“Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini

“Ho paura perché sono felice, e una felicità così grande puoi provarla solo quando stai per perderla.”

 

Il cacciatore di aquiloni è il primo romanzo dello scrittore americano di origineafgana,Khaled Hosseini, pubblicato in Italia dalle Edizioni Pienne nel 2004

Il titolo originale dell’opera è The Kite Runner; la traduzione in italiano è opera di Isabella Vaj.

Un romanzo ricco di entusiasmo, emozionante e sorprendente. Riesce ad emozionare con le sue immagini nitide, racchiuse nelle parole, e con la bellezza del linguaggio, semplice ma travolgente.

Il cacciatore d’aquiloni è un romanzo ambientato in Afghanistan, Pakistan e Stati Uniti d’America e racconta la storia di due bambini di diverse etnie.

Il primo è Amir, l’io narrante, un ragazzo afghano di etnia Pashtun; il secondo è Hassan, di etnia hazara, che insieme al padre Alì presta servizio nella casa di Amir. Amir ha un rapporto molto sofferto con il padre Baba, un uomo dalle mille risorse: si sente poco degno di lui e in colpa per la scomparsa della madre, morta di parto. Sembra quasi che Baba voglia più bene ad Hassan, per il quale giunge persino a pagare di tasca propria l’operazione per correggere il labbro leporino.

I due bambini sono praticamente coetanei e crescono assieme nella città di Kabul; la loro più grande passione è partecipare all’evento del quartiere: la caccia agli aquiloni. Lo scopo di questo gioco è tagliare, per mezzo del proprio aquilone, il filo di quello degli altri giocatori. Gli aquiloni diventano di proprietà di chi li recupera. Chi taglia il filo del penultimo aquilone rimasto in aria ha vinto la competizione e se riesce poi a recuperarlo ne fa il suo trofeo.

Nonostante Hassan sia il più bravo cacciatore di aquiloni di Kabul, i due non riescono ad avere successo finché, al suo dodicesimo anno di età, Amir riesce finalmente a vincere la gara restando l’unico con l’aquilone in volo. Alla vittoria suo padre Baba si mostra fiero di lui per la prima volta. Resta tuttavia da recuperare l’aquilone che Amir ha tagliato al momento della vittoria, per portarlo in trionfo. Hassan si mette subito sulle sue tracce e riesce a recuperarlo, ma si imbatte in tre ragazzi più grandi, che i due amici avevano già incontrato una volta, e il capo dei quali, Assef, è animato da odio razziale per l’etnia di Hassan. Quella volta Hassan, per proteggere il figlio dell’uomo presso cui lavora, aveva minacciato i ragazzacci con una fionda ed era riuscito a metterli in fuga. Ma ora questi ultimi, vedendolo solo, si vendicano di lui violentandolo, e lasciandogli in cambio l’aquilone. Amir assiste al fatto di nascosto ma non interviene per salvare il suo servo, non solo perché paralizzato dalla paura, ma soprattutto per timore di vedersi sfuggire l’aquilone, cioè il trofeo con cui sperava di conquistare definitivamente la fiducia di suo padre. Dopo questo avvenimento Amir si sentirà perciò in colpa, e cercherà di troncare i rapporti con Hassan per evitare i rimorsi che la sua presenza desta in lui. E farà in modo di mandarlo via dalla propria casa, insieme a suo padre Ali, accusandolo di un furto ai propri danni che Amir stesso in realtà aveva simulato.

Nel1981 durante l’invasione sovietica in Afghanistan, Amir e suo padre scappano in California. Arrivati a San Francisco, fanno i venditori al mercatino delle pulci dove Amir, diventato adulto, si innamora di una ragazza di nome Soraya, figlia di un ex generale afghano. Amir, molto portato per la narrativa, si laurea in Lettere, mentre il padre si ammala di cancro ai polmoni. L’ultimo gesto di affetto di Baba sarà aiutare il figlio a sposare Soraya. Negli anni ’90 Amir riesce a pubblicare diversi libri, mentre falliscono tutti i suoi tentativi di avere figli.

Nel2001 un vecchio e saggio amico di Baba, Rahim Khan, telefona dal Pakistan, dicendo ad Amir che c’è qualcosa che può fare per Hassan. Amir, da anni roso dai sensi di colpa, viaggia fino a Peshaware incontra l’amico di famiglia, che gli racconta come Hassan si sia sposato e abbia avuto un figlio, Sohrab. Hassan e la moglie però sono stati uccisi un giorno dai Talebani per puro odio razziale, e Sohrab è finito in un orfanotrofio. Amir però scopre anche che Hassan è nato da una relazione tra Baba e la moglie di Alì, e che quindi è suo fratellastro. Scioccato, Amir decide di cercare suo nipote con l’aiuto di Farid, un amico di Rahim Khan. I due si travestono da Talebani e tornano a Kabul. All’orfanotrofio scoprono che un talebano diverse volte ha portato via bambini e bambine, che quasi mai sono tornati. Così Amir e Farid continuano a cercare Sohrab, contattando questo talebano durante un’esecuzione allo stadio. Arrivato a casa del talebano, Amir scopre che si tratta di Assef, il ragazzo che aveva violentato Hassan quando era bambino. Assef riconosce Amir, e fa portare Sohrab. Ordina alle guardie di lasciare andare Amir con il ragazzo, se Amir dovesse sopravvivere alla lotta. Attacca quindi Amir con il vecchio pugno di ferro e lo riduce in fin di vita, ma Amir ride perché si sente finalmente liberato dal senso di colpa per non aver soccorso Hassan anni prima. Sohrab, vedendo Amir in difficoltà, proprio come il padre in passato, punta una fionda contro Assef e questa volta lo acceca. Insieme scappano e, con Farid, raggiungono il Pakistan, dove Amir viene ricoverato in ospedale per le ferite subite. Racconta tutto il suo passato a Sohrab, e poco a poco si guadagna la sua fiducia e lo convince a venire con lui in America.

A Islamabad Amir cerca di ottenere l’adozione di Sohrab all’ambasciata americana, ma, non potendone documentare la morte dei genitori, capisce che l’unico modo è far passare il bambino per un orfanotrofio. Lo comunica al bambino che, sconvolto dall’idea di entrare in una nuova “casa degli orrori”, tenta il suicidio. I medici lo salvano ma Sohrab ormai si sente tradito definitivamente. Dopo aver risolto la pratica del visto e dell’adozione grazie a sua moglie, Amir torna con il nipote in America, dove Sohrab passa un anno in totale silenzio. Un giorno, ad una improvvisata caccia agli aquiloni, un angolo della sua bocca si piega ad un fugace sorriso, la prima crepa nel muro che ha creato tra lui e il mondo.