I neonati subito padroni del linguaggio

I neonati sono in grado di acquisire fin dai primi mesi di vita le regole del linguaggio. Lo afferma una ricerca del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia che ha analizzato la reazione dei cervelli dei neonati all’ascolto del linguaggio parlato dagli adulti.
I ricercatori, che hanno pubblicato lo studio su Pnas, hanno preso in esame alcuni neonati di tre mesi e le loro reazioni, scoprendo che sono perfettamente in grado di comprendere le relazioni intercorrenti fra le varie sillabe che compongono il discorso.
Negli adulti lo stesso meccanismo di riconoscimento viene attivato solo su una esplicita richiesta. Si tratta quindi di una scoperta fondamentale per capire il processo di acquisizione primaria del linguaggio da parte dei bambini.
Secondo le conoscenze scientifiche tradizionali, i bambini iniziano l’apprendimento non imparando parole, ma scoprendo le caratteristiche del segnale vocale: consonanti, vocali, e le combinazioni di questi suoni. Imparare a capire le parole, a differenza del percepire solo i loro suoni, si dice accada più tardi, tra i 9 e 15 mesi di età, quando i bambini sviluppano la capacità di interpretare gli obiettivi e le intenzioni altrui. Un’altra ricerca, condotta presso l’Università della Pennsylvania dagli psicologi Elika Bergelson e Daniel Swingley, dimostra che questa sequenza condivisa nel mondo scientifico sullo sviluppo dell’apprendimento delle linguaggio umano risente di qualche imperfezione: infatti, i bambini già conoscono il significato di alcune parole comuni, a partire dall’età di 6 mesi in poi. Gli studiosi hanno testato 33 bambini tra i 6 e i 9 mesi di età e 50 bambini tra i 12 e i 20 mesi, questi ultimi hanno rappresentato il gruppo di controllo. Il test cui sono stati sottoposti i bambini consisteva nel mettere i piccoli sulle gambe dei rispettivi genitori mentre dovevano seguire su un monitor immagini di cibo o parti del corpo, oppure sagome di persone o oggetti usati in contesti naturali. Il genitore d’altro canto senza poter accedere alla visione del monitor indossava una cuffia dalla quale riceveva indicazioni su cosa fare, in quel caso lo sperimentatore istruiva l’adulto sulle frasi da pronunciare del tipo: “Guarda la mela”, oppure “Dov’è la mano?”. Nel frattempo attraverso un meccanismo in grado di tracciare lo sguardo del bimbo erano registrati i punti in cui lo sguardo del bambino stesso si fermava rispetto alle immagini proposte. Nel riesaminare le registrazioni così effettuate si è potuto osservare che i bambini puntavano il proprio sguardo su quelle immagini di cui contemporaneamente avevano ascoltato il nome, dimostrando in questo modo di riuscire a collegare il nome all’oggetto e pertanto di comprenderne il significato. “Gli studi sulla comprensione linguistica dei bambini piccoli sono pochi, e quelli effettuati riguardavano parole come mamma e papà”, ha poi così terminato Swingley. “Il nostro studio ha provato a testare parole più generiche e i risultati sono molto interessanti”. “L’elemento sorprendente è che i bambini di quell’età non parlano, non camminano, non indicano con il dito”, ha aggiunto Bergelson. “Ma a quanto pare, sotto la superficie, stanno cercando di mettere assieme le cose del mondo e le parole che le indentificano”.