“Per Vincenzo Agostino”. Uno studente del Liceo “Filolao” di Crotone rievoca due vittime innocenti della mafia

Vincenzo Agostino, simbolo della ricerca della verità e della giustizia, come amava ripetere, da dedicare in primis alla memoria del suo coraggioso e sfortunato figlio Nino, agente di polizia, morto il 5 agosto del 1989, in un agguato mafioso

COSENZA  – Dolore e tantissimi messaggi per la morte di Vincenzo Agostino, 87 anni. Per tanti anni si è battuto per ottenere giustizia per la morte del figlio Nino, l’agente di polizia assassinato dalla mafia, assieme alla moglie incinta Ida Castelluccio, l’8 agosto del 1989. Era conosciuto per il suo impegno e per la lunga barba bianca: l’avrebbe tagliata solo dopo che fosse stata fatta verità sui mandati del duplice omicidio e sul depistaggio delle indagini. Sua moglie, Augusta Schiera, era morta nel 2019, ma Vincenzo Agostino ha continuato senza sosta la sua battaglia fino all’ultimo.

Qualche tempo fa è stato dedicato un docufilm “Io so chi siete” che ripercorre l’intera vicenda. Oggi la sua forza morale rivive nei giovani che lo hanno ascoltato e che in futuro decideranno di apportare il proprio contributo nella comunità in cui vivono in termini di cittadinanza responsabile.  Per esempio, il giovane studente Andrea Cacozza della classe III sez. C del Liceo Scientifico Filolao di Crotone racconta la storia di due onesti lavoratori, Angelo Carlisi e Calogero Zaffuto, uccisi dalla mafia il 21 aprile del 1993 in una strada che collega Porto Empedocle (AG) con Maddalusa e San Leone.

“Il 21 aprile 1993, a Porto Empedocle, la comunità viene scossa dalla tragica fine di due pescivendoli di Grotte: Angelo Carlisi e Calogero Zaffuto. La Squadra Mobile di Agrigento interviene nella contrada “Caos”, in risposta a una segnalazione alla centrale operativa. All’interno di un autofurgone Fiat Fiorino, trovano due uomini gravemente feriti da colpi di arma da fuoco: Calogero Zaffuto, portato in ospedale in stato di coma, e Angelo Carlisi, già deceduto. Nella stessa giornata, viene ritrovata una carcassa bruciata di un’Alfa 33 rubata l’8 aprile ad Agrigento, appartenente proprio a Carlisi, abbandonata nella contrada “Maddalusa”. I familiari riferiscono che Angelo aveva avuto problemi legati al furto della sua auto. Dopo aver acquistato il veicolo e preso in affitto un garage, dove voleva parcheggiare la sua macchina, è entrato in contrasto con il locatore e ha subito intimidazioni telefoniche. Gli investigatori ipotizzano che Angelo Carlisi possa essere stato ucciso per aver indispettito un amico di Vincenzo Licata, boss locale e stretto collaboratore di Giovanni Brusca.”

Nel 2016 il procuratore della Repubblica di Siena Salvatore Filippo Vitello così aveva commentato il tragico episodio: «A Grotte è esistito un potere criminale che ha consentito la morte di Calogero Zaffuto e Angelo Carlisi, due giovani onesti lavoratori vittime innocenti di mafia. Su queste persone è caduto l’oblio e questo non è accettabile. La loro tragica morte e il loro sangue innocente deve essere additato alle nuove generazioni. Simili fatti non devono accadere. L’illegalità, la mafia si devono combattere non soltanto con la forza della legge ma anche con la forza dei cittadini. La comunità deve trovare il coraggio della verità. Colui che nega l’umanità non può essere definito uomo di rispetto. E purtroppo nelle zone grigie la gente ha rispetto per queste persone.”

Il CNDDU invita nuovamente gli studenti e i docenti ad aderire al progetto #inostristudentiraccontanoimartiridellalegalità. Gli elaborati possono essere segnalati al CNDDU che li renderà visibili sui propri canali social (email: coordinamentodirittiumani@gmail.com)

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