In carcere per la Fini-Giovanardi, il racconto di Quintieri dopo l’abolizione

CETRARO – “Se fosse successo un anno fa non sarei stato arrestato”.

La Corte Costituzionale ha bocciato la legge Fini-Giovanardi, la norma che disciplinava la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Entra quindi in vigore la legge 162 del 1990 che prevede sanzioni perlopiù amministrative quali sospensione di patente, porto d’armi e passaporto non oltre i tre mesi. L’effetto che si prevede in Calabria è la scarcerazione di circa il 30% dei detenuti. Una percentuale più alta rispetto al resto d’Italia dove si stima che a lasciare le celle saranno circa 10mila detenuti. Una persona su quattro nei penitenziari, ovvero il 25%, pare infatti sia stata sottoposta al regime carcerario proprio per effetto della stessa Fini-Giovanardi. L’abrogazione della legge, che fu inserita in un maxiemendamento all’interno del decreto che disciplinava la gestione delle olimpiadi invernali di Torino, non avrà effetto immediato. Chi è stato condannato in maniera definitiva dovrà fare una sorta di processo di revisione chiamato incidente di esecuzione.

 

Emilio Quintieri, ex candidato alla camera del partito Amnistia, Giustizia e Libertà arrestato esattamente un anno fa per una vicenda legata all’uso di hashish e marijuana, racconta cosa sarebbe successo se i fatti fossero successi oggi all’indomani dell’abolizione della legge che ha sovraffollato le carceri italiane. “Io – afferma il 28enne Emilio Quintieri che milita nel partito di Marco Pannella – sono stato arrestato il 13 febbraio 2013, a cavallo delle elezioni politiche. Fosse successo oggi non sarei finito in carcere. L’inchiesta riguardava solo questioni di droga. Il reato contestatomi è la cessione di piccole dosi di sostanze stupefacenti, ma anche il possesso di pochi grammi di droghe leggere sino a ieri era punito penalmente. Sono stato detenuto nel carcere di Paola che poteva contenere al massimo 160 persone e invece ne ospitava oltre 300 tutti in celle singole trasformate in doppie. Eravamo stipati in 6 metri quadri per 20 ore su 24. Una situazione ritenuta dalla Corte Europea per i diritti umani regime di tortura. Per questo ho citato in giudizio il Ministero della Giustizia presso il Tribunale di Paola per il trattamento inumano a cui io e tutti gli altri detenuti sono stati sottoposti”.