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L’INTERVISTA a DonGocò, il rapper-psicologo ci racconta la sua ArteteRAPia

Calabrese doc, e grande amante della sua terra, è riuscito a creare una perfetta armonia tra una professione difficile e una passione, quella per la musica rap, che va ben oltre le rime…

 

COSENZA (CS) – Si chiama Antonio Turano, in arte DonGocò. È un rapper di origini calabresi, di Roggiano Gravina per la precisione. È uno di quelli bravi, che con le rime ci sa fare; sin da quando, negli anni 90, si avvicina per la prima volta a questa disciplina, calcando palchi improvvisati e teatri di periferia, poi diventati sale piene di spettatori, tutti rapiti dal ritmo e dalle parole.

Fin qui, tutto nella norma. Sembra la vita di un ragazzo qualsiasi che muove i primi passi nella cultura hip-hop. Ma Antonio è bravo, lo abbiamo detto, e ha qualcosa in più: quel quid che lo spinge a trasferirsi a Roma e a crescere nella musica… e nello studio!
Migliora come rapper, registra nuovi brani e video, e si laurea in Psicologia Clinica nel 2009. Segue un master e inizia a lavorare come psicologo, riuscendo a coniugare la sua passione per le note con il percorso professionale. Vive tra due mondi, uniti e separati: si divide tra club, serate musicali, lavoro in studio, centri diurni e comunità… E nelle ultime settimane, inaugura l’applicazione pratica di quella che lui stesso chiama “ArteteRAPia”.

Nel suo ultimo lavoro, “Conclamata Normalità”, e in particolare nel singolo “ThisAbility”, riversa tutta la sua creatività e la sua preparazione, lanciando allo stesso tempo un messaggio importantissimo e profondo: “in ogni disabilità ci sono delle abilità sulle quali si dovrebbe mettere a fuoco il proprio obiettivo”.

Abbiamo fatto “quattro chicchiere” con lui…

Antonio Turano (3)

Come sei riuscito a far convivere la passione per il rap con il percorso professionale?
Credo che le due cose siano nate in me più o meno contemporaneamente. Nel video “Pratiche Inevase”, nelle prime immagini, si vede un testo stampato che si chiama “Distorsioni Mentali”. È stato uno dei primi testi che ho scritto, e diciamo che il titolo lascia poco spazio all’immaginazione sul tema che può trattare. All’epoca non conoscevo ancora la psicologia e tanto meno avevo mai sentito parlare di “arteterapia” – (avevo 16/17 anni) – ma il tipo di interessi che avevo era già abbastanza chiaro a rileggerlo oggi…

E poi cos’è successo?
Questa mia inclinazione è stata foraggiata anche dagli incontri fondamentali che ho fatto nel mio percorso di studi. In primis, la cattedra di psicofisiologia clinica di Vezio Ruggeri all’università nella quale ho fatto un lungo e intenso percorso formativo scolastico ed extrascolastico, perché contagiato dalla passione di questo Prof. con la P maiuscola. Da lui, e dal modello di arteterapie ad orientamento psicofisiologico bioesistenzialista che ha formulato negli anni, ho appreso principalmente che non è importante quale strumento si utilizza nella creazione di una relazione terapeutica, ma che è fondamentale il pensiero che guida l’intervento. Tecnicamente viene detto “razionale” ed è ciò tramite cui si dà un senso ad ogni processo che si attiva o si sostiene nel lavoro…

In pratica come funziona?
Beh, senza entrare troppo in terminologie tecniche, tutto si può riassumere in una frase che sentii da lui in una delle prime lezioni e che mi aprì un mondo (e un modo!): “Non è importante quale strumento artistico si utilizza per un percorso arteterapeutico, ma il modo nel quale si utilizzano i diversi aspetti di qualsivoglia strumento. Se il modo è adeguato al percorso e sostenuto da un pensiero, anche la ‘pacca sulla spalla terapia’ può essere giusta”. In quel periodo io già da anni sperimentavo in prima persona, per molti aspetti inconsapevolmente, gli effetti terapeutici e trasformativi che aveva il Rap. Mi sono allora sentito autorizzato a provare a pensare se la cosa avesse potuto avere dei riferimenti scientifici, e se si potesse considerare al pari di qualsiasi altra forma di arteterapia. E lo è assolutamente.

