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Bonifica ex Legnochimica: cosa poteva fare il Comune di Rende e cosa non è stato fatto

La Procura di Cosenza impugna la sentenza di non luogo a procedere pronunciata nei confronti del sindaco di Rende Manna e del dirigente dell’Ufficio Tecnico settore Ambiente Francesco Azzato

 

COSENZA – La vicenda giudiziaria nata dalla mancata bonifica dell’area dell’ex Legnochimica non è ancora terminata per gli amministratori della città di Rende. La Procura di Cosenza ha infatti impugnato le sentenze di non luogo a procedere pronunciate dal Gup Santese il 19 aprile nei confronti del sindaco Marcello Manna e del dirigente dell’Ufficio Tecnico settore Ambiente del Comune di Rende Francesco Azzato e l’assoluzione in abbreviato dell’ex assessore all’Ambiente Francesco D’Ippolito che ha rivestito un ruolo fondamentale intrattenendo i rapporti con la società. Sono accusati di omessa bonifica e disastro ambientale insieme all’ex liquidatore Pasquale Bilotta per il quale, disposto il rinvio a giudizio, il processo si celebrerà nei prossimi mesi presso il Tribunale di Cosenza. Il 2 luglio il Pubblico Ministero dott. Marisa Manzini, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Cosenza, ha proposto alla Corte d’Appello di Catanzaro di rivedere le posizioni dei tre indagati per chiarire alcuni aspetti della mancata messa in sicurezza di contrada Lecco e quindi dell’intera area industriale di Rende.

 

Le ragioni che hanno indotto a chiedere di rivalutare il quadro indiziario a carico di Manna, Azzato e D’Ippolito riguardano secondo il Pm una manifesta illogicità e contradditorietà delle motivazioni della sentenza con cui il giudice ha dichiarato non doversi procedere nei confronti degli imputati in relazione all’omessa bonifica perché il fatto non costituisce reato e in relazione al disastro ambientale per non aver commesso il fatto. Il Gup Santese nella sua pronuncia ha ritenuto impossibile per gli amministratori del Comune di Rende compiere atti concreti di messa in sicurezza alternativi alla bonifica che sarebbero invece stati efficaci per tutelare l’incolumità pubblica. O almeno scongiurare il puntuale fenomeno estivo dell’autocombustione che costringe chi frequenta il quartiere a respirare per settimane fumi pericolosi per la salute umana.

 

COSA NON E’ STATO FATTO PER TUTELARE I CITTADINI

Di fatto, nonostante ne fossero obbligati, non hanno fatto nulla. Neanche le operazioni basilari e doverose previste dalla legge (la rimozione dei rifiuti ammassati in superficie, lo svuotamento di vasche, la raccolta di sostanze pericolose sversate; il pompaggio di liquidi inquinanti galleggianti, disciolti o depositati in acquiferi superficiali o sotterranei; l’installazione di recinzioni, segnali di pericolo, impianti di sorveglianza; lavori di taglio d’erba; l’installazione di trincee drenanti di recupero e controllo; la costruzione o la stabilizzazione di argini; la copertura o impermeabilizzazione temporanea di suoli e fanghi contaminati; la rimozione o svuotamento di bidoni o container abbandonati, contenenti materiali o sostanze potenzialmente pericolosi). Nulla.

 

In più il Comune, come previsto dalla legge, avrebbe dovuto sostituirsi a Legnochimica (e chiedere l’intervento della Regione Calabria nel caso in cui non avesse avuto i fondi necessari) in quanto come lo stesso giudice afferma “alla data del 30.06.2015, fosse chiara, quantomeno al Sindaco Manna, l’omissione dell’attività di bonifica da parte del soggetto responsabile dell’inquinamento” dopo anni di abbandono dei ‘laghetti chimici’. I termini infatti erano abbondantemente trascorsi e l’amministrazione, in base all’articolo 242 del Testo Unico Ambientale entrato in vigore nel 2015, avrebbe avuto l’obbligo di prendere le redini della situazione e provvedere a disinquinare l’area, ma non l’ha fatto.

 

COSA SI POTEVA FARE PER TUTELARE I CITTADINI

Eppure dopo un esposto presentato dall’associazione Crocevia che chiedeva al Comune di esercitare il potere sostitutivo nei confronti di Legnochimica era stato lo stesso sindaco di Rende Marcello Manna a denunciare il liquidatore Pasquale Bilotta per l’omessa bonifica. Solo dopo un anno però chiede alla Regione Calabria, dopo un altro esposto dell’associazione Crocevia, di sostituirsi a Legnochimica e disinquinare contrada Lecco in quanto impossibilitato a coprire le spese necessarie essendo in stato di predissesto finanziario. Il gup Santese inoltre afferma che nei dieci mesi trascorsi dall’entrata in vigore del Testo Unico alla comunicazione inoltrata alla Regione i tre amministratori non avrebbero potuto portare a termine la bonifica. Un dato ovvio. L’iter burocratico però poteva andare avanti senza attendere ulteriori proposte di Legnochimica, ma avviando il progetto di bonifica delle falde acquifere già approvato, cercando una soluzione alternativa a quella ipotizzata dalla società per smaltire i fanghi dei laghetti e ponendo in essere tutte le soluzioni esistenti per tutelare la salute pubblica della cittadinanza.

 

Anche questa estate invece a dieci anni di distanza dallo studio delle operazioni di bonifica applicabili, lavoratori e residenti dell’area industriale di Rende continueranno a respirare benzene e vivere con l’incubo dell’autocombustione. Per evitare ciò, per la Procura di Cosenza, sarebbe bastato allertare la Regione Calabria e integrare i progetti già esistenti. Invece, per il Procuratore della Repubblica Aggiunto Marisa Manzini, si è lasciato trascorrere il tempo pur consapevoli dell’obbligo di sostituirsi a Legnochimica, continuando ad emanare atti e provvedimenti assolutamente inutili. Sarà ora la Corte d’Appello a decidere se gli amministratori comunali rendesi siano responsabili o meno della contaminazione dell’area industriale di Rende cui livello in questi anni di inerzia è verosimilmente aumentato peggiorando l’inquinamento dell’intera zona.

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