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Stabilizzazione senza ‘applicazione’. Cgil Cosenza: “tutto cambia perché non cambi nulla”

Il precariato storico degli ex Lsu Lpu si sta concludendo nel peggiore modo possibile”Con forza chiederemo a tutti i livelli istituzionali di intervenire con azioni ed atti concreti, volti alla stabilizzazione dignitosa, equa e legittima dei lavoratori e delle lavoratrici”

 

COSENZA – La Cgil di Cosenza chiede a tutti i livelli istituzionali, per quanto di loro competenza, di intervenire con azioni ed atti concreti, volti alla stabilizzazione dignitosa, equa e legittima dei lavoratori e delle lavoratrici. «Dopo anni di sacrifici e lotte, senza contribuzione previdenziale e assistenziale, un passo in avanti i lavoratori lo hanno fatto nel 2015, grazie alla contrattualizzazione a tempo determinato a 26 ore. Le mancate azioni e atti conseguenti alla legge di bilancio n. 147/ 2013, non hanno consentito l’implementazione del percorso che era stato tracciato. Appare, ormai, superfluo ricercare colpe, omissioni, negligenze o ancora interessi strumentali».

«Ci si ritrova, pertanto, con una normativa che consentirebbe di stabilizzare ma che nella realtà non trova applicazione. Se da un lato alcuni enti sono impossibilitati a procedere per le limitazioni della norma – scrive la CGIL -, dall’altro molte amministrazioni scelgono di non procedere secondo la legge. Questa discrezionalità degli enti sta generando disparità tra i lavoratori appartenenti ad un unico bacino. Viene in mente il “tutto cambia perché non cambi nulla” di gattopardiana memoria. Gli enti che hanno utilizzato i lavoratori per più di 20 anni gratuitamente, continuano a pensare che essi debbano lavorare a costo zero. Cosi si stanno attuando false stabilizzazioni da parte degli enti, che si vantano pure, di contratti a t.i. a 18 ore o anche meno. Il costo del lavoratore a 18 ore è quello che viene trasferito da Stato e Regione. Pur avendo risparmi di bilancio non si spende un centesimo per l’integrazione dell’orario settimanale, arrecando un danno economico al lavoratore e mettendo a rischio l’erogazione dei servizi dell’ente alla comunità. Servizi che questi lavoratori garantiscono da anni. È paradossale e indignitoso che un lavoratore stabilizzato percepisca un salario minore del reddito di cittadinanza. Questione parimenti gravissima, la richiesta ai lavoratori, con categorie alte, dell’auto-demansionamento».

«Dopo 5 anni di contratto a tempo determinato in una categoria, pagata sempre con i contributi statali e regionali, per ovviare ai concorsi riservati, previsti per legge, si chiede l’ennesima genuflessione. Il ricatto sottostante è gravissimo giuridicamente ed altrettanto moralmente. Un àut àut che destabilizza, non stabilizza! Al contempo, però, alcuni enti utilizzatori bandiscono concorsi pubblici senza riserva, calpestando interessi legittimi e dignità. Adesso, più che mai, come organizzazione sindacale, ci attiveremo affinché non si consumi l’ennesima beffa a danno dei lavoratori. Con forza chiederemo a tutti i livelli istituzionali, per quanto di loro competenza, di intervenire con azioni ed atti concreti, volti alla stabilizzazione dignitosa, equa e legittima dei lavoratori e delle lavoratrici».