La sfortuna, il caso e l’isola della solidarietà

La generosità manifestata dalla gente nei confronti delle popolazioni sfortunate, alle quali il terremoto ha distrutto le loro case, è un grande esempio di solidarietà. Esso va a sommarsi a quello dato dai volontari italiani e da alcuni gruppi di migranti, che hanno portato il loro aiuto a chi ha perso tutto con il terremoto dell’agosto scorso.

Queste manifestazioni di sentita e commossa partecipazione alle sventure dei nostri simili dimostrano, in maniera inequivocabile, come ognuno di noi, singolarmente, è molto meglio di quello che, a volte, vuole sembrare. Infatti, nei momenti tragici la solidarietà umana non conosce limiti, né differenze di pelle, di religione e di civiltà. E quando sembra che essa latiti è solo perché la paura ci fa girare dall’altra parte.
Pochi giorni fa, Papa Francesco, parlando della situazione dei migranti, ha detto che la solidarietà sembra essere una parola malvista dallo spirito mondano, ma che non bisogna tuttavia scoraggiarsi, perché ci sono molti segnali positivi, “anche se l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare ed assistere i profughi e i migranti, viene oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo”. Ed ha aggiunto che “la solidarietà è un modo di fare la storia”.

Queste parole, sebbene riferite ad un altro contesto, ben si accordano con l’altruismo che, in questi giorni, si sta manifestando nei confronti degli abitanti delle zone colpite dal terremoto. E ciò è dovuto al fatto che le due situazioni, quella delle popolazioni che hanno perso tutto a causa del sisma e le popolazioni dei migranti, che hanno perso tutto a causa di guerre, devastazioni e povertà, hanno in comune almeno due elementi: la sfortuna ed il caso.

A questo proposito, voglio riportare qui di seguito, una metafora che ho scritto per i miei figli.

L’ISOLA DELLA SOLIDARIETA’

Vivere in una stessa epoca e condividere un determinato spazio temporale dovrebbe essere un elemento cementante, qualcosa da farci sentire uniti e da stimolarci a provare interesse per le condizione e le necessità degli altri. E’ come se fossimo approdati tutti noi (7 miliardi di essere umani) su una grandissima isola deserta, in seguito ad un naufragio e che ora lì, tutti insieme, dovessimo provvedere alla nostra sussistenza.

In una tale rappresentazione, non sarebbe concepibile che le persone che si trovano ad occupare ( per una semplice casualità) la riva o zone che offrono una situazione di vita più sostenibile, con a disposizione maggiori risorse, possano ritenere che quel posto sia di loro esclusiva pertinenza e perciò disinteressarsi degli altri naufraghi. Ognuno dovrebbe sentirsi vicino al destino dei propri compagni di viaggio, dal momento che quel destino è anche il suo. Si tratta di un fatto di buon senso e di umanità, nonché di giustizia.

Può capitare che alcuni abitanti di una zona migliore, magari anche dopo averla migliorata, si sentano in diritto di accampare pretese di proprietà, scordandosi che per quella condizione iniziale privilegiata, essi debbano essere solo grati al Caso. Sarebbe del tutto comprensibile se, una volta approdati sull’isola, la precarietà della situazione ed il rischio della vita che ognuno correrebbe, di fronte alle estreme difficoltà presenti, dopo un momento di condivisione della gioia per essersi messi in salvo, portasse ad una lotta per la sopravvivenza (è la natura umana che lo contempla).

L’entità di tale lotta sarebbe ancora maggiore se si dovesse percepire una limitatezza delle risorse a disposizione. E anche questo potrebbe essere comprensibile.
Nel caso in cui, però, ci si dovesse accorgere che tali risorse non sono scarse in assoluto, ma solo non equamente distribuite, per motivi vari, pretendere una condizione privilegiata, risulterebbe incomprensibile e soprattutto ingiusto. Una volta che ci si è assicurati la propria salvezza, la consapevolezza della difficile situazione degli altri abitanti dell’isola, dovrebbe riaffiorare alla coscienza.

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La loro triste condizione, sotto gli occhi di tutti, non sarebbe facilmente eludibile ed il meccanismo della solidarietà dovrebbe fare la sua comparsa (non fosse altro che per un senso di colpa). Allora, mi domando: il problema della non comprensione e della non partecipazione alla misera esistenza di tanta gente nel mondo, può essere dovuta al fatto che essa stia fuori dal nostro orizzonte visivo, al fatto che, non correndo noi lo stesso loro pericolo, chiudiamo gli occhi e facciamo finta di nulla?

Possiamo noi perdonarci questa miopia, questo non riuscire a vedere e a comprendere le sofferenze di altri esseri umani, nostri contemporanei?

La visione di insieme di ogni periodo storico ci consente di capire da quale parte ci siano stati soprusi o quali popolazioni abbiano sottomesso altri popoli.
Le responsabilità non possono essere date da noi, osservatori e giudici della storia, in quel momento, ad altre popolazioni di secoli o millenni precedenti, ma dobbiamo ritenere responsabili principalmente i loro contemporanei. Da questa considerazione deve partire lo stimolo per trovare la soluzione del grande problema della diseguaglianza. Si tratta di un lavoro immane quello da fare, che richiederà tanto tempo, ma intraprendere la strada della solidarietà è il primo passo da compiere in quella direzione.

Prendendo spunto da una frase di Samuel Johnson che dice: “la vera misura di un uomo si vede da come tratta qualcuno da cui non può avere nulla in cambio”, direi che potremmo fare la nostra parte agendo disinteressatamente per il bene comune, senza cercare sempre il nostro utile.

Un giorno altre generazioni di un lontano futuro, quando analizzeranno questo minuscolo nostro transito, in questo altrettanto minuscolo periodo storico, potranno considerarci in due modi diversi. O corresponsabili delle sofferenze inflitte ai nostri contemporanei, o un popolo di uomini che, provando a risolvere le disuguaglianze e le ingiustizie, dando così un significato alto al proprio essere, ha consentito ad altri uomini, loro contemporanei, di elevare la loro esistenza a quella dignità che ogni uomo ha diritto di avere. A noi la scelta!