Quindi, possiamo dire che l’ArteteRAPia è una forma di arte-terapia? Un po’ come la musico-terapia e la teatro-terapia?
Esatto. Ma forse è doveroso dedicare ancora due paroline per spiegare in dettaglio cosa si intende per arteterapia.
Per definizione è una disciplina, ormai non più giovanissima, ma ancora poco conosciuta. Ed è importante, pur rischiando di apparire banali, specificare che la musico-terapia, ad esempio, non è ascoltare la musica per stare meglio, né tanto meno farsi una suonata per non pensarci (anche se può aiutare – ride, ndr).
Stiamo parlando di discipline scientifiche che percorrono le stesse strade che percorre la psicoterapia, ma utilizzano linguaggi (e quindi mezzi) diversi. I mezzi, gli strumenti, sono quelli artistici specifici di ogni disciplina.
L’ArteteRAPia, per come la intendo io, mantiene la parola ARTE nel suo significato più antico e completo del creare dando ordine. Nasce dall’esperienza sul campo. Nel lavoro, fin da prima di terminare gli studi, ho man mano ritrovato degli indizi. In qualsiasi tipo di lavoro facessi, utilizzando diversi strumenti come la creta, il teatro, il disegno, e il gioco.
In circa 10 anni di diverse esperienze, questi indizi messi insieme hanno costruito in me la consapevolezza e il modo in cui il Rap potesse essere applicato al pari di qualsiasi altra arteterapia già riconosciuta. Ne ritrovavo elementi in ogni tipo di intervento, dall’assistenza al disabile grave, con il quale era possibile superare momenti critici tramite una filastrocca ritmata che restituiva a lui il senso di quello che stava accadendo, al gioco con la bambina che con un ritardo del controllo degli sfinteri imparava a gestirli dopo un percorso di quella che, volendo, si potrebbe anche definire “filastrocca camminata a tempo”, ma che in sostanza aveva dentro di se tutta la prosodia e la gestualità di un rap elementare.

Antonio Turano (2)

Quindi il Rap si sposa a dovere con tutto ciò?
Sì. E io ho messo insieme i pezzi, tradotto (anzi ritrovato) alcuni concetti teorici della psicofisiologia, della psicodinamica, della gestalt e di altri approcci. Li ho ritrovati in forme molto evidenti nel Rap che credevo una disciplina veramente semplice e che, invece, come tutte le cose semplici, aveva dentro di sé una meravigliosa complessità. E la meraviglia più grande fu quando mi accorsi che nella parola “arteterapia”, il “rap” c’era già… bisognava solo metterlo a fuoco!

Se qualcuno volesse approfondire?
Se qualcuno fosse interessato a spunti più specifici, rileggendo i vari processi che si mettono in atto con questa disciplina, dalla scrittura espressiva all’interpretazione del testo, dalla ripetizione di brani scritti all’improvvisazione a tempo, si ritrovano diversi aspetti che vanno a contribuire al benessere psicofisico dell’individuo.
Se già molti studi (da Pennebaker, 1986 a Solano 2005) hanno evidenziato gli effetti benefici che la scrittura espressiva ha per la rielaborazione di eventi traumatici e ristrutturazione cognitiva ed emotiva, questo si arricchisce degli aspetti relativi al tema del contatto e dell’appoggio quando ci si esprime su una base (“sicura” direbbe Bowlby) musicale.
La relazione tra il recettore (cantante) con lo stimolo (base, strumentale) è regolata dall’attività corporea che con micro e macro movimenti si riorganizza per interpretarne la forma e poterci dialogare al fine di un’esperienza integrata (Ruggieri,1997); questo è vero nell’interpretare il proprio testo e tanto più nell’arte dell’improvvisazione (freestyle) praticata anche in vere e proprie battaglie verbali che, oltre a stimolare i processi cognitivi, favoriscono la modulazione di vissuti aggressivi per poter dar loro una forma espressiva.

Come passi le tue giornate?
Principalmente svolgendo il mio lavoro da psicologo arteterapeuta in diversi contesti. Mi muovo tra il mio studio nel quale ricevo clienti di qualsiasi età, coppie e famiglie per percorsi psicologici; centri di aggregazione giovanile nei quali conduco laboratori artistici e in particolare di Rap così come anche in comunità terapeutiche per adolescenti, in un Punto Luce di Save the Children (spazio ad “alta densità educativa” che offre sostegno a bambini e famiglie di quartieri svantaggiati) e in altri spazi.
Poi, in alcuni centri diurni disabili nei quali faccio principalmente supervisione a gruppi di arteterapia, e in diversi contesti faccio formazione per corsi professionalizzanti rivolti ad OSS, psicologi, animatori sociali e altre figure.
In questo la tecnologia mi assiste e, quindi, tra uno spostamento e l’altro registro memo vocali con il Bluetooth che poi trascrivo e in studio con la mia band Dongo&Co’ prendono forma di canzoni.

Giusto, “la tua band”! Il tuo nuovo singolo si chiama “ThisAbility”…
Sì. È un brano nato anni fa quando lavoravo nella casa famiglia Oikos, che è poi stato il set del videoclip (lo era stato anche nel 2013 del video di “Rimando su”). Lì avevo un ruolo di operatore di base che nell’immaginario comune, purtroppo, è ancora spesso associato a un lavoro di ripiego, mentre, nella mia esperienza ne ho constatato il grandissimo valore. Un lavoro per niente facile, che richiede grande professionalità, tanto che meriterebbe un riconoscimento sociale (e quindi economico) al pari di un qualsiasi altro professionista!
È un’esperienza formativa di valore inestimabile che consiglio a tutti quelli che voglio fare un lavoro come quello dello psicologo.

