Il fine non giustifica mai i mezzi. Ecco perchè non può farlo

La vicenda che ha portato il sindaco di Riace, Domenico Lucano, agli arresti domiciliari, con l’accusa, tra le altre, di “favoreggiamento di immigrazione clandestina”, ha creato due fronti contrapposti: da un lato vi sono i suoi sostenitori e dall’altro i suoi detrattori.

 

Al di là della considerazione che ognuno di noi può avere del protagonista (la mia è buona) e dell’opinione che si è fatta su questa vicenda (la mia è un po’ meno buona), quello su cui vorrei soffermarmi è sulla validità o meno del detto (machiavellico?) “il fine giustifica i mezzi”.

Questa affermazione risulta, secondo me, molto discutibile, sia da un punto di vista generale, sia se andiamo ad analizzare quale sia questo fine. Il fine, infatti, per quanto nobile possa essere andrà ad avvantaggiare sempre qualcuno e a svantaggiare qualcun altro, e che anche se si dovesse ritenere che una certa azione possa rappresentare un vantaggio per la maggior parte della gente, questa spiegazione non potrebbe mai giustificare il fatto che per raggiungere quel fine possano essere sacrificati i diritti di altre persone.

Dovrebbe restare sempre vigente il principio per il quale l’esercizio di un diritto di qualcuno non deve ledere i diritti di altri. Anche se noi rappresentiamo una maggioranza, anche se gli altri hanno compiuto per primi azioni che riteniamo ingiuste, non possiamo, in nessun modo, per ottenere quello che per noi potrebbe rappresentare, a volte, una specie di risarcimento, usare qualsiasi tipo di mezzo. Si rischierebbe altrimenti di dover giustificare le guerre contro gli infedeli, la pena di morte, e anche eccidi come l’olocausto.

Il fine, ancor di più in uno stato di diritto, non può mai giustificare i mezzi, perché se questi sono sbagliati finiscono inevitabilmente per pervertire il fine.

Mezzi ritenuti illegittimi potrebbero essere giustificati solo nel caso in cui vi fosse la certezza di un fine legittimo e che non lede i diritti di nessuno. Dovrebbe esserci, in altri termini, un vantaggio per tutti, cosa non facile da ottenere. D’altra parte, nel caso di un fine superiore, e ben accetto da tutti, qualsiasi mezzo sarebbe anch’esso ben accetto da tutti e per questo verosimilmente non sarebbe neanche da ritenere illegittimo, dal momento che, oltretutto, non sacrifica il diritto di nessuno.

E’ chiaro che tutto questo ragionamento ha valore se pensiamo in termini prevalentemente materialistici ed utilitaristici (magari a vantaggio di tutti, ma sempre di tipo utilitaristico). Se cambiamo prospettiva ed analizziamo le nostre azioni in senso più spirituale dovremmo porci un’altra domanda, dovremmo chiederci se per noi siano più importanti le cose che facciamo o come le facciamo. In quest’ottica credo che sia più importante il “come” le facciamo. E’ il “come” abbiamo fatto una certa cosa che fa parte di noi, della nostra natura , che svela quello che siamo, non la cosa fatta in sé che, oltretutto, essendo il risultato di un’azione, potremmo anche non riuscire ad ottenerla, nonostante i nostri sforzi, il nostro impegno e le nostre buone intenzioni.

La nobiltà del fine, dunque, sta anche nella nobiltà dei mezzi che verranno utilizzati, quindi del “come” quel fine verrà raggiunto. Deve esserci la nobiltà sia dell’uno che degli altri, altrimenti la mancanza di una delle due non può che inficiare la bontà dell’altra. E si potrebbe, addirittura, correre il rischio che un fine anche legittimo possa nascondere la voglia di usare a tutti i costi certi mezzi, non altrettanto legittimi.