‘Sangue infetto’: una condanna e un’assoluzione in appello. Famiglia Ruffolo ancora non risarcita

La Corte di Appello di Catanzaro ha confermato la condanna del dott. Marcello Bossio ed ha assolto invece il dott. Osvaldo Perfetti per la morte di Cesare Ruffolo 79 anni, avvenuta il 4 luglio del 2013

 

CATANZARO – La Corte di Appello di Catanzaro (Presidente Pezzo, Luzzo e Gioa) ha confermato la sentenza del Tribunale di Cosenza per il Dott. Marcello Bossio ex primario dell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, in servizio ad immunoematologia ed ha assolto il dott. Osvaldo Perfetti ex direttore sanitario di presidio dell’Ospedale di Cosenza, che il Tribunale di Cosenza aveva emesso nel 2018.

L’impianto accusatorio ipotizzato dalla Procura di Cosenza ed in particolare dal dott. Salvatore di Maio, oggi Sostituto Procuratore Generale a Catanzaro, su impulso dell’avvocato Massimiliano Coppa e Giovanni Ferrari, che ha raccolto il lamento dei familiari di Cesare Ruffolo e del giovane Francesco Salvo, era stato recepito dalla Procura di Cosenza con allora a capo Dario Granieri, che approfondì una vicenda che, durante il processo di primo grado pose in luce una lunghissima serie di omissioni gestionali, valutazioni di prevenzione completamente errate e sganciate dalle normative in tema di approvvigionamento, e trasfusioni di sangue esistente all’ospedale bruzio e più precisamente nel reparto di emotrasfusioni dell’ospedale di Cosenza.

Il processo “Sangue infetto” si era concluso in primo grado con una sola assoluzione e due condanne. Il tribunale collegiale di Cosenza in primo grado, presieduto dal giudice dott.ssa Ianni, a latere dott.ssa Granata e dott.ssa Formoso, aveva infatti assolto per non avere commesso il fatto solo il dott. Luigi Rizzuto, all’epoca responsabile del nosocomio di San Giovanni In Fiore, difeso dall’Avv. Francesco Chiaia e dall’Avv. Gianluca Bilotta.
Luigi Rizzuto, dirigente medico nello stesso ospedale, era stato accusato di omicidio colposo e lesioni personali colpose gravi ed il PM ne aveva richiesto la condanna a 9 mesi, ma il Tribunale accogliendo invece le tesi difensive lo aveva scagionato da tutto. La sentenza di assoluzione non fu appellata ed è passata in giudicato, ulteriore conferma che la condotta del dott. Luigi Rizzuto era esente da ogni censura così come i difensori del primario, i due penalisti Francesco Chiaia e Gianluca Bilotta, erano riusciti a dimostrare nel corso della lunga istruttoria dibattimentale che ha visto testimoniare decine di tra medici ed operatori sanitari e sottoporre al vaglio del Tribunale moltissime prove documentali.

Centinaia di testimoni e consulenti tecnici citati sono stati sentiti dal Tribunale Penale di Cosenza per capire tutte le dinamiche della vicenda ha riguardato un gravissimo fatto culminato in una grave infezione di un paziente,Francesco Salvo, sospeso tra la vita e la morte per oltre 40 giorni, e del decesso del pensionato di Rende, Cesare Ruffolo, 79 anni che, a causa dell’elevatissima carica batterica contenuta nella sacca non è riuscito a sopravvivere. Gli avvocati degli imputati Marcello Bossio e Osvaldo perfetti, rispettivamente Nicola Carratelli e Emilio Perfetti, avevano chiesto l’assoluzione degli imputati, richiesta accolta solo per Perfetti.

L’avv. Carratelli e gli altri difensori degli imputati e dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza avevano anche chiesto l’esclusione delle parti civili nel processo penale di secondo grado perché, dopo la condanna in primo grado, i familiari di Ruffolo, pur non avendo ricevuto un euro di risarcimento, si erano rivolti al giudice civile. Dalla parte delle persone offese, i difensori della famiglia Ruffolo, Coppa e Ferrari, avevano chiesto con un’altra memoria la conferma della sentenza ritenendola “… coerente con l’impianto accusatorio e con tutte le risultanze processuali emerse nel corso del processo di primo grado sia documentali che testimoniali…”.

