Usura, condannati quattro “cravattari”

COSENZA – “Cravattari”. E’ questo il profilo identitario più diffuso alle nostre latitudini e longitudini, per indicare gli usurai. Gente senza scrupoli, vestita da “benefattori” che, fingendo di correre in aiuto

delle persone in difficoltà, eroga prestiti e finanziamenti immediati, con richieste di restituzione dle capitale offerto, maggiorato dalla maturazione dei tassi d’interesse. L’usura è, purtroppo dalle nostre parti, uno dei fenomeni criminali più spietati e al tempo stesso diffusi, esercitata, spesso da insospettabili, con l’autorizzazione dei clan. L’operazione “Beta”, coordinata dalla procura della Repubblica di Cosenza, contro un gruppetto di falsi buoni samaritani, è arrivata ieri a definire in primo grado il processo a carico di quattro persone. Lorenzo Ruffolo, 52 anni, Davide Caligiuri (49), Alfonso Pichierri (53) e Francesco “Bebè” Ruffolo (61) sono stati condannati dal gup Livio Cristofaro con la formula del rito abbreviato. Le pene inflitte variano dai quattro ai due anni. L’unico ad aver scelto di proseguire la sua “avventura” giudiziaria con il rito ordinario è stato il 71enne Benito Brunocilla. Furono i sostituti procuratori della Repubblica Giuseppe Francesco Cozzolino e Giuseppe Cava, sotto la direzione del capo dei pm Dario Granieri, a scoperchiare, in collaborazione con i carabinieri del comando provinciale di Cosenza, il pentolone dell’usura, dove “bollivano” a fuoco lento le vite di gente, di diversa estrazione sociale, diversa età, legate ai loro aguzzini dal cappio dell’usura. Sul banco degli imputati sarebbe dovuto salire anche Giuseppe Ruffolo. La sua posizione è stata archiviata, ma non per sopraggiunti motivi di innocenza, ma perchè a giudicarlo non è stata la legge, in nome del popolo italiano, ma il tribunale dell’Antistato che, per lui ha emesso un verdetto di condanna a vita, eseguito la sera del 23 settembre dello scorso anno, quando un killer solitario, scaricò contro il 33enne sei proiettili calibro 7,65, sparati a distanza ravvicinata e con precisione chirurgica. L’omicidio avvenne sotto gli occhi di decine di testimoni che rimasero tutti paralizzati davanti a quella scena da far west. Ruffolo, nonostante l’immediato intervento dei sanitari del 118 di Cosenza, morì in ambulanza, durante la corsa disperata verso l’ospedale dell’Annunziata. L’esame autoptico, disposto all’epoca dalla Procura della Repubblica, rivelò che il trentatreenne fu colpito a spalla, addome, braccio sinistro e torace. Come in un classico rituale di mala, il killer fulminò, infine l’uomo, conficcandogli il classico colpo di grazia tra cuore e polmone. Non solo, l’apertura di un’inchiesta sulla morte di Ruffolo, permise ad inquirenti e magistratura che con il decesso di Giuseppe Ruffolo, chi aveva contratto debiti con lui non si vide estinto il “prestito”. Sì, perchè, in uno spietato rituale criminale, anche gli affari sporchi beneficiano di una forma di “successione”. Tutte le “pratiche” aperte da Giuseppe Ruffolo, vennero infatti prese in consegna dal padre, Bebè, che s’è incaricato di riscuotere ogni centesimo dalle persone iscritte nel registro dei prestiti. Il killer di Giuseppe Ruffolo, che agì a borso di uno scooterone grigio, è ancora libero. Inquirenmti e magistratura sono convinti che il movente del fatto di sangue sia legato appunto al mondo dei “cravattari”