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Benzene su Rende, i canali di Legnochimica nel Crati e milioni di euro ‘bruciati’ (FOTO)

Dell’incendio di due giorni fa restano ancora 5 focolai su una collina di rifiuti che rischia di continuare a bruciare fino ad ottobre

 

RENDE (CS) – Legnochimica è fallita, ma resta il suo ‘profumo’. Con la calura estiva gli scarti industriali in putrefazione su terreni e laghi hanno già iniziato a rilasciare gas maleodoranti. Due giorni fa, superati i 36° di temperatura, i Vigili del Fuoco sono intervenuti per spegnere un incendio divampato nella collinetta in passato usata per abbancare rifiuti. A distanza di quasi 48 ore, continuano dal terreno ad alzarsi i fumi. Cinque i focolai più evidenti. Quando Legnochimica era in attività, in quel perimetro, degli idranti gettavano acqua sul terreno per l’intera estate evitando che i residui del legname trattato chimicamente andassero in fiamme sprigionando gas nocivi. Lo ricordano bene i residenti terrorizzati dall’inizio della ‘stagione del benzene’.

LE PAURE

“Con il primo incendio – affermano gli attivisti del comitato Crocevia – è ormai ufficiale: l’autocombustione è iniziata. I terreni continueranno a fumare fino ad ottobre. Se tutto va bene. Altrimenti saremo invasi dal fuoco. Speriamo di non dovere assistere, come qualche anno fa, ai canadair che tentano di spegnere i laghi in fiamme. L’acqua continuava ad ardere e dopo giorni il rogo è stato domato gettando della schiuma”. Ad oggi, non è bastato il taglio dell’erba a prevenire gli incendi. Tutte le precauzioni che l’amministrazione comunale aveva promesso ai cittadini (telecamere, ‘naso elettronico’, impianto antincendio) sono svanite in un nulla di fatto.

IL DENARO

Non ci sono i soldi. Eppure dalle casse di Legnochimica sono transitati prima miliardi di lire, poi milioni di euro. Nel 2002 nonostante l’anno precedente avesse fatturato 44 milioni, la famiglia Battaglia (storici proprietari di Legnochimica), cede un ramo d’azienda all’attuale centrale a biomasse di Rende, EVA oggi Ecosesto, gruppo Falck, che si occupa anche di “spurgo, fognature e pozzi neri”. Da industria di prodotti chimici derivati dal legno Legnochimica viene trasformata in un’agenzia immobiliare. Vende e fitta. Capannoni, terreni, canali di ‘collegamento’ con il Crati e finanche una palude. Spesso è come se cedesse, a prezzi simbolici, l’azienda a se stessa spostando una mole enorme di capitali. Almeno 84 milioni di euro accertati, a fronte dei sei milioni e mezzo di euro stimati per la bonifica dell’area. Denaro di cui oggi non vi è traccia.

 

Neanche il curatore fallimentare Giovanni Imberti è riuscito a visionare la contabilità antecedente al 2006. In quell’anno Legnochimica Spa si trasforma in Legnochimica Srl. Il capitale sociale passa da 7 milioni di euro a 90mila euro. Trascorsi pochi mesi viene messa in liquidazione e dopo dieci anni fallisce. Gli unici beni che possiede ora sono i terreni contaminati, cui valore potrà essere valutato solo dopo l’avvenuta bonifica. I conti sono in rosso e nonostante Andrea Battaglia sia uscito formalmente da Legnochimica nel 2006 di fatto, come testimonia il carteggio via mail intercettato, è lui a decidere come gestire il denaro. Ad esserne informato, costantemente, è il responsabile dell’azienda che oggi produce peptina in contrada Lecco a fianco ai capannoni di Calabra Maceri: Ivo Parisella della Silvateam di Mondovì. L’uomo anni fa era stato coinvolto nell’operazione Silva della Guardia di Finanza di Catanzaro insieme ad Alessandro e Antonio Battaglia per una presunta truffa da trenta milioni di euro su finanziamenti comunitari. Tra gli indagati appariva anche il professore dell’Unical Giovanni Sindona, che nel 2016 avrebbe dovuto redigere una relazione, mai consegnata, sulla contaminazione dell’area. Il suo incarico fu poi revocato dalla Procura della Repubblica di Cosenza.

 

I CANALI NASCOSTI

Nella ricostruzione delle cessioni aziendali ‘creative’ appaiono alcuni aspetti inquietanti. Come l’esistenza, più volte testimoniata dai lavoratori, dei canali che collegano gli ex stabilimenti della Legnochimica al fiume Crati. E’ lo stesso curatore fallimentare Giovanni Imberti che partito da Cuneo e visitata contrada Lecco, segnala che “negli argini e nel lago n. 6, vi è la presenza di tubazioni, non si sa se siano ancora funzionanti o meno, da dove provengano e dove finiscano”. In più rileva da un contratto con cui Legnochimica vendeva 18mila metri quadrati di stabilimenti industriali alla Ledoga che tra i vari diritti, appare “quello di prelevare l’acqua industriale dal punto di presa esistente sul fiume Crati usufruendo dell’attuale impianto ed al punto di allacciamento all’esistente condotta di scarico delle acque industriali nel fiume Crati con l’obbligo di realizzare tutte le opere e gli accorgimenti necessari per rendere ispezionabile lo scarico che proviene direttamente dalla società concessionaria (Legnochimica)”.

 

Una descrizione che riporta alla memoria la denuncia degli operai dell’ex Lgnochimica che allertavano sulla esistenza di una serie di canali sotterranei. Tubature che collegherebero le otto vasche dell’ex Legnochimica al fiume Crati attraverso una saracinesca che veniva sollevata ‘al bisogno’ pagando 50mila lire al signore che due volte l’anno veniva a fare il ‘lavoro sporco’. Dall’interno degli stabilimenti infatti una rete di condotte consentiva di riversare tutti gli scarti della lavorazione nei laghi, nei terreni e nel Crati. Formalmente i liquami andavano nelle vasche, ma quando la pioggia rendeva l’acqua del Crati più scura si apriva ‘la valvola’ e tutto scivolava nel fiume dove nei giorni a seguire si registravano anomale morie di pesci.

 

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