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Diffamò magistrato: giornalista condannato anche in appello

In primo grado Gabriele Carchidi venne condannato a nove mesi di reclusione, pena sospesa, per avere diffamato a mezzo stampa, il pm Curreli. In appello i giudici confermano la sentenza di primo grado

 

COSENZA – La Corte di Appello conferma la condanna ma ridetermina la pena in 3500 euro. Nello specifico per il reato della diffamazione a mezzo stampa è prevista la reclusione e/o la multa. In primo grado era stato condannato alla reclusione con sospensione condizionale della pena. La Corte di Appello conferma la responsabilitĂ  della condanna e la ridetermina applicando la pena alternativa della multa. Per cui il giornalista Carchidi dovrĂ  corrispondere la somma di 3500 euro.

Il caso riguarda la diffamazione a mezzo stampa nei confronti del pubblico ministero Curreli all’epoca dei fatti titolare dell’inchiesta sulla vicenda dell’Oasi Francescana, di padre Fedele Bisceglia e la pseudo violenza sessuale che avrebbe usato contro una suora (dopo dieci anni si è dimostrata l’innocenza totale del frate con una assoluzione piena, ndc). In quegli anni la vicenda ebbe una risonanza mediatica non indifferente. Il giornalista Carchidi a riguardo pubblicò una serie di articoli tra cui quelli in cui diffamò il pubblico ministero Curreli.

A marzo del 2017 il giudice monocratico De Vuono condannò il giornalista Carchidi alla pena di nove mesi. In solido condannò anche il responsabile civile dell’editoria Essegi Editoriale srl al risarcimento del danno ordinando la pubblicazione della sentenza sul Quotidiano della Calabria e sulla Gazzetta del Sud. La difesa del giornalista fece ricorso in Appello. Il tre luglio scorso i giudici confermarono la sentenza in primo grado emessa dal Tribunale di Cosenza, rideterminando la pena inflitta all’imputato in 3500 euro.

Termina quindi anche il secondo grado di giudizio del giornalista Carchidi nei confronti del magistrato Claudio Curreli rappresentato dall’avvocato Giampiero Calabrese. Curreli nel 2010 prestò servizio presso la Procura di Cosenza e nel gennaio del 2015, in riferimento al caso di padre Fedele Bisceglia, Carchidi scrisse un articolo – inchiesta – in cui riportava nell’occhiello “Il pm Curreli smascherato dal legale del monaco” e all’interno dell’articolo le frasi “Il nostro servizio sullo squallido complotto ordito dalla politica, chiesa, magistratura e forze dell’ordine ai danni di padre Fedele Bisceglia ha colto nel segno”; e ancora “PerchĂ© chi ha la responsabilitĂ  di aver messo in moto una macchina diabolica di calunnie e menzogne non la passerĂ  liscia. Su tutti (…) Curreli”. Per il legale di Curreli, l’avvocato Calabrese “il Carchidi commistionando scientificamente notizie vere a notizie false, ha coscienziosamente indicato Curreli quale autore di uno “squallido complotto”. Carchidi ripropose ancora la notizia all’interno delle pagine del quotidiano con altro sottotitolo dell’articolo recante “Il pm Curreli archiviò senza mostrare le carte”.

Il legale di Curreli evidenziò al giudice che nel lettore medio sviato dal titolo in prima pagina ed ignaro dei fatti processuali e delle norme di diritto, il giornalista creò la convinzione che quanto emerso dalla sua indagine giornalistica avesse basi veritiere e fondate e che il magistrato avesse agito “contra legem” al fine di “far” condannare Francesco Bisceglia. Cita ancora l’articolo “Alla fine di tutto il percorso investigativo, il pm Curreli fu costretto a chiedere l’archiviazione di tutti i procedimenti ma senza portare un bel nulla in dibattimento. Solo la caparbietà dell’avvocato Bisceglia ha portato alla luce tutto questo assurdo castello di situazioni al limite del paradossale. Ma non è finita qui”.

