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Nanà l’ultras di via Popilia morto nel carcere di Lecce, gli amici: “I suoi lividi parlano”

La Casa degli Ultrà di Cosenza ha ricordato la vicenda di Massimo Esposito, deceduto in circostanze mai del tutto chiarite

 

COSENZA – Era in sciopero della fame. Le lenzuola del suo letto sono state ritrovate, in cella, ancora sporche di sangue. La magistratura ha inteso archiviare tutti i procedimenti sul caso giustificando il decesso di Nanà con un edema polmonare e una particolare forma di epilessia di cui, in realtà, pare non abbia mai sofferto. La morte di ‘Massimino’ e le circostanze in cui è avvenuta a distanza di venti anni restano ancora tutte da chiarire. I suoi amici non lo hanno mai dimenticato. Anche quest’anno ne hanno commemorato la scomparsa con i racconti da stadio e da quartiere che lo vedevano protagonista, nel corso di un’iniziativa che si è svolta lo scorso venerdì presso la Casa degli Ultrà. E’ il 30 Novembre del 1997 quando il quartiere dell’Ultimo Lotto riceve il nefasto annuncio: Nanà, all’anagrafe Massimo Esposito, ventiquattrenne del gruppo le Brigate di via Popilia è venuto a mancare. La tragedia si è consumata nel carcere di Lecce dove si trovava ristretto da qualche giorno. Si parla di un arresto cardiocircolatorio che non convince chi ne ha riconosciuto la salma notando i numerosi lividi sul suo volto e sul suo corpo. L’autopsia verrà consegnata dopo oltre un anno a seguito di una denuncia per omissione di atti d’ufficio e omissione di soccorso sporta dai familiari di Nanà.

“Per noi che eravamo appena 14enni – ricorda uno dei suoi amici che si sono riuniti lo scorso venerdì nella Casa degli Ultrà – lui era un fratello maggiore. Un esempio da seguire. Un modello per noi del quartiere, l’ultimo lotto di via Popilia. Non faceva distinzioni tra nessuno, ognuno per lui aveva pari dignità e doveva seguire le regole del vivere civile. Quando passava si fermava a parlare con noi e ci consigliava sempre di stare lontani dalla strada e di non frequentare determinati ambienti. Ancora oggi facciamo tesoro dei suoi insegnamenti. Quando è arrivata la notizia della sua morte il quartiere si è fermato. Tutti ci siamo chiesti cosa fosse successo. Era entrato nel carcere di Lecce per una tentata rapina e dopo qualche giorno ne è uscito cadavere. Le voci sono tante. Ci è stato detto che era stato picchiato dai detenuti. Siamo rimasti sorpresi perché se si è chiusi a chiave in una cella qualcuno deve aprirla per fare entrare gli aggressori. Questa fu una delle tante giustificazioni campate in aria che ci diedero all’epoca. Informazioni frammentarie che con il tempo abbiamo purtroppo potuto approfondire conoscendo da vicino il carcere e le sue dinamiche. Sappiamo che in alcune carceri le guardie adottano una strana politica per gestire i detenuti. Succede anche in Calabria dove esistono strutture ‘punitive’ in cui scorrazzano le ‘squadrette’ e si fa fatica a ricevere anche delle medicine. La verità su Massimino noi però l’abbiamo: c’è un ragazzo morto e i suoi lividi che parlano”.

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