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Uccidere la felicità di qualcuno

Il movente dell’uccisione di Stefano Leo, un ragazzo di Torino accoltellato alla gola alcuni giorni fa mentre passeggiava, è qualcosa che lascia atterriti e sgomenti.

 

“L’ho ucciso perché aveva un’aria felice e non sopportavo la sua felicità”. Queste sono le parole pronunciate dall’assassino, quando si è costituito. L’omicida, un ragazzo di origini marocchine e di nazionalità italiana, più o meno della stessa età della vittima, ha usato questa frase inizialmente, per giustificare l’atroce gesto che aveva commesso un mese prima nei confronti di una persona che non conosceva nemmeno.

Due sono gli elementi che risaltano maggiormente in questo ennesimo barbaro omicidio: il primo è che la vittima fosse sconosciuta all’assassino (l’aveva scelta a caso tra i passanti, sebbene avesse operato tale sciagurata scelta tra le persone che gli sembravano felici); il secondo è che avesse come colpa quella di essere (o forse solo di sembrare) felice.

Una notizia del genere prima ancora che inorridirci, ci lascia smarriti e attoniti, ma non del tutto increduli, perché un’azione di questo genere può essere ricondotta ad uno dei sentimenti più negativi, più perniciosi e, purtroppo, più diffusi, capace di impadronirsi dell’animo umano e di farlo precipitare nel baratro: l’invidia.

Questo tragico avvenimento rientrerebbe, dunque, tra quelli in cui l’invidia, oltre a far trasgredire le leggi della morale, può spingere un essere umano a trasgredire anche le leggi della società, fino al punto da fargli compiere un omicidio.

Ma, in questo caso, c’è qualcosa che non torna. Di solito si invidiano le cose materiali che gli altri posseggono, e che eventualmente possono essere loro sottratte, portando un vantaggio a chi se ne appropria indebitamente, ma difficilmente si invidiano i sentimenti. Non fosse altro perché di essi non si può entrare in possesso e quindi non se ne può ottenere un vantaggio. O per lo meno, può anche succedere che l’oggetto dell’invidia sia un sentimento, come ad esempio l’amore ( sebbene sia facile che l’amore, in quel caso, venga confuso con il desiderio di possesso di qualcosa di concreto, come può essere erroneamente considerata la donna- o l’uomo- che un’altra persona ha accanto a sé).

Ma, che qualcuno arrivi ad invidiare ad una persona il sentimento che racchiude tutti gli altri sentimenti positivi, cioè la felicità, e a farlo fino al punto di voler uccidere quella persona, nella assurda convinzione che togliendole la vita, e con essa le sue promesse e le sue speranze, possa trarne per sé, se non un vantaggio materiale, almeno una soddisfazione e una gratificazione personale, è davvero una cosa sconvolgente, che travalica ogni idea di cattiveria.

Uccidere qualcuno che riteniamo causa della nostra infelicità può avere una sua perversa logica, ma uccidere qualcuno che neanche conosciamo solo perché pensiamo che sia felice, cosa che non ha nulla a che fare con la nostra felicità, o meglio con la nostra presunta infelicità, risulterà difficile da comprendere, non tanto agli altri, che comunque troveranno spiegazioni sociologiche e psicologiche più o meno valide, ma a noi stessi che abbiamo compiuto quell’atto, quando avremo modo di elaborare quello che siamo stati capaci di ideare prima e di mettere in pratica poi. Forse però dalla motivazione agghiacciante di questo omicidio può venir fuori, paradossalmente, un barlume di speranza.

Volere ottenere per sé la felicità è un’aspirazione non solo legittima, ma anche nobile, che eleva chi ce l’ha, perché la felicità rappresenta il raggiungimento di uno stato d’animo, alla cui realizzazione concorrono elementi inerenti alla sfera dei sentimenti più belli e più alti. Ed è per questo motivo che ritengo che provare un po’ di invidia, per chi sembra aver raggiunto questa meta, possa essere ritenuto meno deprecabile che provare questo stesso sentimento, comunque deleterio, nei confronti di chi possiede cose materiali.

Forse non è un caso che l’assassino si sia costituito, ed il fatto potrebbe testimoniare non solo un suo pentimento, ma anche la possibilità che il suo animo possa ancora redimersi.