I difensori delle persone offese avevano puntato il dito, ancora una volta, sul sistema di gestione vigente all’interno dall’Ospedale di Cosenza e soprattutto sull’interscambio e l’approvvigionamento dal sangue necessario per tutte le attività sanitarie assistenziali oltre che sui meccanismi di controllo che erano già stati considerati dagli esperti del Ministero della Salute e dal NAS dei Carabinieri altamente e reiteratamente difettuali e non idonei a garantire i minimi livelli di assistenza adatti ad un ospedale come quello di Cosenza.

L'avv. Massimiliano Coppa

L’avv. Massimiliano Coppa

Il legale della famiglia Ruffolo, Coppa, aveva rappresentato ai Giudici della Corte di Appello di Catanzaro che “….le condotte degli imputati e degli Enti periferici ed erariali hanno sostanzialmente reiteratamente disatteso tutte le esigenze poste a presidio di una materia così delicata che attiene l’approvvigionamento, la gestione e la somministrazione del sangue che ai giorni nostri, avuto riguardo di tutte le criticità messe nero su bianco dalle ispezioni ministeriali, non può essere certo tollerata …la vicenda oggetto di procedimento, però, ha investito con troppa violenza ed irreversibilmente il rapporto fiduciario tra il cittadino ed il diritto alla salute che è stato ingiustamente ed irrimediabilmente compromesso dalle condotte di tutti coloro che a vario titolo entrarono in contatto prima con il giovane Francesco Salvo e poi con lo sfortunato Cesare Ruffolo che, per una accertata gestione impaludata in un sistema di irregolarità , oltre che per un insieme di errori e dimostrate omissioni, ebbe a perdere la vita in poche ore a causa di una trasfusione di sangue contaminato da tutta una serie di condotte colpose, omissioni e reiterate inadempienze inconciliabili con quelle esigenze di garanzia riconnesse all’esercizio dell’attività medica le quali prevedono specifici spazi di interlocuzione tra tutti i soggetti del rapporto….”.

Nessun risarcimento ad oggi è stato erogato ai familiari di Ruffolo

Sono state, poi, evidenziate anche le criticità gestionali riferibili alla copertura assicurativa dell’Ospedale di Cosenza che pur pagando un premio assicurativo – ancora oggi – da circa tre milioni di euro annui, ad ora, non ha inteso risarcire il danno da morte cagionato agli eredi di Cesare Ruffolo i quali – sempre tramite l’avv. Coppa – per ottenere il ristoro delle somme vergate a titolo di provvisionale dal Tribunale Penale di Cosenza – si sono visti costretti a pignorare la scrivania del direttore generale, la sua poltrona, i quadri della sua stanza oltre a prelevare quasi giornalmente tramite l’ufficiale giudiziario tutte le somme che giornalmente venivano incassate dall’ufficio ticket dell’ospedale di Cosenza fino alla concorrenza delle somme stabilite dal Tribunale Penale di Cosenza, concludendo la sua appassionata arringa ricordando alla Corte che la sentenza di primo grado andava confermata in ogni sua parte perché “….le condotte degli imputati hanno sostanzialmente reiteratamente disatteso tutte le esigenze poste a presidio di una materia così delicata che attiene l’approvvigionamento, la gestione e la somministrazione del sangue che ai giorni nostri, avuto riguardo di tutte le criticità messe nero su bianco dalle ispezioni ministeriali, non può essere certo tollerata …”.

Ancora oggi, nonostante tutto, non risulta ben chiaro il meccanismo che ha indotto i vertici dell’ospedale di Cosenza a mantenere una linea così dura di fronte ad una tragedia immane come la morte di Cesare Ruffolo, addirittura pagando un legale esterno per poter opporsi inutilmente dl pignoramento con un aggravio di spese ulteriori che vanno ad aggiungersi ai quasi tre milioni di euro annuì spesi, a questo punto, inutilmente per una copertura assicurativa che però non ha operato secondo quanto previsto. La spiegazione di questa gestione del caso è stata però finalmente fornita dall’assicurazione dell’Ospedale di Cosenza che ha confermato l’assunto ritenendo le condotte poste in essere da tutti coloro che a vario titolo ebbero in cura ed in affidamento Cesare Ruffolo – testualmente – “….per difetto del requisito dell’accidentalità nella condotta del personale sanitario…” in un atto ufficiale depositato al Tribunale Civile di Cosenza dove la famiglia Ruffolo sempre per il tramite dell’avv. Coppa ha richiesto un risarcimento pari ad 13 milioni di euro. La Corte di Appello di Catanzaro, ha confermato la condotta illecita tenuta dall’imputato confermando la sentenza di primo grado e condannando anche l’Azienda Ospedaliera in solido al pagamento di ulteriori spese processuali.