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MORO

A Castrovillari quarto appuntamento della rassegna ‘Invito al Teatro’

Il sipario del Sybaris si aprirà alle 21,00 per il gradito ritorno a Castrovillari di Ulderico Pesce.

 

CASTROVILLARI (CS) – Il pubblico castrovillarese negli anni scorsi ha avuto modo di apprezzare la forza e la schiettezza con la quale l’autore e attore lucano propone il suo teatro impegnato e di denuncia. “L’innaffiatore del cervello di Passannante”, “Storie di scorie: il pericolo nucleare italiano” e “FIATo sul collo: la lotta degli operai Fiat di Melfi”, per ricordare alcuni suoi successi presentati a Castrovillari. Questa volta Ulderico Pesce porta in scena “Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia”, un intenso monologo sul caso Moro partendo però da una prospettiva diversa: quella delle famiglie dei ragazzi della scorta – i primi a cadere sulla scena di via Fani, i primi a essere dimenticati – con un lutto mai completamente elaborato.

 

“Non l’hanno ucciso solo le Brigate Rosse, Moro e i ragazzi della scorta furono uccisi anche dallo Stato”. Questa frase è il fulcro dell’azione scenica ed è documentata dalle indagini del giudice Ferdinando Imposimato, titolare dei primi processi sul caso Moro, che nello spettacolo compare in video interagendo con il protagonista e rivelando verità terribili che sono rimaste nascoste per quarant’anni. Lo spettacolo è una produzione del Centro Mediterraneo delle Arti e così si legge nelle note di regia: “Un altro spettacolo su Moro? Non se ne può più” – direte. Avete ragione, più che di spettacoli sul caso Moro c’è la necessità di sapere la verità sulla sua morte. Questo nostro lavoro vuole prima di tutto contribuire alla scoperta della verità e alla sua divulgazione. È un po’ altezzoso il fine ma le scoperte del giudice Imposimato vanno verso la costruzione di una chiara verità: Moro doveva morire, era utile bloccare la sua apertura alla sinistra”.

 

Il titolo dello spettacolo è “moro” con la “m” minuscola a voler sottolineare che nel cognome del grande statista c’è la radice del verbo “morire”. Come se la “morte” di Aldo Moro fosse stata “scritta”, fosse cioè necessaria per bloccare il dialogo con i socialcomunisti assecondando i desideri dei conservatori statunitensi e dei grandi petrolieri americani in Italia rappresentati da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga che, dopo la morte di Moro, ebbero una folgorante carriera e condannarono l’Italia alla “sudditanza” agli USA.

 

Moro sente che uomini di primo piano del suo stesso partito “assecondano” la sua morte trincerati dietro “la ragion di Stato” e lo scrive in una delle ultime lettere che fanno da leitmotiv dello spettacolo: “Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese. Chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno voluto veramente bene e sono degni di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.