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Sistema carcerario e paradossi: la sicurezza fuori, dipende da ciò che succede “dentro”

Il segretario nazionale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, non usa mezzi termini circa la situazione del sistema carcerario italiano e soprattutto in Calabria e Campania: “in 20 anni questo è il peggior momento che io ricordi. Lo Stato ha perso il controllo”.

 

COSENZA – Quanto accaduto negli ultimi tempi a Cosenza, con l’arresto di due agenti penitenziari che avrebbero favorito i detenuti del carcere Cosmai per anni, consentendo loro di ricevere qualsiasi cosa (anche droga e farmaci), di portare fuori messaggi e ‘pizzini’ e di scegliere addirittura la cella in cui trascorrere il periodo di detenzione, con tanto di ripercussioni anche violente sui colleghi ‘fedeli’, costringe ad una riflessione allargata ad un sistema, quello carcerario che presenta evidenti ‘falle’. E il problema principale è che lo Stato, non è più nei luoghi di detenzione  – spiega in un’intervista radiofonica ai microfoni di Rlb il segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo. – Queste situazione le segnaliamo da almeno due anni: nelle carceri della Calabria e della Campania lo Stato ha perso il controllo“.

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“Alcuni si fanno arrestare, per garantirsi l’incolumità e gestire i traffici da dentro”

“In Campania ad esempio, dopo l’arresto di numerosi camorristi, si è creato uno spazio occupato oggi da giovani, nuove leve, che sono spietatissimi: ammazzano, sparano, bruciano attività… All’interno dei clan, chi si sente in pericolo ed è in difficoltà si fa arrestare; questo perchè la galera garantisce la sicurezza personale ma anche la possibilità di poter continuare a gestire traffici e attività illecite”.

Aldo Di Giacomo racconta anche una delle recenti scoperte fatte dalla Dda di Napoli: alcuni impianti televisivi di un canale utilizzati abusivamente: “Qualche settimana fa la Dda di Napoli ha scoperto un sistema che permetteva la comunicazione nelle carceri attraverso un noto canale televisivo. Detenuti e familiari si scambiavano “messaggi” e notizie. Purtroppo non è  qualcosa che scopriamo oggi: il procuratore Gratteri -spiega Di Giacomo – dice una cosa importantissima: le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”.

Agenti infedeli, per loro pene esemplari

“Se poi si scopre che chi indossa la divisa – continua nell’intervista il segretario del SPP – non fa il proprio dovere ma si comporta in un modo delinquenziale, mettendo a rischio la vita propria e quella dei colleghi che lavorano negli istituti, questi vanno puniti con pene esemplari: i poliziotti penitenziari, riscontrato con certezza il reato compiuto, vanno puniti raddoppiando le pene. Non è pensabile un comportamento del genere”.

La sorveglianza dinamica, solo per chi è ‘incline’ alla rieducazione

“Io ritengo che abbiamo avuto un peggioramento negli istituti penitenziari da quando è stata attivata la sorveglianza dinamica”,  afferma Di Giacomo. Che cos’è? In sintesi è un sistema a “custodia aperta” che, da una parta ha migliorato le condizioni di vita all’interno degli istituti, ma dall’altra ha determinato l’aumento degli eventi critici e degli attacchi agli agenti da parte della popolazione detenuta.

Si tratta in pratica dell’apertura delle celle per i soggetti detenuti in media e bassa sicurezza per almeno 8 ore al giorno e fino a un massimo di 14, con la possibilità per gli stessi, di muoversi all’interno della propria sezione e di usufruire di spazi più ampi per le attività. Cambia anche la operativa in sezione della Polizia penitenziaria, che non è più chiamata ad attuare un controllo statico sulla popolazione detenuta, ma piuttosto un controllo incentrato sulla conoscenza e l’osservazione della persona detenuta.

“E’ un sistema premiale che va bene per quei detenuti che hanno dimostrato nell’arco della vita detentiva, con atteggiamenti riscontrabili, l’inclinazione a rieducarsi. La rieducazione è il perno essenziale ma evidentemente qualcosa non funziona, e soprattutto va a discapito della sicurezza degli agenti che vengono aggrediti ma anche dei detenuti che devono essere rieducati. Purtroppo chi ha più “forza” fisica, mentale e soprattutto economica (e nel carcere in qualche modo i soldi girano; vino, medicine, sigarette come merce di scambio…) riesce a sopraffare gli altri. Il sistema di vigilanza dinamica deve essere garantita a chi è in determinate condizioni. E’ un passo essenziale ma la parte importante è che la politica e l’amministrazione penitenziaria devono ‘capire’ le problematiche. Questo ruolo non deve essere svolto solo dal sindacato o dall’Autorità Giudiziaria. Altrimenti è come un malato che non ammette la malattia: morirà. Non vi è una presa di coscienza reale delle problematiche che ci sono. Si fanno proclami ma non norme e leggi”.

Il carcere: “non si buttano i detenuti dentro pensando di tenerli a freno”

“Paradossalmente oggi, la sicurezza all’esterno degli istituti penitenziari dipende più di quanto si possa immaginare da quello che succede dentro al carcere (islamizzazione, fondamentalismo e radicalizzazione, organizzazioni criminali…). Il carcere non è un luogo dove si buttano le persone dentro e le abbiamo messe a freno. Inoltre, quando le carceri sono all’interno delle città, diventa tutto più complesso da gestire. Se ci fosse un sistema anti scavalcamento anche una pallina verrebbe segnalata. Oggi nelle carceri entra di tutto e di più – conclude Di Giacomo – e ciò è dovuto alla carenza di organico, ma anche anche al fatto che molte carceri sono all’interno delle città e alla mancanza di strumenti in grado di segnalare queste cose, un sistema che va assolutamente rivisto”.