Il legale di Curreli, l’avvocato Calabrese spiegò le motivazioni del perché le notizie riportate nell’articolo giornalistico fossero errate e forvianti per il lettore. L’annullamento con rinvio operato dalla Suprema Corte di Cassazione attiene semplicemente ad un difetto di motivazione della sentenza emessa dalla Corte di Appello e giammai all’operato di Curreli per cui nessun complotto e nessuna scoperta fu eviscerata dalla Suprema Corte di Cassazione;

Sulla mancata presentazione al dibattimento di atti d’indagine relativi alle denunce querele presentate dalla suora con relativi decreti di archiviazione successivamente all’arresto di padre Bisceglia, il pm Curreli adottava il decreto di secretazione ed il provvedimento stralcio di alcuni atti d’indagine relativi ad altri procedimenti penali sorti a seguito di denunce di violenza sessuale minacce subite dalla suora successivamente ai fatti, al fine di preservare il segreto istruttorio sulla violenza di gruppo perpetrata da soggetti diversi dal frate e su altri episodi commessi in Reggio Calabria e in Roma. Le denunce non consentirono l’individuazione dei colpevoli e portarono alla richiesta di archiviazione.

L’esistenza del “complotto” ai danni di padre Fedele venne riproposto ancora dal giornalista in un altro articolo in cui scrisse che “mira a far luce su una serie di strategie, diabolicamente studiate per screditare la figura del monaco e giungere ad una sentenza di condanna”. Scriverà ancora il giornalista a proposito dell’operazione Spezzacatene che “Padre Fedele ispiratore dell’operazione Spezzacatene ovvero del giro di vite sugli spregiudicati sfruttatori dei bambini rom davanti ai semafori, mentre il giudice Caruso diceva sì ai procedimenti chiesti dal monaco per l’affidamento dei bambini alle loro mamme, l’intransigente pm Claudio Curreli si opponeva regolarmente e disponeva che i bambini fossero destinati alle case famiglia. Con ogni probabilità era studiata a tavolino dai due colleghi”.

Per il legale di Curreli si evince dalla lettura dell’articolo come in buona sostanza il pm Curreli avesse organizzato e complottato le adozioni insieme ad un collega per orientarne gli affidi secondo le scelte opportunamente patteggiate. Anche queste per l’avvocato Calabrese furono accuse infondate tese a denigrare il pubblico ministero nella persona e nell’attivitĂ  svolta. E il lettore medio fu fortemente indotto a pensare che i bambini fossero stati rapiti o venduti o altro con la complicitĂ  del sostituto procuratore della Repubblica e quindi del pm Curreli.

Altro articolo di giornale riportò la notizia dell’indagine da parte della procura di Salerno sul pm Curreli e sul Gip Branda iscritti nel registro degli indagati a seguito della denuncia presentata dal padre Fedele Bisceglia con l’accusa di abuso d’ufficio e l’inizio del processo. Anche in questo caso la notizia fu “volutamente” errata in quanto fu accolta la richiesta di archiviazione avanzata dal pm della Procura di Salerno e non fu celebrato alcun processo.

Sempre nell’articolo si legge la storia dei faldoni fatti sparire dai magistrati senza scrupoli avvalorando la tesi del complotto. Il legale di Curreli fa evincere che la realtà è ben diversa: la difesa di Bisceglia chiese la visione del fascicolo formatosi in relazione ai fatti denunciati dalla suora a Reggio Calabria e a Roma. Non ci fu nessun occultamente doloso e nessun ritrovamento ma il semplice rilascio di copie.

A seguito di questi fatti il legale del pm Curreli ha portato all’attenzione dei giudici il danno provocato dal giornalista per la reputazione, l’onore, la professionalità e l’immagine non solo di un privato ma di un servitore dello Stato con la pubblicazione di notizie false e prive di fondamento.  E sia il giudice monocratico in primo grado che La Corte di Appello in secondo grado hanno ritenuto di accogliere le motivazioni del legale del magistrato giungendo ad una conferma della condanna per il giornalista.