato mia madre di colpirla in testa se non avesse cucinato. Inoltre ha iniziato a spintonarla verso i fornelli ed è stato fermato da me e mia sorella che ci siamo frapposte tra lui e nostra madre conducendola al piano superiore e chiudendola a chiave

LA SORELLA TROVA IL CORAGGIO DI ANDAR VIA DI CASA

Nel 2014 mia sorella trova la forza e il coraggio di andare via da casa e io non l’ho fatto per non abbandonare mia madre che rimane invalida e impossibilitata a difendersi. La sera che mia sorella va via di casa io non ero presente in quanto ero dai miei nonni in un’altra città. Ho trovato mia madre piangente e coperta di lividi, aggrappata ad una poltrona con del sangue che le scorreva giù dal capo dove si notava un taglio profondo. Anche mia sorella, che vidi più tardi, aveva il labbro spaccato e lividi sulla schiena e sulle braccia.

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

Ad agosto del 2016 intorno alle 20 sono tornata a casa ed ho trovato chiuso. Mio padre stava annaffiando il giardino. Ho aperto manualmente il cancello e mio padre ha detto “Tua madre stasera non entra…per entrare deve venire con i carabinieri e tu non metterti in mezzo se no so io quello che devo fare”. Ho avvertito mia madre dicendole di non tornare, ho preso alcuni effetti personali di entrambe e i miei cani e l’ho raggiunta e siamo andate a casa di una mia amica che ci ha ospitato per alcuni giorni». Dopo l’episodio di violenza in cui una delle figlie decide di andare via, il 60enne, che non ha mai lavorato ma ha sempre vissuto con i proventi dell’attività della moglie, decide di parlare con quest’ultima dicendole che la situazione non poteva più andare avanti, che lei doveva lasciare la casa e la figlia e che avrebbe dovuto vendere tutte le proprietà e dividere i soldi. La moglie promise di lasciare l’abitazione e vendere le proprietà ma i soldi sarebbero serviti per estinguere mutui e debiti e gli eventuali residui sarebbero stati versati alle figlie. Questa notizia indusse il 60enne a chiudere le porte di casa alla moglie minacciandola di non tornare per tramite della figlia. Da quel momento il calvario di trent’anni ha intravisto una luce nel tunnel di salvezza concretizzatosi oggi in aula con una condanna a due anni di carcere




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