Alessandro: come un canarino, sei volato via

COSENZA – Alessandro raccontato da Eugenio Furia. Si presenta in redazione un assessore tutto rigido.

Non eravamo abituati alle visite ufficiali, il giornale era troppo giovane. Infatti no, non era una visita ufficiale ma un politico di quelli che Alessandro amava prendere in giro – arroganti e (pre)potenti, preferibilmente non troppo distanti dalla sua parte politica, se no che gusto c’era – che lo aveva appena minacciato al telefono per un pezzo scomodo (no, non sono quelle intimidazioni che vengono riprese dai giornaloni, trattandosi di una di quelle cronachette piccole eppure esemplari di un certo modo di esercitare il potere a Cosenza). Di lì si tentava di ricucire, mentre lui sghignazzava con noi nello stanzone dei vogatori del galeone. Qualche tempo dopo la cosa si fa un po’ più seria. Prima della riunione del mattino apre una insolita lettera trovata sulla scrivania: «Cazzo, questi mi minacciano di morte!». Ma anche quella volta non c’è paura, almeno all’apparenza, solo il sorriso sfottente che adesso ci manca. «Una volta che metti la notizia nelle prime cinque righe, poi non serve più niente». E io qualche suo attacco me lo ricordo perché, soprattutto quando inizi, individui subito i più bravi e li segui (i follower non sono nati con twitter!), ti appassioni mentre sei convinto che stai facendo davvero anche tu il giornalista: «Quando Nicola si accende una paglia vuol dire che ha in mente un’altra idea delle sue». E ricordo anche i consigli al pivello (io), suggerimenti travestiti da parere: «Insomma, la notizia è che Perux se vince fa Peppino vicesindaco, o no?» (io mica l’avevo capito, ed eravamo nello stesso posto!). Sono passati più di dieci anni… Ora, da quando lavoravamo di nuovo in giornali diversi, lo “frequentavo” leggendo i suoi pezzi di cronaca: quando era in vena, rendeva la dinamica di un omicidio una scena da film pulp, o da libro di Welsh, il suo amato Irwin. In uno degli ultimi articoli che ricordo (un agguato a Città 2000) mi è sembrato di vederlo che si rotolava a terra con la giacca di velluto il dolcevita la sigaretta i capelli lunghi il dentuzzo affilato e il taccuino, gettandosi dallo sportello come nei poliziotteschi. Un altro giorno l’avevo rivisto in quella foto pubblicata su Vanity Fair, e avevo sorriso riconoscendo l’angolo grigio che abbiamo condiviso per oltre 4 anni: è la primavera del 2006 e ci ritroviamo seduti accanto, dopo il precariato (che per lui è significato anche esilio), le conferenze stampa insulse e i comunicati in politichese-sindacalese calabro da cercare di decriptare e poi tradurre in italiano (ridendo). In quel capannone cresciamo, forse diventiamo grandi ma solo “ufficialmente”, la macchina \ la casa, poi negli stessi mesi ci sposiamo e replichiamo, moltiplicandolo, l’amore per una donna divenuta moglie in quello, immenso, per una figlia. Lui si torturava le ciocche che gli invidiavo, produceva copiose miniature (cura dei dettagli; molte ali e molte lame: leggerezza e lacerazioni) sul bloc notes, in riunione c’erano risate e anche differenze di vedute e parolacce, fortunatamente. Anche oggi, Alessandro non ha bisogno di peana, i coccodrilli buoni(sti) li odierebbe, poi certo ora siamo tutti suoi amici. «Sei un kamikaze!». «Come sei cinico». «La leggera non la vuoi fare, ah?». «Il pezzo te lo ceselli e le brevine le scacazzi?». Gli rimproveravamo di stare «in una campana» salvo riemergere ogni tanto. La Fiorentina, il tennis, la musica, Donnici e il Canada, le sigarette e il caffè, i libri. Da quasi tre giorni, ogni tanto piango pensando a tutte queste cose, e ad altre frasi, ad altri episodi che altri colleghi ricordano. Il rimpianto più forte è che non l’ho mai ringraziato per essere stato il primo a notarmi e volermi nel suo stesso giornale, chiese il numero a mia sorella, si conoscevano dal liceo: per i compagni di classe è il ragazzo che disegna benissimo e ama gli U2, chi ha continuato a lavorarci assieme può confermare che, tra le altre cose, era un finto duro con un cuore tenero. Per dire, non era l’animalista che s’indignava solo quando arrivava il comunicato della polizia provinciale sull’ennesimo bracconiere «sgamato» e le povere vittime esposte in batteria, lui il amava davvero, i canarini. Benedetta mi ha raccontato che una volta ne accudì uno in redazione, gli dava dei vermetti da mangiare e lo affidava ad altri quando usciva per servizio – poi un giorno è volato via.