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Stalker: “Ti distruggo la vita e ti uccido il bambino appena nasce”

Una storia d’amore diventata un terribile incubo in cui si nascondeva l’uomo nero che voleva portare via la vita ad una giovane donna e ad un figlio

 

COSENZA – Chiameremo questa mamma Ester “cuor di leone”, per il coraggio che ha avuto a portare avanti una gravidanza nel momento in cui il suo ex compagno -stalker le aveva giurato di ammazzare lei e il figlio. Una storia che ha dentro il terrore, la paura, l’annientamento, la violenza, ma anche l’amore per una creatura che cresce dentro questa giovane donna, all’epoca dei fatti 39enne, per dire no “al suo aguzzino” e combattere per vivere. Una ragazza bella, minuta, ma forte, siede sul banco dei teste nell’udienza che la vede vittima di un’atroce sofferenza, con un compagno stalker, da vent’anni a braccetto con mamma droga; ma questo era un segreto che ad Ester (nome di fantasia) non aveva rivelato. Ed è da questo momento che inizia l’incubo per la donna. A rappresentarla in aula l’avvocato Angelo Pugliese. L’imputato, il suo ex compagno I.S. è difeso dall’avvocato Maria Teresa Falcone. interrogata dal pubblico ministero Ester inizia il suo racconto.

«Sono stata legata da un relazione sentimentale durata da febbraio 2016 fino al mese di ottobre. Inizialmente io ero contentissima di questa storia perché lui era sempre gentile e premuroso con me. Io parlavo a tutti benissimo di lui. Dopo un paio di mesi verso aprile scoprii che aveva una tossicodipendenza da eroina da circa 20 anni. Lui mi chiese di aiutarlo ed io ero troppo affezionata e non sono riuscita a dirgli di no. Gli consigliai di iniziare un percorso di recupero in una struttura preposta ma non volle andarci. Mi disse che dovevo aiutarlo io. Così, di comune accordo decidemmo che si sarebbe sottoposto periodicamente a dei test (delle urine) che rilevavano se facesse o meno uso di sostanze stupefacenti.

Mi resi conto che aveva una dipendenza e una serie di comportamenti che metteva in atto. Io non potevo sapere. Decisi di rimanere con lui perché mi promise di smettere. Da quando iniziò a sottoporsi a questi test iniziò ad avere comportamenti contrastanti: da momenti di dolcezza a scatti di ira immotivati. Durante questi scatti mi insultava mi chiamava puttana, troia, mi diceva che, se le mie relazioni precedenti erano finite era sempre per colpa mia perché mi diceva che ero una schifezza umana. Periodicamente innescava delle discussioni durante le quali aveva anche delle crisi. Io ricordo che ero terrorizzata: sbatteva la testa direttamente contro i muri e in più di una occasione mi scaraventò a terra violentemente.

Noi abitavamo insieme. Avevamo iniziato sin da subito una convivenza a casa mia. Io ho una casa in cui vivo da sola a trecento metri di distanza da quella dei miei genitori. In altre occasioni mi butto’ degli oggetti a terra, in altre ancora mi prese il cellulare dalle mani e lo scaraventò a terra con violenza frantumandolo.  Mi urlava contro che sarei stata il prossimo caso di femminicidio perchĂ© se l’avessi lasciato mi avrebbe ucciso. Io per tutti questi motivi fino ad ottobre l’ho lasciato parecchie volte, ma lui non accettava mai la mia decisione. Gli dicevo di andare via e lui inizialmente lo faceva; poi non accettando la mia decisione dopo qualche giorno mi tempestava di telefonate e mi inviava dei messaggi offensivi e minacciosi: mi diceva che ero un mostro, una troia, una puttana, che stavo con lui solo per il suo cxxx, che mi avrebbe fatto qualcosa di così tremendo che io stessa sarei stata tentata di togliermi la vita. Ricordo che i suoi comportamenti peggiorarono. Un giorno dal mio computer prese le mie password sia della email che di Facebook, e iniziò una serie di attivitĂ  come se fossi io; modificò i miei dati, cancellò i miei amici e pubblicò dei post come, per esempio, una foto con una siringa sui piedi come se l’avessi fatto io. Poi mi ricattava: mi diceva che se non volevo piĂą vederlo non mi avrebbe restituito piĂą le password. Tutti questi comportamenti terminavano quando io decidevo di rivederlo e di ritornare insieme a lui. Quando mi disse di farmi qualcosa di così terribile pensai all’acido. Così alla fine accettavo di rivederlo. In quelle occasioni lui faceva leva sull’affetto che provavo, iniziava a chiedermi scusa, piangeva, mi diceva che i suoi atteggiamenti erano dovuti alle ingiustizie subite dal padre, dalla madre e dai fratelli, e puntualmente mi lasciavo intenerire e tornavamo insieme

