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I terreni su cui sorge il ponte di Calatrava erano un’immensa discarica abusiva

Questa mattina al processo in cui tre persone sono accusate di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico è stata ricostruita la vicenda del sequestro

 

COSENZA – Dalla fine degli anni Novanta, dove ora sorge il ponte di Calatrava, ignoti abbancavano rifiuti di ogni tipo. Quotidianamente pare si registrasse un via vai di camion che scaricavano, in pieno giorno, e poi andavano via indisturbati. A raccontarlo sono stati questa mattina gli ispettori della Polizia Provinciale e l’amministratore della Poliedil all’epoca proprietaria dei terreni, durante il processo che si sta celebrando presso il Tribunale di Cosenza per far chiarezza sulla bonifica dell’area e le procedure di affidamento dei lavori ritenute ‘anomale’. I teste hanno ricostruito in aula la vicenda del sequestro di 30mila metri quadrati, tra la linea ferroviaria, via Bari e l’ex insediamento rom di via Reggio Calabria, luogo in cui oggi poggia il ‘pennone’ del ponte di Calatrava. Antonio Paradiso e Maria Antonietta Pignataro hanno spiegato innanzi al collegio giudicante presieduto da Claudia Pingitore che a seguito di alcune segnalazioni, dopo una serie di sopralluoghi, si è proceduto ad apporre i sigilli il 12 novembre 2012. Un primo sequestro era già avvenuto nel 2004.

 

Gli imputati alla sbarra accusati a vario titolo di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico sono il direttore dei lavori Vito Avino, l’amministratore delegato dell’azienda che si aggiudicò i lavori (la Cimolai Spa di Pordenone) Salvatore De Luna e l’allora dirigente del settore Infrastrutture del Comune di Cosenza Carlo Pecoraro. I tre tecnici non avevano notato la presenza dei rifiuti nonostante, come ripetuto dall’ispettore Paradiso, fossero visibili già dalla strada che costeggia l’ipermercato Carrefour. Ignorando la presenza di una discarica abusiva più estesa di un campo di calcio di serie A, De Luna e Avino avrebbero così firmato i verbali per consentire di chiudere la gara d’appalto e avviare i lavori. “C’era depositato di tutto: – ha spiegato l’ispettore Paradiso – furgoni carbonizzati, carcasse di auto, eternit, materiale edile, pneumatici, sacchetti di spazzatura. Erano sparsi su tutti i terreni se ci si addentrava nella zona, camminando nella strada battuta dai camion che illecitamente scaricavano lì, in direzione del cannucciato del fiume la quantità di rifiuti aumentava. Solo avvicinandosi alle sponde del fiume la discarica era coperta dalla vegetazione, per il resto era abbastanza visibile. L’enorme mole di materiale abbancato e le condizioni in cui è stato trovato lasciano presumere che fosse lì da diversi anni.

 

Spesso arrivavano segnalazioni per l’abbandono di rifiuti soprattutto da parte dell’asilo che si affaccia su quella zona. Con una nota del Comune di Cosenza firmata dall’ex vicesindaco Katya Gentile siamo stati sollecitati ad intervenire ed è poi scattato il sequestro”. Oltre alla marea di rifiuti speciali che aveva sommerso l’area la stessa Cimolai, che si era già aggiudicata l’appalto per la realizzazione del Ponte di San Francesco di Paola, aveva constatato e denunciato la contaminazione da idrocarburi dei terreni. Ad intervenire furono Calabria Maceri con la rimozione dei rifiuti pericolosi ed Ecologia Oggi per il recupero dei rifiuti solidi urbani. L’incarico era stato dato ‘a voce’ da Pecoraro alla stessa Cimolai, che però non si occupa di smaltimento rifiuti. L”anomalo’ contratto prevedeva un incarico di cinquecentomila euro per ripulire tutto prima della cantierizzazione. “La bonifica – afferma Pignataro della Polizia Provinciale – aveva interessato solo i rifiuti dell’area di campagna, quelli superficiali per intenderci. Le operazioni erano state divise in due lotti. Ci è stato detto che il primo riguardava il cosiddetto ‘piano di campagna’, il secondo era in itinere e doveva essere eseguito dalla Cimolai di Pordenone”. Nelle scorse udienze un altro ispettore della Polizia Provinciale e un maresciallo dell’ex Corpo Forestale dello Stato hanno ricordato che la bonifica avvenne solo su duemila metri quadrati che dovevano poi essere attraversati dal ponte di Calatrava.

 

L’amministratore della Poliedil, azienda proprietaria dei terreni riconducibile alla famiglia Rizzo, ha ricordato che almeno dalla fine degli anni Novanta lamentavano l’abbandono di rifiuti in quella zona. “Nel 2004 – ha raccontato Antonio Carlo Slaviero – a cavallo del sequestro avevamo provveduto anche a recintare l’area montando dei pannelli metallici, ma li hanno smontati e rubati, ricominciando dopo pochi giorni a scaricare. Era tutto pieno di spazzatura dalla riva del fiume Crati fino all’Asp di via Popilia. Noi abbiamo ceduto al Comune di Cosenza con una convenzione 4.500 metri quadri. L’atto non è stato mai formalizzato nonostante i continui solleciti da parte dell’avvocato Serena Paolini. Con l’allestimento del cantiere il Comune senza nessun tipo di accordo si è poi impossessato di altri 7mila metri quadri di terreni. Per noi era un problema perché su quegli appezzamenti, di cui non disponevamo, dovevamo pagare l’IMU. Ad occhio posso dire che il 50% dell’area sequestrata è stata poi occupata dal cantiere, ma dei rifiuti non ci siamo più interessati”. A spiegare quale sia stato l’iter della bonifica chiamata in causa saranno, nella prossima udienza, gli imputati Pecoraro, De Luna e Avino.

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