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Rifugiati trattati come schiavi costretti a lavorare nei campi in Sila

“A volte non ci pagavano dicendo che non lavoravamo bene”. I titolari della fattoria in cui erano stati trasferiti i migranti sono stati condannati, rinviati a giudizio altri 12 indagati

 

COSENZA – Dodici ore di lavoro nei campi: dalle 6:00 alle 18:00. Pagati 20 euro al giorno, 10 euro in caso di maltempo (perché si iniziava tardi e finiva prima) e zero euro se il lavoro non piaceva ai titolari. In più potevano mangiare, solo quello che gli davano i datori di lavoro, una volta al dì. Queste le condizioni in cui dei rifugiati in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo erano costretti a vivere. Prelevati dal Centro di Accoglienza Straordinaria Santa Lucia del Centro giovanile universitario Ionico di Camigliatello Silano e trasferiti in una casetta in Sila, di pochi metri quadri e poco riscaldata, all’interno della fattoria della società agricola La Sorgente Srl a San Giovanni in Fiore. Il tutto mentre i gestori continuavano ad incassare per dar loro ospitalità 35 euro al giorno per ogni migrante falsificando i fogli delle presenze nella struttura. Un business su cui la Procura di Cosenza ha inteso far luce con l’operazione Accoglienza scattata all’alba del 7 maggio del 2017. Oggi il gup Piero Santese si è espresso sulla posizione degli indagati di cui solo uno, Corrado Scarcelli (responsabile del Cas Santa Lucia) dopo essere finito in carcere ha patteggiato la pena.

 

 

Accogliendo in parte le richieste del Procuratore Aggiunto Marisa Manzini che aveva invocato una pena di un anno e sei mesi il gup ha condannato Fulvio e Giampaolo Serra, proprietari dell’azienda agricola che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, a sei mesi di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di una multa da 20mila euro oltre alle spese processuali e al risarcimento dei danni ai quattro rifugiati costituitisi come parti civili. Rinviati a giudizio per i reati di abuso d’ufficio, tentata truffa aggravata per il conseguimento di fondi pubblici, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, altri indagati per i quali il processo inizierà a maggio. Si tratta di Luca Carucci lo psicologo presidente dell’associazione Centro giovanile universitario jonico che operava nel Cas Santa Lucia, Giorgio Luciano Morrone responsabile Cas Santa Lucia, Franco Provato, Gianluca Gencarelli, Renato Gabriele,  Giuseppe Gabriele, Giorgio Gabriele, Vincenzo Perrone, Salvatore Perrone, Vincenzo Paese, Piero Cortese e Ferruccio Celestino. Un altro procedimento, che riguarda le denunce di profughi che hanno dichiarato di aver subito violenze, è invece ancora pendente.

 

L”ACCOGLIENZA’ RISERVATA AI RICHIEDENTI ASILO

I migranti si trovavano a San Giovanni in Fiore dove, in attesa dello status di rifugiato, venivano impiegati nelle campagne in lavori di ogni genere in condizioni, ritenute dal pm Marisa Manzini, di sfruttamento, in completa violazione dei contratti collettivi nazionali e del contratto collettivo territoriale vigente, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. Attività che sarebbero andate avanti per diversi mesi, come accertato dalle indagini, almeno dall’agosto del 2016 al maggio del 2017. Di dieci migranti ospitati nella struttura gestita dal Centro giovanile universitario ionico sette erano stati ‘traslocati’ nella fattoria della famiglia Serra che aveva chiesto a Scarcelli di ‘procurargli’ dei lavoratori. Un rapporto di collaborazione saldo e rodato quello tra l’azienda agricola e il centro di accoglienza basato sulla ‘fornitura’ di manovalanza in nero a basso prezzo.

 

 

Uomini trattati come oggetti di proprietà, come testimoniano le intercettazioni in cui un ragazzo dice di doversi recare a Cosenza e gli viene negato il permesso dal datore di lavoro Fulvio Serra avallato dal responsabile del centro di accoglienza Luciano Morrone che afferma: “gli ho detto è bel tempo guadagnatevi qualcosa perché poi piove e vi guadagnate c..zi. Gli ho detto che poi vi ci porto”. Divieti di disporre del proprio tempo in libertà imposti anche dal presidente del Cas Luca Carucci che nelle conversazioni captate dà disposizioni affinché i rifugiati restino nell’azienda agricola di San Giovanni in Fiore. “Abbiamo lavorato alla raccolta delle fragole, al taglio della legna e il mio amico  inoltre, – ha raccontato uno dei rifugiati – lavorava anche alla mungitura degli animali e alla pulizia delle stalle. A volte i soldi non ci venivano dati, perché ci veniva detto che nell’arco della giornata non lavoravamo bene, quindi per riparare alle nostre mancanze ci costringevano a lavorare per intere giornate senza percepire denaro”.

 

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