La gravidanza

Ad ottobre faccio un test di gravidanza e scopro di essere incinta. Da quel momento lui, se in un primo momento mostrò di essere contento poi iniziò ad avere strani atteggiamenti: a bere molto e ad assumere giornalmente droga. Io andavo a lavorare e quando tornavo la sera lo trovavo fuori di sĂ©. In occasione della prima visita ginecologica ebbe una nuova crisi. Era ottobre. Lui iniziò a sbattere di nuovo la testa contro i muri e mi spinse violentemente contro la parete. Io ebbi molto paura perchĂ© temevo per il bambino. Mi disse di andare via dicendo che non voleva sapere piĂą nulla di me, nĂ© del bambino. Io rimasi terrorizzata. Eravamo a casa di sua madre. Io nell’uscire dal portone incontrai la madre che vedendomi turbata mi chiese il perchĂ©: le raccontai l’accadutoe poi andai via. La stessa mamma, nel tempo, disse di essere addolorata per il figlio tanto da desiderare di morire perchĂ© non ce la faceva piĂą.

Andai via e nei giorni a seguire non risposi alle insistenti telefonate. Lui iniziò ad inviarmi dei messaggi minacciosi sul telefono. Mi scrisse che avrebbe rimandato “il miracolo al mittente”. Il miracolo e’ mio figlio. Due centri di fertilitĂ  mi avevano diagnosticato di non poter avere bambini. Quindi quando ho saputo di essere in attesa disdi a lui che era un miracolo. Lui inviò anche un messaggio audio a mia cugina, dicendo che se non avessi risposto al telefono avrebbe combinato un pandemonio. Infatti andò, qualche giorno dopo, da mio padre e gli disse che io e lui avevamo avuto una relazione e che ero rimasta incinta. Poi minacciosamente aggiunse che avevo solo due alternative: o tornare con lui o abortire. Continuò a inviarmi dei messaggi sul telefono in cui scriveva che “era meglio che ci vedevamo e che tutto si risolveva altrimenti sarebbe successo chissĂ  cosa”.

E così decisi di incontrarlo ma avevo molta paura di andare a quell’incontro e prima passai dalla caserma dei carabinieri di Rende a raccontare tutto e che stavo per incontrare questa persona, davanti la chiesa Borromeo. Siamo sempre ad ottobre. Mi dissero di andare e se avessi avuto bisogno di chiamare immediatamente. Arrivata all’appuntamento vidi che lui era alterato. Mi disse che aveva fatto il figlio con una puttana e aggiunse che dovevo pensarci bene. Mi ribadì che avevo due possibilità, di tornare con lui o abortire, altrimenti mi avrebbe perseguitato per sempre e mi avrebbe rovinato la vita. Anche nel corso di altre telefonate mi diceva che se non fossi tornata con lui avrebbe commesso cose orribili. A novembre venne nel mio bar con un suo amico e nell’occasione disse che mi avrebbe fatto abortire tirandomi un calcio perché si rese conto del mio atteggiamento di chiusura nei suoi confronti, in quanto non rispondevo più ai messaggi e al telefono. Uscendo, vide la mia amica e le disse che stavo esagerando e che mi avrebbe fatta trovare morta da qualche parte.

L’interruzione di gravidanza e la decisione di tenere il bambino

Io ero terrorizzata, avevo sempre attacchi di panico e piangevo tutto il giorno e sebbene volessi il bambino più di ogni altra cosa, iniziai le pratiche per una interruzione di gravidanza. Quando andai all’ospedale di Rogliano, per sottopormi all’intervento, ero in condizioni penose e continuavo a singhiozzare anche nella sala operatoria. Il medico rimase molto colpito, mi disse che non aveva mai visto una persona in quello stato e chiese delle spiegazioni alla mia amica. Al ritorno mi prese le mani e mi disse di avere coraggio e di tenere il bambino. Solo allora e grazie alle sue parole, oggi ho il mio bambino. Non interruppi più la gravidanza. Era il 25 novembre. A dicembre stavo addobbando il bar (Ester era la proprietaria di un bar); succedeva spesso che lui venisse lì e sostava per molto tempo fuori dal bar, a piedi o all’interno dell’autovettura. Mi procurava tensione mentre lavoravo. Succedeva sempre. Nella zona di Quattromiglia, che percorrevo per tornare a casa dal lavoro, lui mi avvicinò più volte minacciandomi di farmela pagare. A volte era a bordo di un furgoncino e si accostava per farmi fermare. Girato dal lato guida, mi disse che me l’avrebbe fatta pagare, che la sua ex era morta di tumore e che la colpa era anche mia perché l’avevo fatta soffrire. In un’altra occasione mi ero fermata per buttare l’immondizia e lui si fiondò verso di me e mi disse che se non cambiavo atteggiamento appena nasceva il bambino avrebbe ucciso mio padre.

