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Pedace, “la Pecorella”: tradizione e un culto di una festa tramandata da 300 anni

Attesa, emozionante e suggestiva. Simbolo della mansuetudine e rassegnazione della Vergine Maria nel sacrificio alla Croce, la tradizionale festa della Pecorella è l’evento patronale di Pedace che ricade la quarta domenica di settembre

 

CASALI DEL MANCO (CS) – Con i suoi circa 3500 abitanti Pedace si trova a una trentina di chilometri da Cosenza ed è considerato come uno dei centri di maggior interesse storico-antropologico e architettonico della nostra provincia. Arroccato alle pendici del monte Stella, è conosciuto con il nome dialettale di “timpune e Stilla” e si affaccia sulla sottostante valle del fiume Cardone. Il suo vasto territorio si estende fino all’altopiano silano ed ospita anche la cima più alta, monte Botte Donato, Ma anche le vette di Timpone Tenna e Timpone Bruno che creano una fusione magica perchè da lì nascono le sorgenti del fiume Crati le cui acque scorrono nel territorio di Aprigliano, passando per Cosenza per tuffarsi nel mar Ionio.  Quella della pecorella è una festa che racconta la bellezza e la forza di un territorio ricco di tradizione che onora la Madonna con preghiere e canti, a lei dedicati.

 

La pecorella

La Protettrice di Pedace è, appunto, la Madonna Addolorata detta “La Pecorella”. Simbolo della mansuetudine e rassegnazione della Vergine Maria nel sacrificio alla Croce. La celebrazione solenne viene caratterizzata col nome di “Festa della Pecorella”. La tradizione narra che i padri cappuccini, nel XVII secolo, erigendo un Convento ed una Chiesa (dell’Addolorata), introdussero la devozione alla Madonna Addolorata. Pedace ebbe così il suo santuario, il simbolo della fede dei padri. La statua della Madonna è custodita per gran parte dell’anno nella sua chiesa. In occasione della Festa che si svolge a metà settembre viene portata nella chiesa dei SS. AA. Pietro e Paolo. Al termine della festa viene nuovamente accompagnata nella Chiesa dell’Addolorata. Il 25 settembre 1999, in occasione della “Festa della Pecorella”, fu fatto il gemellaggio con il comune di Santa Fiora (Grosseto), per rafforzare gli scambi sociali, commerciali e culturali fra i due paesi che hanno molte caratteristiche in comune. Il gemellaggio è stato possibile perché il sindaco di Santa Fiora, Luigi Vencia, era originario di Pedace.

Il cavallo bruciato

La vigilia della Festa della Pecorella è scandita da una “processione parallela” a quella vera del giorno successivo. È un antico rito propiziatorio per favorire la pioggia durante il periodo invernale. Al calare del sole, un cavallo di cartapesta con il suo cavaliere fantoccio viene portato da un volontario sulle spalle e girato per le vie del paese. Il cavallo viene preceduto dal rullio dei tamburi che rappresentano i tuoni, mentre, nella bocca del cavallo vengono accesi dei fuochi d’artificio, a simboleggiare i fulmini. L’evento è molto atteso dai ragazzi che seguono il cavallo per tutto il suo tour. All’arrivo sul sagrato della chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, cavallo e cavaliere vengono dati alle fiamme, in un tripudio di battimani.

Chiese e monumenti

La principale chiesa del paese è la Chiesa SS. Apostoli Pietro e Paolo, del XVI secolo. È formata da tre navate, sulla cui sommità è collocata una croce latina. Sulla facciata un rosone centrale che sovrasta il portale d’ingresso, e due rosoncini nello stile del 1600. Con la sua base pari a 40 x 20 metri è la più grande rispetto alle chiese dei dintorni. Posta nello spiazzo chiamato “Le Pezze”, nel 1500 aveva di fronte l’ospizio di San Nicolò e a sinistra la Chiesa della Confraternita di Santa Maria della Pace. Sull’ultimo arco, a destra, conserva ancora una decorazione in pietra del 1580, data in cui venne fatta una ristrutturazione e un ampliamento. Il 7 settembre 1539, il re Carlo V, per ricambiare alcuni doni ricevuti dagli abitanti dei casali, elevò 24 chiese calabresi a cattedrali, tra le quali la chiesa di Pedace. Con il terremoto del 1638 venne aggiunta una nuova cappella con il titolo di S. Maria della Misericordia o dei Suffragi. Al suo interno è presente la Cappella del Sacramento in stile barocco, il presbitero in legno di noce intarsiato del 1806, l’altare maggiore in legno in stile barocco napoletano. Diversi dipinti presenti: “La pesca miracolosa” e “La Trinità” e il cielo dipinto del 1771 sono attributi al pittore Cristoforo Santanna. Sull’arco dell’abside si eleva la cupola, intessuta con vimini e dipinta da un certo Bevacqua di Spezzano della Sila al culmine della quale è rappresentata la colomba dello Spirito Santo che incombe sul presbiterio. Il pulpito in legno di noce e castagno del 1700 e opera di alcuni artigiani locali è attaccato alla penultima colonna di destra. Nella sagrestia invece sono presenti stipi in noce intarsiata del 1848 ad opera di Giuseppe Leonetti di Serra Pedace.

 

Nella piazza a lato della chiesa è presente il Campanile che si eleva su quattro livelli ed è alto 37 metri. In passato era in stile romanico, così come si può osservarlo nel quadro della pala dell’altare maggiore presente nella Chiesa di S. Maria di Monte Oliveto. Composto da cinque piani, terminava a cuspide piramidale quadrata. Quest’ultima e il quinto piano rovinarono in seguito ad un terremoto nel 1800 e al loro posto fu costruito un tamburo sulla quale poggia una snella cupola e una lanterna dove, nel 1912, vennero collocate la tre campane dell’orologio. Le due più piccole vennero rifuse nel 1977. La più grande, rifusa anch’essa nel 1803, si dice “sorella” di un’altra presente a Celico. Custodisce al suo interno una capsula del tempo collocata dal sindaco Rita Pisano in memoria alle generazione future che avranno l’onore di aprirla. Il campanile è stato nuovamente restaurato negli anni 2000. In corrispondenza di alcuni cantoni del campanile sono presenti delle maschere apotropaiche contro il malocchio.

