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Ventinovenne cosentino muore all’Annunziata, i parenti: “Dopo tre anni nessuna diagnosi”

Assolto il medico che lo prese in cura. Il ragazzo era andato in Pronto Soccorso lamentando dolori alla gamba destra ed ha perso la vita a causa di un’embolia polmonare. 

 

COSENZA – “Preparatevi al peggio, la situazione è drammatica”. Parole che hanno gelato il sangue dei familiari di Carlo Marrone, pronunciate poche ore prima della sua morte. Il ragazzo era stato ricoverato all’Ospedale di Cosenza da circa due settimane perché lamentava forti dolori agli arti inferiori. Di professione autista, il giorno in cui fu accompagnato dai genitori al Pronto Soccorso dell’Annunziata era rientrato a casa dopo aver percorso oltre mille chilometri. Andata e ritorno da Roma. Poi quel gonfiore anomalo alla gamba destra che aveva inteso mostrare ai sanitari del nosocomio cittadino per capire di cosa si trattasse. In realtà a tre anni e mezzo dalla sua morte, come ribadito dalla sorella stamattina presente in Tribunale a Cosenza per assistere alla sentenza sul presunto caso di malasanità, “nessuno sa cosa avesse mio fratello. Non ci è stata data mai una diagnosi. L’autopsia ha rivelato che la morte è dovuta ad un’embolia polmonare, ma non si sa da cosa sia scaturita”. Un calvario che ha portato le condizioni di salute del ventinovenne a precipitare in maniera vertiginosa giorno dopo giorno fino al suo trasferimento nel reparto di Rianimazione in stato di coma.

 

“Lo hanno ricoverato per insufficenza renale – spiega la donna – , poi il nefrologo ha detto che non c’era nessun problema ai reni e lo hanno spostato in Chirurgia Valentini. Respirava male e gli hanno dato del Valium dicendo che erano attacchi di panico. La notte prima che andasse in coma ero con lui. Ho chiesto aiuto ripetutamente, ma non c’era nessun medico. Solo all’alba è arrivato un dottore del reparto di gastroenterologia a cui nessuno ha saputo spiegare perché mio fratello fosse stato ricoverato”. L’unico dei medici rinviati a giudizio tra gli indagati che hanno avuto il ragazzo in cura, è stato oggi assolto dal giudice Giusi Ianni perché ”il fatto non sussiste”. Il Nefrologo Massimo Senatore accusato di omicidio colposo non è stato condannato, così come richiesto dal pm Giuseppe Cava che nella propria requisitoria ha affermato che il medico non avrebbe agito con negligenza ed imperizia nel trattare il caso di Carlo Marrone. Secondo i difensori delle parti civili il dottore Senatore, consapevole della possibile insorgenza di trombosi avrebbe semplicemente rimosso il catetere venoso che gli era stato impiantato senza preoccuparsi del motivo del suo malfunzionamento.

 

Eseguire un ecodoppler alla gamba destra (fu fatto solo sulla sinistra e parzialmente sull’arto in cui il paziente lamentava dolore), per gli avvocati della famiglia Marrone,  sarebbe bastato a salvargli la vita. Tra le tesi addotte dalla difesa sull’innocenza del dottor Senatore vi sarebbe il fatto che il decesso potrebbe essere collegato ad una neuropatia o a qualche scompenso cardiologico non diagnosticato e che il trombo rilevato potrebbe essere insorto post morte. Il legale difensore del medico alla sbarra ha inoltre affermato che un paziente muovendo le gambe può causare il malfunzionamento di un catetere femorale che nel caso di Marrone era invece stato inserito in maniera corretta e non avrebbe mai potuto provocare una trombosi. In più secondo la difesa sarebbe stato impossibile per i medici notare il gonfiore della gamba perché il volume degli arti appariva nella norma visto che il ragazzo allettato pesando 120 chili (per circa 1,90 metri d’altezza) aveva le gambe schiacciate sul materasso. Ipotesi che, insieme agli altri rilievi emersi in sede di dibattimento, hanno convinto il giudice Ianni ad emettere la sentenza assolutoria nei confronti di Massimo Senatore.

 

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