Io da ottobre non ebbi piĂą contatti con lui, tranne quando lui stesso mi fermava. Conosceva tutti i miei orari e i luoghi che frequentavo. Lui mi seguiva per le strade che conosceva e che sapeva. Appena mi fermavo con la macchina saliva a bordo. Ricordo che mi chiedeva di aiutarlo a non drogarsi piĂą, altrimenti ribadiva che non mi avrebbe fatto godere in pace il bambino. Io gli chiedevo di lasciarmi in pace. Nel mese di dicembre continuava a inviarmi messaggi minacciosi, dovevo fare attenzione e guardarmi le spalle mentre camminavo e che tutto sarebbe finito tragicamente. E poi scrisse anche un messaggio a mia sorella in cui diceva che stava pensando ad una punizione che avrebbe reso il resto della mia vita un incubo. Disse che Dio aveva fatto un errore a mandarci questo bambino e come errore andava corretto.

La decisione di aiutarlo a disintossicarsi

A gennaio 2017 mi chiese insistentemente di aiutarlo ad uscire dalla droga. Una mia amica mi disse che lui l’aveva contattata ed era molto spaventata perché minacciò di uccidere me, il bambino e la mia famiglia. Mi aspettò, una volta, due ore davanti al portone della mia estetista che lui conosceva dal periodo in cui stavamo insieme, spesso mi accompagnava. Insisteva di aiutarlo a smettere con la droga, altrimenti mi avrebbe distrutto la vita. In quel periodo i miei genitori erano a Milano da mia sorella. Lui venne a citofonare svariate volte a casa, anche la sera. Io ero impaurita e non riuscivo ad addormentarmi perché pensavo che poteva accadermi qualsiasi cosa. Dopo l’ennesima richiesta da parte sua, considerato che non ce la facevo più, gli dissi che l’avrei aiutato, però, per un breve periodo. Poi avrebbe dovuto rivolgersi aastrutture preposte e da solo. Per me, aiutarlo, comportava grande stress fisico e psicologico, soprattutto dopo tutte le minacce ricevute.

Inizia a sottoporlo ai test a giorni alterni, anche a casa mia. Inizialmente era gentile ma poi comincio’ nuovamente a minacciarmi. Era tra fine gennaio e inizio febbraio. La madre disse che non ne voleva sapere piĂą nulla del figlio e quindi non voleva che i test venissero fatti a casa sua. Non si parlava di tornare insieme; era un tacito accordo di aiuto. Invece lui iniziò nuovamente a minacciare: io avevo deciso di tenere il figlio ed ero obbligata a tornare con lui. Ho cercato con le buone di spiegargli che non volevo tornare con lui ma che stavo cercando di aiutarlo e che lo stavo facendo in nome di questo bambino. Di punto in bianco mi disse che non mi voleva piĂą vedere, che non voleva sapere nulla di me e del bambino, nĂ© se eravamo vivi o morti. Questo durò poco perchĂ© nel mese di marzo iniziò nuovamente a tempestarmi di telefonate.

La lettera inviata al padre

Dopo l’ennesima telefonata decidi di rispondere e mi disse che non mi sarei mai liberata di lui, che avrebbe fatto prendere un infarto ai miei genitori. Mi disse una cosa gravissima “dopo la nascita per distruggermi la vita avrebbe ucciso il bambino, anche a costo di finire in carcere per sempre”. Ad Aprile fece trovare una lettera a mio padre, che in quel periodo doveva sostenere un intervento chirurgico molto importante e urgente a Milano. Nella lettera diceva che, se volevano evitare guai, dovevano prendere provvedimenti. Quando ha letto questa lettera mio padre non volle più partire. Temeva che mi potesse succedere qualcosa. Lui mi continuava ad inviare messaggi minacciosi dicendo che dovevo andare via da Cosenza se volevo continuare a volere il bambino e se non seguivo le indicazioni lui sarebbe finito in carcere sicuro perché sarebbe successa una tragedia.