La Chiesa di Santa Maria di Monte Oliveto fu costruita nel 1563 dai frati del luogo che vi avevano annesso un convento. Nella facciata principale, si apre il portone ad arco sormontato da una monofora ad arco. L’interno, ad un’unica navata, custodisce un polittico su tela firmato Hippolitus Burghesius del 1612 raffigurante la Madonna di Monte Oliveto tra San Pietro, San Paolo, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Nella parte in basso, è possibile notare la Chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo affiancata dal campanile, così com’era all’epoca dell’artista. Il dipinto rappresenta una notevole ricchezza d’arte per Pedace. È ormai diventata tradizione far visita la notte di Pasqua alla Madonna di Monte Oliveto. Al termine della messa, i fedeli della parrocchia di Pedace, insieme a quelli di Serra Pedace, si recano nella Chiesa di Santa Maria per“ricevere le grazie” dalla Madonna. La tradizione nacque in passato, come forma di omaggio, perché secondo i fedeli aveva protetto il paese durante i forti terremoti dei secoli scorsi. La visita è accompagnata dall’esibizione della banda musicale di Pedace e dall’accensione di un fuoco nello spiazzo a lato della Chiesa.

La Chiesa dell’Addolorata, presente in via Cappuccini. Originariamente era annessa al vicino convento che venne chiuso dopo il terremoto del 1783 e definitivamente abbandonato dai religiosi nel 1866 dopo l’incameramento dei beni ecclesiastici. Il convento è stato distrutto per dare spazio al cimitero comunale. La chiesa, invece, è stata ristrutturata di recente. Nella Chiesa viene conservata la statua della Vergine Addolorata, detta “La Pecorella”. Ogni anno, alcuni giorni prima della festa patronale, la statua viene portata in processione nella Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. La settimana successiva alla “Festa della Pecorella”, la Madonna viene poi riaccompagnata nella sua Chiesa.

Il Convento di San Francesco di Paola venne costruito nel 1617 sui resti del cenobio della confraternita di Santa Maria della Pietra. Il complesso architettonico a base rettangolare è collocato su un masso di notevoli dimensioni. Una leggenda popolare narra che il progetto iniziale prevedeva la costruzione del convento, all’inizio della strada. In quello stesso punto, attualmente è presente una piccola croce realizzata da alcuni fedeli come forma di devozione al santo. Sempre secondo la tradizione, si tramanda, che gli operai addetti alla costruzione del convento, ogni mattina trovavano i materiali inspiegabilmente spostati sul grande masso. I manovali riportavano i materiali nel luogo prestabilito, ma il giorno successivo li trovavano nuovamente spostati sul masso. Non si sa quante volte si ripeté questo fenomeno. Alla fine compresero che era volontà del santo la collocazione della pietra angolare sulla roccia monumentale, e così decisero di costruivi il complesso. Sotto la struttura è presente anche un tunnel di trenta metri, chiamato “Lamia”. Al suo interno sono ancora presenti due vecchi abbeveratoi, alimentati da una sorgente di acqua limpida e fresca, dove anticamente trovavano ristoro gli asinelli di ritorno dal lavoro dai monti vicini. L’intera struttura, con il passare del tempo, ha subito ingenti danni. Ristrutturato di recente, è stato destinato a centro culturale per ospitare concerti, rappresentazioni teatrali, convegni, meeting e cerimonie private. In basso, all’altezza del fiume, nel 1799 venne costruito un antico mulino utilizzato dei frati.

La cucina tradizionale: “la cuccìa”

La cuccìa è il tradizionale piatto preparato in occasione della Festa della Pecorella. E’ tipico della provincia cosentina, a base di grano bollito, carne di capra e spezie. Viene preparato tradizionalmente nei comuni della fascia pre-silana. Per la preparazione si usa un contenitore tradizionale in terracotta che prende il nome di pignata. I primi accenni relativi a questa antica tradizione sono stati scritti da Vincenzo Padula, prete, poeta di Acri. Si Segnala una pietanza simile in Sicilia che però è un dolce. Attualmente non ci sono certezze sull’origine. Per assonanza e somiglianza, un’ ipotesi è quella della derivazione dal cous-cous, il tipico piatto arabo e saraceno. Per tale ragione il piatto risalirebbe alle origini dei casali pre-silani, quando i saraceni invasero Cosenza. Degna di nota è la particolarità dell’aggiunta di carne di maiale a quella di capra (della tradizione saracena) che sembra come l’appropriarsi di una pietanza, per negarla a chi è di tradizione mussulmana e ritiene il maiale un animale impuro. Un’altra ipotesi sull’origine, non verificata storicamente e che fa parte della tradizione orale e riguarda i casali dell’area pre-silana, è quella secondo cui il nome “Cuccìa” deriverebbe dal processo di selezione del grano che veniva fatto chicco per chicco per separarlo dalla “veccìa”. Secondo quest’ultima ipotesi l’origine del piatto viene fatta risalire al XXVI sec. d.C. quando fu realizzato il convento di S. Francesco di Paola a Pedace, costruito sui resti del cenobio della confraternita di S. Maria della pietra. Anticamente la Cuccìa veniva accompagnata sempre da un bicchiere di vino rosso in modo tale da smorzare il gusto particolare della capra.