Immaginavi tutto questo da bambino?
Ho sempre avuto a che fare con quelli che all’epoca venivano chiamati “handicappati”, poi “portatori di handicap”, poi “disabili”, poi “diversamente abili”… insomma “persone diverse dalla normalità a cui siamo abituati”. E fin da piccolo, essendo appunto un bambino, a volte, non ne notavo la disabilità, semplicemente qualcuno poteva starmi più simpatico e qualcuno meno, proprio come tutte le persone. Poi crescendo ho visto quelle persone diventare “disabili” ai miei occhi, perché mentre io crescevo loro rimanevano in quello stato e ne notavo la diversità, la difficoltà a potermi comportare con loro come mi comportavo con gli altri. Allora, se qualche anno prima quella persona per me non era disabile, e ora, pur essendo uguale a prima, lo era, allora ero io che avevo cambiato punto di vista.
Questo è stato un passaggio che mi ha fatto crescere con questa forte convinzione che ho poi ritrovato in diverse esperienze della mia vita, perché quando una cosa ce l’hai in testa poi la ritrovi nel mondo.
All’Oikos ho ritrovato questo modo di vedere la disabilità e quindi la necessità di entrare in relazione con una persona, al di là del disagio che porta, fisico o mentale, e non identificarlo con il suo disagio, ma per le sue caratteristiche, preferenze, gusti e capacità. Ecco quindi che mettendo il focus, nel video, l’obbiettivo della telecamera, sulle abilità di ogni persona, non se ne notano più le disabilità, ma le This (queste) Abilità!

È una questione di punti di vista!
Nell’Oikos, oltre tutte le abilità quotidiane di gestione della casa che gli ospiti sperimentano, è nata da qualche anno una ciclofficina nella quale alcuni di loro lavorano. Ovviamente, sono seguiti da un esperto ciclista e da operatori esperti e appassionati che fanno sì che lì avvenga la magia del restauro di vecchie bici, che passando anche sotto le mani di persone “altrimenti disabili” riprendono vita.

All’interno del pezzo, reciti: “ho creduto in poche cose, da sempre le stesse…”. Quali sono queste poche cose?
La frase continua con “una di queste è che davvero si cresce se si riesce a parlare non a diverse persone ma con persone diverse”. Quindi, non si è “grandi” se si arriva a un esteso pubblico, ma quando sviluppiamo la capacità di comunicare con persone molto diverse da noi. Questo perché quando si riesce ad allargare la propria capacità comunicativa per poter comunicare con persone che sono apparentemente diverse da noi, vuol dire che abbiamo trovato dei territori comuni.
È l’unico modo per potersi incontrare e creare una comunicazione.
È difficile per molti, lo so, perché si è spesso rigidi nelle proprie strutture, “giuste e normalizzate”, così da non dover contattare le nostre parti meno “desiderabili”…

Cosa intendi per “meno desiderabili”?
Si sente spesso dire “io e Tizio siamo proprio uguali”. Si dice perché di ritrovano delle parti di sé nell’altro e queste “risuonano” dentro di noi. Ma in una persona fortemente caratterizzata ai miei occhi da un ritardo mentale riesco a ritrovare parti di me?
Il fatto è che le parti che spesso arrivano prepotentemente addosso, in questi casi, sono le meno desiderabili. Certamente se devo andare a cena con una persona di grande successo sono contento perché in lui ritrovo o ricerco le mie parti di riuscita, narcisistiche, posso ritrovare assonanze con le quali potermi identificare per sentirmi gratificato. Ecco, la stessa cosa avviene al contrario con la disabilità. Ma se si accetta la sfida, la prova di entrare in contatto con quelle parti così nostre, e così nascoste, che dentro di noi abbiamo rifiutato, maltrattato, ignorato, allora dobbiamo rifarci i conti e riaffrontarle, reintegrarle in noi e riappropriandoci così di parti che ci fanno sentire un po’ più completi quando usciamo da quello scambio, più cresciuti.

Un’ultima classica domanda: progetti per il futuro?
Al momento per il futuro solo continuare con il presente (ride, ndr).
Oltre a continuare a portare avanti i progetti lavorativi, vorrei portare un po’ in giro il live con i Dongo&Co’, con i quali stiamo risuonando tutto il disco “Conclamata Normalità” e diversi vecchi brani oltre a comporre nuove cose. Anche con loro c’è, inevitabilmente, un’esperienza di diversità che crea un risultato “unico”. Il batterista, Matteo Raddi, proviene dal pop rock (oltre che dal mio stesso paese… ride, ndr), il chitarrista, Angelo Magnifico, con cui ho condiviso diversi palchi e un disco nel 2006 (Popucià Band), oltre ad aver fatto diverse comparse in miei lavori passati come “Verità” e “Rami” (2011), proviene dal rock classica jazz. Poi al piano c’è, Simone Medori, che ha una grande esperienza e un gusto latin/flamenco/gipsy… insomma, tante contaminazioni per un unico live davvero divertente che speriamo di riuscire a proporre in giro il più possibile.

Grazie Antonio.

Chi volesse saperne di più sui lavori di DonGocò, può visitare il suo canale Youtube o la sua pagina Facebook.




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