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L’influencer troppo influente

Tutto ha un limite. Posso capire che qualcuno riesca ad influenzare una persona con il suo stile di vita, o con il suo pensiero, ma credo che ci sia (o almeno dovrebbe esserci) un limite anche a questo (a meno che non si tratti di un vero e proprio plagio).

 

Vedere che una persona possa essere influenzata da qualcuno nell’acquisto di una normalissima bottiglia d’acqua, ad un prezzo molto al di sopra del valore di mercato, solo perché sulla bottiglia questo qualcuno (“influencer”) ha apposto la sua firma, non come autografo al momento dell’acquisto, ma per immetterla sul mercato come edizione limitata, mi sembra, incomprensibile, inaccettabile, e francamente assurdo.

Quello che mi sembra ancora più assurdo, però, è come sia possibile che una persona possa autodefinirsi influencer, quasi si trattasse di un mestiere, solo perché ha impostato la sua vita alla ricerca di visibilità, cercando di ottenere molti consensi ai suoi post, ai suoi video e di avere un numero elevato di contatti sul suo blog o i suoi social. Semmai dovrebbero essere gli altri a considerarla tale, seguendola, leggendo quello che scrive, ritenendola degna di essere un loro punto di riferimento. Ma, soprattutto, non dovrebbe impostare la sua vita con il preciso intento e con l’ossessione di diventare un influencer.

Lo stesso desiderio di diventare influencer porta alcuni ragazzini a registrare video che li vede protagonisti, per poi postarli su youtube con la speranza di ottenere molte visualizzazioni e diventare famosi. In questi video, spesso, spiegano le strategie da utilizzare nei videogiochi più in voga. Rimango sconcertato nel vedere come essi riescano ad incantare tanti loro coetanei (compresi i miei figli) e a tenerli inchiodati davanti ad un display, con immagini e discorsi banali. Il loro successo sembra essere decretato dal possesso di una sola dote: la faccia tosta. Ma forse è proprio questa la cosa che seduce i ragazzi, soprattutto quelli che non hanno questa stessa dote, ma che vorrebbero averla e per questo si immedesimano in loro.

Poi però il mio sconcerto si stempera quando mi tornano alla mente quelle scene di quando ero ragazzo, che mi vedono assorto, incantato, davanti ad un personaggio che, usando come palcoscenico il suo camion pieno di luci e di oggetti vari, con la sua voce impostata e con i suoi gesti plateali, invita gli astanti ad acquistare delle buste che potrebbero contenere dei tagliandi che danno diritto ad un premio, per poi passare ad una compravendita come in una specie di mercante in fiera.

Anche il ricordo di quello che avveniva con certi personaggi dello spettacolo, di tanto tempo fa, mi porta ad dover ammettere che poi alla fine tutto si ripete. Questi personaggi, infatti, soprattutto donne, attraverso la popolarità raggiunta riuscivano ad acquisire un carisma tale da portare i loro ammiratori (allora non c’erano né fan né tanto meno follower) a scimmiottarli e a seguirne le mode che introducevano. C’era però una differenza sostanziale, si trattava in quei casi di persone che eccellevano in qualche attività: la recitazione, il ballo, il canto, ecc. Svolgevano in altri termini un mestiere, per il quale venivano valutate ed eventualmente apprezzate. Solo come effetto collaterale esse assurgevano a modello di stile, di eleganza, che si traduceva nell’imitazione pedissequa del loro taglio di capelli, del loro modo di vestire, ma anche del loro modo di muoversi, di gesticolare, e di parlare.

Non c’era da parte loro un’intenzione, almeno iniziale, di svolgere quell’attività con il preciso scopo di utilizzare l’eventuale successo raggiunto come mezzo per influenzare la gente. Ovviamente, con il passare del tempo, esse prendevano coscienza del fatto di essere diventate un punto di riferimento nella moda, nel costume (oggi si dice “fare tendenza”), in pratica, di essere diventate capaci di condizionare nelle scelte i loro estimatori. Questo effetto collaterale del successo non poteva che essere apprezzato da loro, in quanto vantaggioso, dal momento che ciò le rendeva prede (?) delle varie aziende che dovevano pubblicizzare i propri prodotti. Diventavano in quel caso delle “testimonial”, termine meno pretenzioso di influencer, forse anche più impegnativo, e di sicuro più rassicurante, rispetto a quest’ultimo, che dà l’idea di condizionamento e, soprattutto, di sottomissione.