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Figli in gabbia

La stragrande maggioranza dei genitori (non tutti) nutre timori sulla sorte dei propri figli, e questo è del tutto comprensibile. Ma, questo stare sempre in apprensione per ciò che potrebbe loro accadere non dovrebbe mai assumere caratteristiche patologiche.

 

Mi capita, nello svolgimento del mio lavoro, di venire a contatto con future mamme (e ovviamente anche con futuri padri) che mostrano già dall’inizio della gravidanza delle preoccupazioni esagerate nei confronti del feto. Non si tratta di semplici paure, connesse all’idea di ignoto che la gravidanza da sempre evoca, che sarebbero più che giustificate, quanto piuttosto del timore che il loro figlio possa non essere sano e quindi non rispondere all’idea di “figlio ideale” che essi hanno.

Dal momento che oggi la tecnologia, soprattutto mediante l’ecografia, consente un buon controllo dello stato del feto, le loro richieste di individuare o addirittura prevedere malattie future del bambino sono diventate davvero eccessive. Per placare la loro ansia noi medici siamo costretti ad accogliere qualsiasi richiesta che miri ad accertare qualsiasi patologia, purché, ovviamente, sia diagnosticabile con le metodiche a disposizione.

Negli ultimi anni, personalmente, ho modificato il mio approccio nei confronti di tali richieste.

Dopo aver prospettato loro tutte le indagini che possono fare nel corso della gravidanza per controllare lo stato di salute del feto, cerco di risalire all’origine delle loro preoccupazioni sulla sorte del futuro figlio. Innanzitutto, pur riconoscendo che tali preoccupazioni sono del tutto legittime, ricordo loro che purtroppo queste sono solo le prime ad angustiarli, dal momento che inevitabilmente ce ne saranno tante altre durante il percorso della crescita. Poi chiedo loro se quel figlio è davvero desiderato, se lo considerano il frutto del loro amore e se il loro sentimento nei suoi confronti cambierebbe nel caso dovessero venire a conoscenza di qualche sua patologia. Nella quasi totalità dei casi, noto che prima di rispondere si guardano negli occhi, come a cercare l’un l’altro un segno di condivisione del loro pensiero, e quasi all’unisono rispondono che di sicuro non cambierebbe. La loro tensione, allora, si allenta e si stempera in un sorriso.

Tra questi genitori che hanno manifestato maggiori preoccupazioni durante il decorso della gravidanza vi sono quelli che in seguito diventeranno i genitori “spazzaneve” . Quelli sempre pronti a cercare di spianare la strada dei loro figli, non solo quando ciò può risultare necessario, ma anche quando la situazione richiederebbe che i ragazzi se la sbrigassero da soli. Quelli che per ascoltare ogni loro respiro sistemano sensori nella loro stanza. Quelli che a scuola vorrebbero restare nell’aula con i propri figli o vorrebbero partecipare alla gita scolastica. Non capendo che così facendo li danneggiano, in quanto i ragazzi restano dipendenti da loro e non riescono a far fronte alle difficoltà che inevitabilmente incontreranno nella vita, quando si accorgeranno di trovarsi in un mondo dove è difficile trovare un lavoro, un mondo con una situazione ambientale e climatica preoccupante, un mondo pieno di ingiustizie sociali. Un mondo in pratica dove è necessaria una grande resistenza, che loro purtroppo si ritroveranno a non avere.

Se aggiungiamo il fatto che questo atteggiamento di protezione esagerata dei figli da parte di noi genitori, a volte, non è dettato solo da altruismo, cioè dall’amore che in modo del tutto naturale nutriamo nei loro confronti, ma anche da una buona dose di egoismo, allora la cosa diventa ancor piĂą ingiustificabile. E se poi siamo tra quelli che considerano il figlio come una estensione del proprio ego, e se il desiderio di volere un “figlio ideale”, giĂ  di per sĂ© biasimevole, risulta derivare dal desiderio che egli corrisponda all’ideale di persona che avremmo voluto essere e che non siamo stati, allora tutto ciò diventa un serio problema , non solo per lui, ma anche per noi.