Welfare, Rende: “file per avere i buoni del Governo e povertà territorializzata”

Cosa ci dice il caos creatosi nell’ufficio welfare di Cosenza in occasione della distribuzione dei buoni spesa per l’emergenza, insieme alle code per il pane in città considerate opulente come Milano? Ci raccontano di come la pandemia abbia cambiato i tratti identificativi dei nostri contesti urbani

 

COSENZA – Bianca Rende, consigliere comunale di Italia Viva al Comune di Cosenza, interviene su quella che definisce l’assenza di un welfare efficiente: “E’ stato stimato che, nel corso del 2020, spariranno più di 300.000 imprese: un danno enorme per l’economia nazionale, ma anche per la vita di tanti piccoli imprenditori, delle loro famiglie e dei dipendenti, che vedranno azzerati i loro redditi e le prospettive future. La situazione è ancora più grave nel Mezzogiorno dove, come noto, larga parte dell’economia è basata sul lavoro sommerso, irregolare e intermittente, part-time involontario, ossia su strutture e soggetti particolarmente fragili e dunque più esposti alla congiuntura negativa indotta dalla crisi sanitaria”.

“Molte delle famiglie che sussistevano nelle nicchie dell’economia turistica, della ristorazione, dei trasporti e dell’intrattenimento, oggi vedono drammaticamente contrarsi le loro entrate insieme alle certezze di una ripartenza e la situazione potrà solamente peggiorare quando i ristori finora erogati dal governo finiranno.
Difficile per chiunque avere dati certi, ma non si può ignorare il fenomeno di chi oggi si rivolge per la prima volta alle associazioni di volontariato attive sul territorio e ai servizi sociali del Comune per ricevere un buono spesa che fino allo scorso anno spettava solo a qualche centinaio di famiglie.

File a Cosenza per avere i buoni del Governo

“A Cosenza, da diversi mesi ormai si assiste a flussi crescenti di famiglie e di singoli cittadini in fila per il “buono” finanziato dal governo, e a violente contestazioni, per l’umiliante mancanza di informazioni ovvero – scrive Bianca Rende – il discutibile ricorso a improvvisati mediatori, incompatibili perché spesso componenti della stessa Giunta comunale. L’assenza di un welfare efficiente, fa ricadere tutto questo in maniera prevalente sulle donne, che sono quelle con maggiore disponibilità di tempo, lavorando purtroppo meno, e devono farsi carico dei bisogni di cura cui l’organizzazione pubblica non fornisce alcun ausilio e in molti casi della totale mancanza di progetti di vita per i figli disabili. Non meno evidente risulta il disagio di chi vive in zone sempre più marginali della città, abbandonate a se stesse e caratterizzate dalla penuria di servizi e dalla presenza di abitazioni meno che adeguate”.

“Per un clamoroso deficit di programmazione, cui si aggiunge, oggi, uno sciagurato dissesto che ha tagliato i già fragili servizi alla persona, aumentandone in molti casi le tariffe, possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che a Cosenza le categorie più fragili come quelle dei bambini, disabili e anziani, ricevono servizi infinitamente minori di quanto accade in altre aree del Paese. Ciò che maggiormente emerge nel nostro caso – spiega la consiglierà – è poi la mancanza di un quadro chiaro, di dati e bisogni, sulla povertà comunale”.

“Il Rei prima e il Redito di cittadinanza successivamente, hanno consentito di costruire una platea di beneficiari che evidentemente non è esaustiva, se moltissime situazioni di disagio ancora sfuggono alle graduatorie ufficiali, oggetto di perenne contestazioni. Vizio di un welfare che si limita a inseguire le emergenze, fungendo da partita di giro dei fondi nazionali o regionali, in maniera anche clientelare e paternalistica, anziché mettere in piedi un sistema di misure universalistiche e adeguate per rompere il ciclo dell’impoverimento in misura anticiclica.
Negli ultimi anni la macchina dei servizi sociali, un tempo vanto del comune bruzio, è andata depauperandosi delle professionalità adeguate, sostituite, a causa di mancati nuovi reclutamenti e affiancamenti al personale più anziano ed esperto, da giovani professionisti certamente volenterosi, ma privi di quella stabilità nel rapporto che consente, in ogni settore, di sedimentare competenze cognitive e relazionali fondamentali ai fini di una efficiente programmazione”.

