Costretto a lavorare 14 ore al giorno chiede lo stipendio e viene ridotto in fin di vita

Arrestato ad Acri un cinquantaduenne che per mesi avrebbe sfruttato tre ragazzi abbandonando in una pozza di sangue chi osò chiedere il salario

 

ACRI (CS) – Sfruttamento, violenza ed umiliazione. Tra le campagne di Acri dal maggio scorso si è consumata per mesi una storia terrificante. Fino all’inizio del 2018 tre ragazzi, due afghani in possesso del permesso di soggiorno per motivi umanitari e un rumeno, hanno dovuto subire le angherie e le minacce del loro datore di lavoro. Si tratta di un 52enne di Acri, titolare di un’azienda edile, il quale, approfittando del loro stato di bisogno e del disagio economico in cui versavano i giovani, li avrebbe sfruttati quotidianamente facendoli lavorare 14 ore. Per otto lunghi mesi i ragazzi pare siano stati costretti a stare nei campi 7 giorni su 7, dalle 5:00 del mattino alle 19:00, con una sola pausa verso le 13:00 per consumare un frugale pasto adagiati a terra. Le indagini sono state avviate a seguito dell’aggressione subita da uno dei due ragazzi afghani, un 23enne nel giorno dell’Epifania. Al pomeriggio il ragazzo aveva raggiunto a casa il 52enne chiedendo la paga, ma invece di ricevere il proprio denaro è stato aggredito con insulti e minacce. Dopo aver insistito per ottenere lo stipendio il giovane è stato colpito alla testa con una pala e abbandonato esanime in una pozza di sangue vicino l’abitazione del 52enne.

 

Solo l’intervento dei carabinieri della stazione di Acri ha consentito di salvargli la vita. Trasferito d’urgenza in ospedale a causa del grave trauma cranico subito è stato sottoposto a cure intensive dai sanitari prima nel nosocomio di Acri e poi nell’ospedale di Castrovillari. I successivi accertamenti dei militari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Cosenza, hanno portato alla luce la grave situazione che ormai durava da mesi. Secondo quanto ricostruito il 52enne, titolare di un’impresa individuale usava i giovani come manodopera in “nero” impiegandoli, con orari massacranti e senza giorni di riposo, in lavori edili, nella coltivazione dei campi e nella custodia di animali. Il tutto nella più totale assenza di indumenti di lavoro idonei ed apparecchiature mediche in caso di infortunio. Per tali gravissimi fatti il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Cosenza ha disposto nei confronti del 52enne la misura cautelare degli arresti domiciliari per i reati di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e “lesioni personali aggravate”.

 

La vicenda dimostra, ancora una volta, la particolare attenzione e la determinazione con cui i carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza, agli ordini del Tenente Colonnello Piero Sutera, coordinati dalla locale Procura della Repubblica, operano per contrastare il fenomeno del “caporalato”, conducendo un’intensa azione a difesa dei lavoratori coinvolti e di quelle aziende oneste, che indirettamente vengono danneggiate da operatori economici che non esitano a lucrare e fare cassa sulle spalle delle persone più deboli. Già nel mese di settembre 2017, infatti, una brillante attività di indagine, condotta dai Carabinieri di Cosenza, contro il fenomeno del caporalato e lo sfruttamento dei migranti nel territorio della Sila, in particolare a Camigliatello Silano, aveva portato all’esecuzione di 14 misure cautelari (2 custodie cautelari in carcere, 4 arresti domiciliari, 8 obblighi di dimora), su richiesta della Procura della Repubblica di Cosenza, a carico di altrettanti soggetti accusati a vario titolo di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”. La Procura della Repubblica di Cosenza, guidata dal Dott. Mario Spagnuolo, sta sviluppando mirati approfondimenti investigativi, coordinati dal Procuratore Aggiunto, Dott.ssa Marisa Manzini, al fine di individuare ulteriori situazioni di sfruttamento del lavoro, con particolare riferimento all’impiego di cittadini extracomunitari.