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Comfort food, quando preoccuparsi

Ognuno di noi confida le proprie debolezze, sopperisce alle proprie mancanze in un piatto in particolare, perché legato a sensazioni e a ricordi  personali.

 

Ciascuno ha il proprio cibo consolatorio: è capitato a tutti, può essere una pizza o una fetta di pane spalmata con crema al cacao, un gelato o un pollo arrosto. Qui l’espressione “comfort food”, ovvero “cibo di conforto”. Se il meccanismo non si attiva con troppa frequenza non c’è nulla di male. Si tratta, in genere, di alimenti legati a un vissuto profondo e individuale. A volte sono cibi semplici e relativamente sani, altre volte si tratta di vere e proprie bombe caloriche, dolci o salate. In ogni caso si tratta di cose che mangiamo non per fame, ma per una spinta psicologica.

Purtroppo il fatto di utilizzare un alimento come una sorta di antidepressivo alimentare può avere effetti molto negativi. Il primo e più evidente è registrato dall’ago della bilancia: la dipendenza da cibo è una delle cause più frequenti di obesità. Quando il meccanismo ci spinge a mangiare ogni volta che ci sentiamo ansiosi o infelici diventa automatico e inconsapevole. In questi casi è anche particolarmente difficile rispettare una dieta dimagrante perché il rapporto con la tavola è compulsivo e simile alla dipendenza da droghe. Se siamo in forte sovrappeso e dobbiamo spezzare un meccanismo già radicato occorre senz’altro rivolgersi a uno specialista. Se invece dobbiamo combattere un impulso possiamo concentrare la nostra attenzione su quali valori emozionali attribuiamo ai diversi cibi. Invece di coccolarci mangiando, impariamo a combattere la malinconia con armi diverse, ad esempio con la compagnia degli amici, con un po’ di sport o con altre attività piacevoli. La nostra linea, ma anche la nostra autostima, ci ringrazieranno.