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Omicidio Lenti – Gigliotti: “Marcello era destinato a morire”

Il pentito Giuseppe Viteritti racconta dell’agguato subito a piazza Europa. A sparare a volto scoperto Marcello Gigliotti

 

COSENZA – Omicidio Lenti – Gigliotti, l’istruttoria dibattimentale durante il processo in Corte d’Assise, presieduta dal giudice Garofalo, a latere Granata, oggi ha visto tra i teste ben quattro collaboratori di giustizia e soprattutto il figlio di Gigliotti anche se negli anni della guerra era troppo piccolo per ricordare papà. In aula presente come sempre l’imputato Francesco Patitucci che, insieme a Franco Pino hanno scelto il rito ordinario. Gli altri due imputati del duplice omicidio Gianfranco Bruni e Gianfranco Ruà scelsero il rito abbreviato e furono giudicati colpevoli e condannati a 30 anni di carcere, ma senza l’aggravante dell’associazione mafiosa, il 27 novembre del 2017. Tutti sono considerati dagli inquirenti elementi di spicco della ‘ndrangheta cosentina. Francesco Lenti e Marcello Gigliotti furono uccisi attirati in una trappola perché considerati ormai scomodi e disubbidienti al clan Pino – Sena. Furono invitati ad un “maiale” e invece furono uccisi. Gigliotti venne fucilato e Lenti decapitato. I loro corpi furono trovati vicini, coperti dalla neve a pochi metri dall’auto completamente bruciata, all’interno della quale era stato abbandonato un fucile. A difendere Patitucci e Pino sono gli avvocati Marcello Manna, Vittorio Colosimo, Luigi Gullo e l’avvocato Laura Gaetano.

Il figlio di Gigliotti, 34 anni, non potendo ricordare quei periodi vista la giovanissima età, due anni ha pensato di consegnare nelle mani della polizia un nastro…uno di quelli in cui è registrata la voce del papà del primo febbraio del 1986. «Avevo meno di due anni – dichiara alla Corte il 34enne – E’ capitato che ho parlato di mio padre con mia madre. Mi sono recato in questura per portare un documento, una registrazione audio che ho pensato potesse servire. Me la consegnò mio nonno anni fa (a lui la consegnò mia madre) e ci sono dialoghi fra mio padre e mia madre. Li ho ascoltati uno, due volte, ma 12 – 13 anni fa. Mio nonno è deceduto nel 2013, quando io avevo 16 – 17 anni». Il pubblico ministero ha chiesto l’acquisizione dell’audio ricordando che la moglie di Gigliotti in aula aveva dichiarato che il marito aveva l’abitudine di registrare tutto. «Ho un ricordo vago di cosa ci sia inciso sul nastro. So che a volte parla con me, altre con mia madre, e poi tratti dove si sente la televisione. L’ho consegnata due settimane fa in questura. La cassetta in mio possesso è una copia dell’originale che trattennero i carabinieri all’epoca dei fatti». L’accusa chiede l’acquisizione e la successiva trascrizione per capire se combaci con una trascrizione dell’epoca con due passaggi brevissimi, provenienti dalla vittima, che sono già consultabili negli atti; anche per capire – continua l’accusa – se il nastro contenga le stesse dichiarazioni già trascritte oppure parli di altre vicende. Il teste viene poi escusso dalla difesa di Patitucci, l’avvocato Manna che si sofferma sulla cassetta chiedendosi e chiedendo alla Corte se quest’ultima, l’originale fosse stata smarrita o altro in quanto non si capiva come mai non fosse già agli atti. Poi ha chiesto al 34enne il perchè dopo anni l’avesse consegnata alla polizia «Essendo stato convocato e non sapendo nulla – spiega il 34enne – avevo due anni, non sapendo nulla ho pensato di dire che avevo questa cassetta e dalla questura mi hanno detto di portarla. Quella dell’epoca, mi disse mia madre, era una micro cassetta. Questa è audio perchè è una copia.