Il viaggio a Milano

Avevo chiesto l’ammonimento nel mese di novembre 2016, però non aveva avuto l’effetto desiderato perché nei mesi successivi lui era ritornato a minacciarmi. Non vedevo soluzioni. Avevo paura anche a denunciarlo, inizialmente, perché pensavo che avesse potuto fare di peggio. Dopo queste ultime minacce iniziai a prendere sul serio l’idea di finire la mia gravidanza da un’altra parte e quindi, nel mese di maggio, andai a Milano ospite di mia sorella perché ero terrorizzata che potesse succedere qualcosa al bambino dopo la nascita, oppure venisse in ospedale a minacciarmi. In tutto il periodo che rimasi a Milano fui seguita da una psicologa dell’associazione violenze domestiche perché ero provata dalle minacce. A giugno, prima di partorire mi contattò la mia amica raccontandomi che lui l’aveva chiamata chiedendo insistentemente notizie, perché aveva capito che non ero più a Cosenza: vedeva la mia macchina sempre parcheggiata nello stesso punto. Lei naturalmente disse di non sapere nulla.

Il ritorno a Cosenza, segregata in casa

Il bambino nacque il 24 giugno e io decisi di rimanere a Milano fino ai primi di settembre. Nei mesi successivi continuò a chiamare e ad inviare messaggi. Dopo la gravidanza rimasi un mese in ospedale per complicazioni post parto. Nei messaggi mi minacciava “che sarebbe successa una tragedia, mi avrebbe distrutto la vita e che lui non aveva fretta e prima o poi si sarebbe vendicato”. Nei primi giorni di settembre torno a Cosenza ed ero terrorizzata ad uscire di casa. Abito vicino ai genitori ed erano loro a venire tutti i giorni a portarmi la spesa e a darmi una mano con il bambino. Mi chiedevano come mai non uscissi piĂą, avevo perso tutte le amicizie, le amiche. Io rispondevo che ero stanca e che volevo riposare, perchĂ© i miei genitori di tutta questa situazione non hanno mai saputo nulla. Sono a conoscenza solo della lettera che hanno letto e di quando lui parlò con mio padre.

Io non ho mai detto altro ai miei per non preoccuparli perchĂ© per quei due singoli episodi sono stati molto provati. Mia sorella invece ha sempre saputo tutto. La permanenza a Milano è stata giustificata con l’aiuto di mia sorella. Mia madre chiedeva perchĂ© scegliere Milano quando a Cosenza avevo tutte le comoditĂ . Noi rispondemmo che c’erano strutture migliori e che mia sorella era anche gravida e quindi non sarebbe scesa per le vacanze, per cui preferivamo rimanere insieme. Per quasi un mese non uscii di casa, solo sul terrazzo. L’unica occasione in cui accettai dietro insistenza delle amiche ad uscire a prendere un aperitivo, fu una domenica; nell’uscire dalla macchina vidi d’un tratto lui con passo veloce venire verso di me a piedi. Mi disse minacciosamente di fargli vedere questo bambino.

Io ebbi paura e gli dissi di andare via; presi il cellulare e composi il numero dei carabinieri. Mentre parlavo con l’operatore, mi insultò dicendo che ero una pazza, una puttana, liquida. Attraversando la strada per andare via mi disse “se continui così te lo ammazzo”. Raccontai alle amiche quello che era successo e tornai subito a casa. Tornai a Milano e rimasi un altro periodo da mia sorella, una quindicina di giorni. Tornai a fine ottobre, inizi di novembre. Lui era stato raggiunto dal divieto di avvicinamento. Ho deciso di denunciarlo prima di proseguire la gravidanza a Milano. Quindi, pian piano ho ricominciato a farmi forza e ad uscire. Cambiai un po’ le abitudini. Non facevo le cose di prima. Nel corso del tempo, fino ad oggi, continuo ad avere paura perchĂ© nonostante il divieto di avvicinamento è capitato, ma penso non siano coincidenze, di incontrarlo dovunque vado. In quasi tutte le zone in cui mi sposto lo vedo.

Continuo ad avere paura, esco ma non serenamente. Tutto ciò mi sta portando a prendere seriamente in considerazione il trasferimento a Milano. Ho dato il mio bar in gestione, principalmente perché era il punto di ritrovo del mio ex perché sapeva tutti i miei orari. Ho provato a lavorare ad un call center ma anche lì ho ritrovato lui, impiegato, ed ho deciso di lasciare il lavoro.

Ester termina il racconto. L’avvocato Pugliese le pone qualche domanda in riferimento ai messaggi. Adesso tocca alla difesa vedere come dovrà difendere l’imputato da una storia triste, terribile e con tanto rancore verso una donna ma soprattutto verso il figlio. Ester va via. Fuori dal Tribunale l’aspetta un’amica. Si è fatta accompagnare perché ha paura di incontrarlo e non vuole rimanere sola. Una vita in galera nonostante sia libera.

 

 




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