Storie di coppie. Franco e Lita contro ogni pregiudizio: ‘Siamo tutti disabili’

Lui è Franco Chiarello 54enne poeta, scrittore, commediografo, centralinista all’ASP di Cosenza affetto da poliomielite dall’età di tre anni. Lei, Lita Mauro, è un avvocato cosentino 45enne.

COSENZA – Una coppia rodata che quotidianamente combatte contro la nebbia del pregiudizio che avvolge i disabili. “Prima di abbattere le barriere architettoniche a Cosenza – affermano all’unisono – bisogna abbattere quelle mentali”. “In diverse occasioni – spiega Lita – mi sono sentita dire ‘hai fatto bene, hai fatto un’opera di carità’. Una donna che frequenta assiduamente la chiesa è arrivata finanche a chiedermi ‘ma come fai a sposarlo?’. Io sono innamorata, Franco per me è bellissimo, la mia non è pietà. Anche le persone a me più vicine non scommettevano sul nostro matrimonio. Altri pensavano che lo facessi per interesse, perché lui ha un lavoro, ma io sono un avvocato, non ho bisogno del suo denaro per sopravvivere. Da sette anni stiamo insieme, siamo felici, certo ogni tanto litighiamo, ovviamente, come tutte le coppie. E’ normale. Purtroppo non c’è la cultura che chi ha un handicap possa vivere come tutti gli altri”.

 

“Grazie ai coniugi D’Amato che hanno creato l’AIAS a Cosenza – racconta Franco – dopo anni di riabilitazione e quattordici interventi chirurgici cammino, mi sono inserito nel mondo del lavoro, sono sposato, vado allo stadio, faccio teatro con Conzativicci. Sono una persona ‘normale’, tutto ciò però cozza con la realtà di Cosenza dove è impossibile prendere un autobus. Non ci sono bus attrezzati, non c’è la pedana, non ci sono neanche i marciapiedi predisposti per accoglierla, gli scivoli di cemento sono dissestati e spesso c’è chi vi parcheggia davanti. La città è pronta a commuoversi, non a muoversi. C’è gente che posteggia sulle strisce gialle e poi ti guarda con pietà. Dal Comune arrivano solo enunciazioni di buona volontà. Certo ora i nuovi marciapiedi prevedono percorsi tattili per i non vedenti, ma manca molto altro. Il viale Parco per la carrozzina è terribile, gli scivoli sono fatti malissimo, è estremamente faticoso percorrerli. Quando evidenzi il problema dicono che ci sono tante altre criticità più gravi da affrontare. Risolvere i nostri disagi pare sempre spetti a qualcun altro, c’è inerzia e scoramento anche tra gli stessi disabili.

 

C’è gente che ancora non esce da casa perché si vergogna, si spaventa degli sguardi compassionevoli. Sembra che la politica si dimentichi dei disabili perché tanto c’è la Terra di Piero che fa il parco, tanto c’è l’AIAS che li assiste. Non dovrebbe essere così. Occhiuto è un buon sindaco certo però ancora non ha indetto il consiglio comunale aperto sulle barriere architettoniche che abbiamo chiesto da tempo. Non ci ascoltano, danno per scontato tutto quello che facciamo. Dicono ‘abbiamo sposato il problema’, ma un confetto all’interessato perché non lo date? Io sono fortunato, non tutti vivono la mia situazione. Ci sono persone sole che non hanno neanche la possibilità di andare a mangiare un gelato. Non abbiamo bisogno dell’anno internazionale della disabilità, oggi siamo tutti disabili, tutti abbiamo un handicap: i disoccupati, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i pensionati che non arrivano a fine mese. Ora non si parla più di handicappati, si dice diversamente abili. Cambiano le parole ma a cosa serve se non riesco a salire su un marciapiede in carrozzina?

 

Personalmente dalle mie lacrime, dal mio dolore ho estrapolato il meglio. La migliore medicina per guarire credo sia l’accettazione. Se si accetta il proprio problema si è a metà della guarigione, altrimenti nessuna cura funzionerà. Non bisogna mai abbassare lo sguardo di fronte al dolore. Capita qui al centralino che gli utenti si arrabbino quando dagli interni non rispondono. In un’occasione ho risposto: ‘Chissi simu’. Questi siamo. Questa è l’accettazione. La presa di coscienza della realtà. Da questa frase la mia collega ha scritto una commedia teatrale. Poi le assurdità. Avere dei problemi ed essere considerati dei privilegiati. Questo è il mio paradosso. Io sono un privilegiato perché ho il ‘posto’ all’Asp, perché ho una moglie che mi ama, perché faccio teatro. Non è così per tutti, ma farlo entrare nella testa delle persone sembra una missione impossibile, come raccogliere acqua con lo scolapasta’’.