Racket a Cosenza, imprenditore vittima di estorsione: “Da quando ho denunciato vivo meglio”

Taglieggiatore tratto in arresto: “Se avessi saputo che era dell’antiracket non ci sarei andato. Non sono un pazzo”.

 

COSENZA – C’è chi paga in silenzio e chi si ribella. Non tutti gli imprenditori pare siano disposti ad accettare di dover regalare il frutto del proprio lavoro alla criminalità organizzata. Molteplici le forme in cui le cosche a Cosenza, come verosimilmente accade in altre città, chiedono la ‘protezione’ a chi possiede un’attività commerciale. Dal classico ‘presente’ per Natale, Pasqua e ‘Ferragosto’, al pagamento di una quota fissa mensile, sino all’imposizione di fornitori e di dipendenti da assumere. Due formule quest’ultime diffusissime che spesso vengono accettate di buon grado dalle vittime, che ormai rassegnate giustificano il proprio prostrarsi ai clan sostenendo la tesi per cui “tanto un operaio avrei dovuto assumerlo/tanto la merce da qualcuno avrei dovuto comprarla”. Poco importa se le prestazioni professionali e i materiali acquistati non sono affatto ‘performanti’ ed economici, la priorità è ‘aver risolto il problema’.

 

LA TESTIMONIANZA DELL’IMPRENDITORE VITTIMA DI ESTORSIONE

In realtà però il ‘problema’ non si risolve affatto. A spiegarlo è un imprenditore che ha denunciato prima Daniele Lamanna e poi Antonio Marotta alias ‘Capiceddra’ arrestato in flagranza quando era tornato a riscuotere la quota della ‘protezione’. “Deve avere paura chi non denuncia, chi lo fa, lavora meglio. Avrei dovuto versare 2.000 euro tre volte l’anno. Per me rivolgermi alle forze dell’ordine – racconta il titolare della pizzeria Le Magnolie – è stata una liberazione. Inizialmente ho pagato, ma vivevo comunque in uno stato di continuo terrore, con seri problemi per la serenità della mia famiglia. Eravamo sempre tesi, non sapevamo a che punto potessero arrivare le loro pretese. Sembrano cose che esistono solo in televisione, solo quando ti chiedono i soldi capisci che sei entrato nel limbo anche tu. Ci hanno provato due volte: prima Lamanna e poi Marotta. Quest’ultimo si è presentato dicendo che era un ‘amico’ di Lamanna.

 

La prima volta ho denunciato in anonimato e, visto che la notizia della mia denuncia non si era sparsa, hanno continuato a venire da me a chiedere denaro. Quindi sono stati scoperti dalle forze dell’ordine. Ho inteso procedere così perché non capivo chi voleva soldi, quanto denaro volesse, il motivo per cui avevano sparato ad altezza d’uomo contro le vetrine ferendo un cameriere. Al processo mi sono palesato costituendomi come parte civile. Se non lo avessi fatto, il mio nome sarebbe apparso solo all’interno delle intercettazioni degli indagati. La seconda volta invece ho apertamente presentato un esposto contro quella persona specifica per tentata estorsione. Poi non sono mai più venuti. Consiglio agli imprenditori che vivono in questa situazione di intraprendere questo percorso. Devono sapere tutti che chi non paga, lavora lo stesso e anche meglio. E’ frustrante dover dare, senza motivo, il frutto dei propri sacrifici a un estraneo”.

 

LE ATTIVITA’ DELL’ASSOCIAZIONE ANTIRACKET LUCIO FERRAMI COSENZA

I soci sono tutti imprenditori, vittime e potenziali vittime di estorsione. Anche a Cosenza esiste un presidio della Federazione Antiracket Italiana, con una pagina facebook dedicata, che offre gratuitamente assistenza legale e supporto psicologico a tutti coloro che denunciano i propri estorsori. Al centro delle attività si pone la sicurezza dell’imprenditore.”Spieghiamo a cosa si va incontro denunciando e quali sono i primi passi da fare. Fungiamo da tramite con le forze dell’ordine. Presentato l’esposto – spiega il presidente della associazione Antiracket Lucio Ferrami Cosenza Alessio Cassano – e terminate le indagini, si va a processo. La prassi prevede la costituzione di parte civile sia dell’associazione sia della vittima di estorsione. Di solito nessuno si pente e torna indietro, per questo le forze dell’ordine dovrebbero spingere gli imprenditori taglieggiati a rivolgersi a noi. E’ importante che chi denuncia non resti solo.

 

Credo che anche chi non è vittima debba sentirsi toccato, noi creiamo gli anticorpi per risolvere questo problema. L’inserimento nella rete associativa rende immuni a questo fenomeno, nessuno si sognerebbe mai di venire da un nostro socio perché sa che verrebbe subito arrestato. Sappiamo che la maggior parte delle attività pagano il pizzo. Non si denuncia perché si ignora cosa succede dopo e questo fa paura. Si pensa che poi bisogna stravolgere la propria vita, chiudere l’attività, andare a vivere in un’altra città, ma non è affatto così. Una volta che si sceglie di non voler più pagare, il coraggio prende il sopravvento sulla paura. Anche perché poi in fondo è proprio dalla paura che nasce il coraggio, sono sentimenti naturali. Il cambio è nella nostra coscienza. In quanto associazione non abbiamo mai subito intimidazioni”.

IL RUOLO DELLE FORZE DELL’ORDINE

Non è necessario l’arresto in flagranza. Le forze dell’ordine possono autonomamente trovare riscontro delle richieste estorsive attraverso le attività d’indagine e procedere all’arresto dell’aguzzino di turno. Certo ciò richiede tempistiche più lunghe rispetto a quando l’imprenditore collabora, fingendo di pagare, e al momento della riscossione il taglieggiatore si trova davanti a sé i carabinieri o la polizia. Emblematico un episodio trapelato dagli ambienti della Questura di Cosenza. Un estorsore tratto in arresto nel corso dell’interrogatorio avrebbe chiaramente spiegato agli inquirenti di non sapere che l’uomo a cui stava chiedendo il pizzo aveva già denunciato i propri taglieggiatori: “Se avessi saputo che era dell’antiracket non ci sarei andato. Non sono un pazzo, sarei andato a chiedere soldi a qualcun’altro”. Un’affermazione che conferma la teoria degli ‘anticorpi’ sostenuta dal presidente dell’Antiracket Cosenza Alessio Cassano.

 

Dal loro canto, spiegano i carabinieri “quando qualcuno si rivolge a noi, o verifichiamo la presenza di presunti atti intimidatori, iniziamo a svolgere attività d’indagine al fine di capire cosa c’è dietro, arginare il fenomeno e arrivare all’arresto. E’ un’attività costante che si svolge durante tutto l’anno sia sul fronte dell’usura che delle estorsioni. Sono lavori lunghi e complessi in cui si cerca sempre di individuare la rete di relazioni in modo da levare dalla morsa del racket e dello ‘strozzo’ più imprenditori possibili. Il problema di fondo è che nel 99% dei casi la vittima non denuncia. Dobbiamo quindi essere noi a risalire al reato senza alcuna collaborazione da parte degli imprenditori. In ogni caso tuteliamo chi è sotto minaccia, o chi potrebbe essere oggetto di vendetta, con diverse attività dalla vigilanza generica radiocollegata alla scorta nei casi più estremi”.