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Omicidio Cocò, le prime ricerche dei familiari a poche ore dalla scomparsa

Si erano resi conto che qualcosa non andava da subito, quando il nonno Giuseppe Iannicelli alle 20.00 non era ancora rientrato a casa.

 

COSENZA – Era sorvegliato speciale. Ingiustificabile che alle 20.00 non fosse ancora rientrato a casa. I familiari di Giuseppe Iannicelli da subito si son resi conto che qualcosa non andava. Uscito in auto con il nipotino, che aveva in custodia, e la giovane compagna marocchina, di lui all’imbrunire non sembra esservi più traccia a Cassano allo Ionio. A pochi metri in linea d’aria dall’abitazione dei Iannicelli, in contrada Fiego, una densa colonna di fumo annuncia la tragedia. L’orrore si palesa dopo un paio di giorni di spasmodiche ricerche. Nella Fiat Punto del pregiudicato, con un passato tra le cosche che nella sibaritide si occupano del narcotraffico, ci sono i corpi carbonizzati del piccolo Cocò Campolongo di soli tre anni e della ventiseienne Ibtissam Touss. Nel bagagliaio c’è Giuseppe Iannicelli, anch’egli cadavere. L’auto, nascosta dietro un ex mattatoio sommerso da sterpaglie in agro cassanese, rivela la ferocia di una resa dei conti annunciata. La moneta da cinquanta centesimi ritrovata sul cofano dell’utilitaria data alle fiamme potrebbe non essere casuale, ma un chiaro messaggio.

 

Nel corso del processo, che vede come due imputati Cosimo Donato e Faustino Campilongo, alcuni collaboratori di giustizia hanno rivelato dettagli non trascurabili sul conto di Giuseppe Iannicelli. Sembrerebbe che dagli anni Novanta si occupasse della compravendita di eroina e cocaina. A volte, secondo dei pentiti, acquistava lo stupefacente dai Forastefano di nascosto dagli zingari. A volte, viceversa, comprava la droga dagli Abbruzzese senza far sapere nulla ai Forastefano. C’è chi però incalzato dalle domande del pm Saverio Verticchio ha giurato che la ‘nera’ Iannicelli “l’ha sempre presa, dal 1998 alla sua morte, alle case popolari a Cassano dagli ‘zingari’, la famiglia Abbruzzese”. Il collegio giudicante presieduto da Giovanni Garofalo con a latere il giudice Francesca De Vuono ha il compito di stabilire mandanti ed esecutori del cruento eccidio. Oggi in aula sono stati ascoltati due ragazzi che accompagnarono il figlio tredicenne di Iannicelli alla ricerca del padre nelle prime ore dalla sua scomparsa. L’uomo quel pomeriggio avrebbe dovuto raggiungere a Sibari il cognato Pasquale Perciaccante, ritenuto vicino al clan degli Abbruzzese.

 

Un appuntamento mai avvenuto. Sarebbe poi dovuto passare a prendere suo figlio alle 19.00 dalla sala giochi, ma non si presentò. Raggiunta casa a piedi con un amico il ragazzino si rende conto che il papà non c’è. Insieme a un amico e un cugino fa un giro per vedere se fosse in caserma visto che in quanto sorvegliato speciale non poteva rincasare oltre quell’orario. Ad un tratto appaiono in piazza Praia Longa Panzetta e Topo, ovvero Campilongo e Donato i due uomini che, secondo gli inquirenti, spacciavano a Firmo per conto di Iannicelli. Erano sporchi, puzzavano di bruciato. Donato dà un calcio a Campilongo e questi ‘confessa’ al ragazzo di essere preoccupato perché i carabinieri potevano cercarli visto che avevano da poco rubato del carburante. Era stato lui stesso a dire al tredicenne, che in quel periodo frequentava la figlia, che lo avrebbe aiutato a ritrovare il padre. Tutti i ragazzi partiti alla ricerca di Cocò e del nonno sanno però dei litigi tra Donato e Iannicelli, screzi riguardanti questioni di denaro. Debiti che Donato avrebbe contratto e mai onorato. Soldi che sin da subito fanno concentrati i sospetti sui due presunti esecutori del triplice omicidio: Faustino Campilongo e Cosimo Donato.

 

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