“E questo malgrado il nostro comune sia capo-ambito assegnatario di finanziamenti ministeriali, pari a euro 3.172.769,66, sul Fondo Pon Inclusione, e circa euro 813.630,98 a valere sul Fondo Povertà, per le annualità 2017/2020, insieme a ulteriori euro 1.214.429,00 incamerati più di recente, per l’annualità 2020. A dimostrazione del fatto che non manchino le risorse, a volte, ma l’organizzazione efficiente e la chiara destinazione della spesa nel contrasto alle diverse forme di povertà”.

“Dove non arriva la mano pubblica c’è il volontariato, che esercita spesso con gratuità e competenza un ruolo di supplenza delle strutture pubbliche comunali, grazie anche alla straordinaria generosità dei cosentini e dei benefattori che appaiono all’improvviso come angeli della Provvidenza. Avendo vissuto intensamente gli ultimi cinque anni e non avendo interpretato il ruolo di turista su Marte, come altri che oggi scoprono le vere emergenze, giova ricordare quanto avvenuto nel Consiglio comunale del febbraio 2017 quando, nel merito di un OdG della coalizione “Grande Cosenza” di cui ero prima firmataria sulla povertà e i disagi di ampie fasce della popolazione cittadina, l’allora assessore incaricato dal sindaco, applaudito dalla maggioranza consiliare, affermava che “a Cosenza la povertà non esiste!” esibendo dati autonomamente raccolti, a supporto della propria incredibile tesi. Narrazione del resto coerente con quella conosciuta in questi dieci anni in cui il disagio è rimasto argomento imbarazzante da accantonare, per una realtà che aspirava al mito eterno della Bellezza”.

“Povertà territorializzata”

“Un modello di città, quello propostoci – prosegue Bianca Rende – in cui invece la povertà è stata addirittura territorializzata, creando una separazione di fatto nella qualità di alcuni servizi pubblici tra centro e periferie, tra quartieri spazzati tre volte al giorno ed altri lasciati nell’incuria, tra salotti scintillanti all’aperto e zone dissestate, approvvigionamenti idrici adeguati per alcuni e perenne penuria di acqua corrente per altri. Tutte distorsioni denunciate nel tempo e che pesano come un macigno nel giudizio finale sull’amministrazione uscente.
Ecco allora che parlare come dappertutto si fa, oggi, di nuove “trasformazioni urbane”, necessarie dopo il Covid, significa, a Cosenza particolarmente, avere anche il coraggio di parlare di povertà e disagio dilagante e pensare ad un nuovo modello di relazioni sociali, che ponga al centro una macchina comunale organizzata, dotata del personale e delle figure professionali adeguate, che coordini in sinergia con le organizzazione del terzo settore le azioni da svolgere”.

“Significa immaginare con sufficiente dose di realismo e concretezza la sfida che attende Cosenza nei prossimi cinque-dieci anni: diventare una città specializzata nei servizi ai residenti e alle imprese; creare una sua economia di servizi alla persona, ispirati a criteri di affidabilità e sostenibilità, immuni da malsane intermediazioni e accessibili da chiunque; costruire una rete di protezione per tutte le emergenze o situazioni di disagio non solo economico, ma spesso anche psichico, che possano incidere sull’autonomia di vita di un soggetto; organizzare, avvalendosi di finanziamenti ad hoc, anche sul programma Next Generation Eu, la presenza capillare di infrastrutture sociali, ad esempio per le donne che vorrebbero conciliare famiglia e lavoro (asili nido, strutture di integrazione e dopo scuola per i disabili, con assistenti alla persona scelti tra educatori specializzati, centri anziani davvero orientati all’invecchiamento attivo della popolazione, ecc…); predisporre un sistema di microcredito adeguato per chi non riesce ad attingere ai tradizionali canali bancari e di sostegno alla microimprenditorialità che rompa la spirale assistenziale e ricostituisca una microeconomia diffusa e orientata soprattutto alle giovani generazioni; elevare, infine, il livello generale delle competenze, attraverso una radicale azione di formazione finalizzata allo sviluppo o semplice autosufficienza. In sintesi, è auspicabile che coloro che tra qualche mese si proporranno per guidare questa città, oltre a invocare genericamente la lotta alla povertà, propongano politiche e azioni concreti, tangibili e rispondenti ai bisogni dei cittadini, a partire dai più fragili e vulnerabili; obiettivi e interventi ben diversi dagli investimenti effimeri che tanto indebitamento hanno creato in questi anni, costruendo l’illusione, fragile e purtroppo drammaticamente smentita, di un benessere diffuso e ben distribuito”.