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Trasfusioni killer all’Annunziata, medico in aula: “Colpa del sapone”

Dopo essersi lavati le mani gli operatori, secondo il consulente della difesa, quando tastavano il braccio dei donatori trasferivano il batterio sulla pelle e poi attraverso l’ago la serratia arrivava nelle sacche

 

COSENZA – Sangue infetto all’Ospedale di Cosenza. Oggi sul banco degli imputati, delle dieci persone inizialmente indagate, restano: Luigi Rizzuto, dirigente medico dell’ospedale di San Giovanni in Fiore, Marcello Bossio direttore del centro trasfusionale di Cosenza e il dirigente medico dell’Annunziata Osvaldo Perfetti. Le indagini scaturite dalla morte di un pensionato rendese di settantotto anni, Cesare Ruffolo, hanno acceso i riflettori su una serie di trasfusioni che sarebbero state effettuate a Cosenza con sangue contaminato dal batterio serratia proveniente dal centro raccolta di San Giovanni in Fiore. Stralciata la posizione di Antonio Caputo responsabile dell’Avis di San Giovanni in Fiore, Francesco De Rose ex direttore sanitario aziendale, Pietro Leo e Addolorata Vantaggiato medici in forze all’ospedale di Cosenza, e di Paolo Maria Gangemi ex direttore generale dell’Annunziata (per intervenuto decesso) la difesa tenta di dimostrare l’innocenza dei vertici dei due nosocomi di Cosenza e San Giovanni in Fiore.

 

A deporre in aula stamattina, alla presenza del collegio giudicante presieduto da Giusy Ianni con a latere Granata e Formoso, è stato il consulente degli imputati. Si tratta del dottor Arcangelo Fonti il quale, su richiesta della difesa rappresentata dagli avvocati Francesco Chiaia, Gianluca Bilotta, Nicola Carratelli e Franz Caruso, ha analizzato il sangue infetto e il batterio della serratia. “E’ un batterio che prolifera – spiega Fonti – sia nel sapone sia nel sangue. Se una persona viene infettata ruffoloepuò sopravvivere. Come è successo a Francesco Salvo. Al ragazzo è stato trasfuso sangue contaminato, ma è sopravvissuto allo shock settico. Le sue condizioni di salute risultavano migliori rispetto a quelle del signor Ruffolo che era affetto da leucemia. Il dottor Bossio ha fatto il suo dovere. Quando gli hanno detto che le sacche provenienti da San Giovanni in Fiore erano inquinate le ha spostate e conservate in un apposito vano. Rizzuto invece lavorava al Pronto Soccorso e, a titolo gratuito, si occupava di gestire l’emoteca. Non capisco perché si trovi tra gli imputati perché nulla a che fare con i reati a lui contestati. Quando i Nas sono intervenuti, non c’era il batterio della serratia nei locali del centro trasfusionale di San Giovanni in Fiore. “Il problema – sostiene Fonti nella sua consulenza – è a monte, nelle donazioni raccolte dall’Avis. Il sapone Germocid con cui gli operatori si lavavano le mani era contaminato da serratia. E’ normale che quando tastavano il braccio dei donatori per cercare la vena, trasferivano il batterio sulla pelle e poi attraverso l’ago la serratia arrivava nelle sacche dove iniziava a proliferare”.

 

Ruffolo, nonostante fosse affetto da leucemia cronica e ormai sotto controllo, aveva una mobilità cellulare del 90%. A dimostrarlo è un certificato già acquisito dal Tribunale nel fascicolo, prodotto nelle scorse udienza, dagli avvocati Massimiliano e Paolo Coppa legali della famiglia costituitasi parte civile. Il sessantottenne conviveva con questa patologia da trenta anni e secondo il consulente delle parti civili professor Vincenzo Pascali dell’Università Cattolica di Roma l’aspettativa di vita, salvo eventi imprevedibili, superava i 90 anni. Eppure è deceduto a seguito della trasfusione. Nel caso di Salvo invece l’Azienda Ospedaliera di Cosenza ha già ammesso la propria responsabilità. Il ragazzo infatti è stato riconosciuto vittima di malasanità a causa dell’infezione da serratia contratta all’Annunziata ed è stato risarcito.

 

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