L’agguato di Gigliotti a Giuseppe Vitelli oggi pentito

E’ stato poi sentito uno dei tre fratelli Vitelli, tutti collaboratori di giustizia, condannato nell’ambito del processo Garden. «Sono collaboratore di giustizia dal marzo ’96, ho fatto parte del gruppo Perna – Pranno e sono stato condannato per numerosi omicidi. C’era la guerra in atto con il gruppo Pino – Sena, dal ’78 fino ai primi anni dell’87. Era una guerra brutta. Dall’87 è stata fatta pace tra Pino e Perna e il ’90 è finita la guerra.

Conoscevo Gigliotti; aveva attentato alla mia vita nell’83 ed era designato a morire, ma poi ci hanno pensato gli altri. Ha fatto l’agguato direttamente a me, in piazza Europa a viso scoperto. Poi ci ha pensato Pino a farlo uccidere». Vitelli continua ancora nel racconto «Siamo nel 1986 e vengono uccisi Lenti e Gigliotti. Gli esecutori Ruà, Patitucci, Amendola e De Rose. Quest’ultimo diventa collaboratore di giustizia. Furono arrestate 197 persone, tra cui io, del clan Pino – Perna. Ci siamo informati cosa fosse successo e siamo stati in carcere sei mesi e di tutto quello che diceva De Rose mi accusavano». Sull’omicidio l’accusa domanda come fosse certo chi l’avesse ucciso «C’è stata una pausa di guerra. Ci si è messi a parlare per fare pace, specialmente mio fratello Francesco con Pino e Perna e in quell’occasione avevo il conto in sospeso e volevo sapere. In quella fase Ruà e gli altri raccontavano. Sono stati loro perchè dicevano che Lenti e Gigliotti erano diventati incontrollabili. Il mandante era Pino. Nel corso della pace ci siamo messi al tavolo, ne ho parlato con Ruà “non potevano più controllarli”; mi ha detto che erano stati Bruni, Patitucci e Ruà, mandante Pino. Ruà mi disse sulle modalità che gli era stata tagliata la testa ma, in verità l’ho letto anche sulla stampa. E poi avevano fatto uno sgarbo a Pino che io non ho chiesto, nè mi hanno detto. Mi dissero gli esecutori materiali, e se non mi sbaglio c’era anche Amendola. Poi abbiamo fatto pace e non ci siamo più ammazzati e abbiamo fatto un gruppo unico. Diciamo che erano due gruppi ma unico, si operava insieme per estorsione, omicidio, per esempio l’omicidio Chiappetta…i rapporti con Ruà erano buonissimi». Alla domanda del perchè avesse deciso di collaborare Vitelli ha risposto: «Ho deciso di collaborare perchè si cambia vita; tanto la vita da mafioso è in carcere o morto ammazzato, la terza soluzione non c’è».

Vitelli risponde alle domande del collegio difensivo che chiese quale fosse la sgarbatezza fatta a Pino«Si vocificavano che avevano fatto una sgarbatezza a alla moglie di Pino, angela Drago, durante l’accompagnamento al carcere in cui Pino era detenuto. Prima della pace, durante la detenzione, siamo stati a contatto con il clan Pino; ci sentivamo, ci scambiavamo idee, che non volevano fare più guerre, troppi morti. Mio fratello più grande (Francesco, ndc) c’ha lavorato di piùe c’è riuscito nel ’92». Sull’omicidio Amendola «Quando hanno ucciso Amendola Pino e Ruà ci hanno notiziato “non vi allarmate” perchè dobbiamo uccidere Amendola perchè vuole collaborare con la giustizia, con i fatti Lenti – Gigliotti. A Ruà l’ho visto in carcere e fuori». Ritornando alle ultime battute sull’agguato di gigliotti a vitelli «Io lo volevo ammazzare. Nella consorteria




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