Padri di ieri e padri di oggi

Noi figli delle generazioni passate, cioè quelle degli anni cinquanta, sessanta e settanta del secolo scorso, avevamo, paradossalmente, una maggiore autonomia rispetto ai nostri figli e ai nostri nipoti, in pratica ai giovani di oggi.

 

Questo avveniva perché avvertivamo la presenza dei nostri padri come meno costante, e per questo meno ingombrante, sebbene essi rappresentassero sempre un punto di riferimento imprescindibile. Ciò era dovuto, almeno in parte, al fatto che i nostri padri, probabilmente, fossero meno insoddisfatti di quelli di oggi, e non avessero quindi la necessità di identificarsi con noi figli. Eravamo delle entità del tutto separate. Si verificava pertanto che essi, nonostante fossero autoritari e in qualche modo più distanti affettivamente ed emotivamente, venissero percepiti da noi figli in maniera più definita, con precisi compiti. Sapevamo così cosa potevamo aspettarci da loro.

I padri di oggi, invece, pur stando molto vicini ai loro figli, in realtà sono molto lontani da loro, e con i loro comportamenti ondivaghi ed indefiniti finiscono per non essere visti come modello di riferimento. Ovviamente, non si può generalizzare, sebbene questa sorta di vaghezza nei comportamenti dei padri rappresenti oggi una caratteristica abbastanza comune. La possiamo ritrovare un po’ in tutti i tipi di padre, non solo nel padre “assente”, cosa comprensibile. La ritroviamo anche nel padre “debole”, quello che rappresenta la risposta al padre forte di un tempo, quello che ha bisogno di consenso e di approvazione, e che può suscitare nei figli sensi di colpa e di imbarazzo, proprio per questa sua debolezza, provocando spesso danni peggiori di quelli che può provocare un padre forte ed autoritario. O nel padre “geloso”, cioè in quel padre che non riesce a diventare padre dei suoi figli, che resta per loro un estraneo travestito da padre, che vede in loro una minaccia alla sua giovinezza ed alla sua libertà. O nel padre “complice” o “ sedicente amico”, cioè in quello per il quale la complicità con i propri figli sembra essere l’ultima via praticabile per recuperare un ascendente, che possa sostituire l’autorevolezza, quella che si è persa riducendo le differenze costitutive della figura dell’adulto, compresa quella differenza fisica, che un padre oggi tenta di annullare, con il culto del giovanilismo.

Un’altra caratteristica comune oggi a tutti i tipi di padri è quella di vedere il proprio figlio come l’estensione del proprio ego. O meglio il mezzo per esprimere il proprio modo di essere, le proprie fantasie di realizzazione, i propri bisogni narcisistici.

Un padre, oggi, per rifarsi dalle frustrazioni, dalle insoddisfazioni personali, punta sulle qualità vere o presunte di un proprio figlio. Molto spesso, ritiene che il successo del figlio possa, da una parte, attestare il proprio valore di padre, e, dall’altra parte, rappresentare una forma di risarcimento a tutti i propri insuccessi. Ma, quando i figli diventano un prolungamento di un padre, e vengono visti da questo come una propria personale seconda “possibilità”, si finisce con il confondere la propria felicità con quella del figlio.

Ogni padre diventa allora un allenatore, un personal trainer del proprio figlio, e per questo motivo non è disposto ad accettare uno suo scarso risultato in qualsiasi ambito, da quello scolastico a quello sportivo. Non vuole riconoscere, anche quando la cosa è fin troppo evidente, che il mancato raggiungimento di un obiettivo da parte del figlio possa essere legato ad una mancanza di talento di quest’ultimo. Allora ecco che un padre diventa tuttologo, pur di poter provare ad impartire lezioni al figlio, e suo avvocato difensore quando il caso lo richiede, cosa che si verifica abbastanza di frequente. Non capendo che tale difesa viene percepita anche come un tentativo di difendere se stesso, in quanto ritenendosi il precettore del figlio, ha paura che una cattiva riuscita di quest’ultimo possa chiamarlo in causa ed inchiodarlo alle sue colpe, alle sue mancanze ed alle sue responsabilità.

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