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Donna muore per un’infezione, ancora un caso di presunta malasanità a Cosenza

Il decesso potrebbe essere collegato alle scarse condizioni igienico – sanitarie delle sale operatorie sequestrate a novembre.

 

COSENZA – Cento pagine di ‘vergogna’ consegnate alla Procura di Cosenza. Il dossier redatto dai periti del Tribunale bruzio potrebbe inchiodare alle proprie responsabilità funzionari, dirigenti e sanitari dell’Ospedale dell’Annunziata. Si tratta di un documento che cristallizza il decesso di una cinquantacinquenne avvenuto nel nosocomio bruzio nel 2010. La donna, da quanto emerge nella relazione, avrebbe contratto durante un intervento in sala operatoria un’infezione da stafilococco aureo che in poco tempo le ha provocato una trombosi e un’embolia polmonare determinandone la morte. Per venti giorni inoltre, nonostante la paziente lamentasse malori e le analisi del sangue certificassero il suo stato, i professionisti dell’Ospedale di Cosenza non hanno ritenuto opportuno somministrarle alcun tipo di terapia antibiotica. Solo nel momento in cui, a causa dell’eccessivo accumulo di pus, la ferita si è riaperta imponendo la necessità di un nuovo intervento chirurgico, i medici hanno iniziato a lavorare per curare la propria paziente. Probabilmente però, come scrivono i tecnici, se la donna fosse stata sottoposta ad adeguata terapia farmacologica avrebbe avuto l’80% in più di probabilità di sopravvivere. La presenza del batterio, risultato letale per la cinquantacinquenne, sarebbe stata inoltre riscontrata dai carabinieri lo scorso autunno nell’intervento che portò al sequestro di quasi la metà delle sale operatorie dell’Annunziata.

 

Sette, su diciassette totali, furono infatti dichiarate inagibili a causa di gravissime carenze igienico – sanitarie e per la pessima gestione del ciclo sporco – pulito. Alla luce delle ‘cento pagine’ stilate dai periti i legali difensori dell’ennesima presunta vittima della malasanità cosentina, sembrerebbero emergere “tutte le condotte omissive e violatrici della normativa vigente poste in essere dai medici, ma anche tutti quei comportamenti posti in essere dai vertici generali ed amministrativi della struttura ospedaliera per inidonea organizzazione e diretta violazione della sicurezza nella erogazione delle cure“. Responsabilità che da sette anni i sanitari e dirigenti dell’Annunziata continuano a negare. Eppure era stato lo stesso Comitato per il Controllo delle Infezioni Ospedaliere interno all’Ospedale di Cosenza dal 2011 a segnalare il pericoloso aumento di stafilococco aureo nei punti più ‘critici’ della struttura. Non è da escludere che il fascicolo possa essere acquisito a supporto del procedimento penale in corso per la violazione delle norme sulla sicurezza pubblica, igiene e sanità nella gestione delle sale operatorie, dell’obitorio e dell’area di stoccaggio dei rifiuti speciali. Ad ‘rischiare’ la condanna per omicidio colposo non sarebbero quindi solo i sanitari che hanno avuto in cura la donna, ma anche i vertici amministrativi ed organizzativi dell’Ospedale di Cosenza.

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