La prima manovra targata Meloni: addio al reddito di cittadinanza per chi può lavorare - QuiCosenza.it
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La prima manovra targata Meloni: addio al reddito di cittadinanza per chi può lavorare

Sarà tutelato chi non può lavorare e saranno aggiunte le donne in gravidanza, ma per gli altri viene abolito alla fine del 2023

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ROMA – Approvata la legge di bilancio 2023, la prima del governo Meloni. Il varo è arrivato in piena notte, al termine di un consiglio dei ministri durato tre ore e mezzo. Il testo da “quasi 35 miliardi” è stato presentato dal presidente del Consiglio in conferenza stampa. “L’Italia torna a correre”, ha scritto il premier sui social. Un provvedimento che si basa su un approccio “prudente e realista”, che tiene conto della situazione economica ma anche “sostenibile per la finanza pubblica”, sottolinea una nota del ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti.

Meloni: “fedeli ai nostri principi”

“Manteniamo gli impegni sul reddito di cittadinanza. Avremmo avuto bisogno di più tempo per fare una riforma complessiva di questa materia, che però faremo”. Dichiara il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in conferenza stampa.

“Fedeli ai nostri principi, tuteliamo chi non può lavorare, e aggiungiamo le donne in gravidanza, ma per gli altri viene abolito alla fine del 2023. Abbiamo preso questa decisione perché ci siamo dati un periodo transitorio per accompagnare le nostre scelte – ha aggiunto la premier – Io continuo a credere e nessuno mi toglie dalla testa questo obiettivo che bisogna arrivare alla togliere il reddito di cittadinanza per chi è in condizione di lavorare. Ovviamente si stracceranno le vesti, vedo forze politiche che già chiamano la piazza. Bene tutto, ma vorrei sapere, da chi ha pensato il Reddito di cittadinanza, se lo ha pensato come uno strumento con il quale dovesse occuparsi delle persone dai 18 ai 60 anni. C’è gente che lo prende da tre anni, quindi non ha funzionato come doveva. Lo Stato deve aiutare queste persone ad avere un posto di lavoro.

Tra le altre cose, c’è un elemento fondamentale che introduciamo ovvero l’obbligo di presenza sul territorio nazionale per chi percepisce il Reddito di cittadinanza. Abbiamo approcciato come se fosse un bilancio familiare”. Così ha concluso il presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa.

 

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Commercialisti: uno su due ha aumentato il proprio reddito

«La nostra professione può e deve svolgere un ruolo importante per imprese, finanza, pubblica amministrazione e anche Pnrr»

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ROMA – Quasi un commercialista italiano su due dichiara di aver registrato un trend positivo del proprio reddito prodotto nel 2021 senza evidenti differenze di genere, il 47% degli uomini e il 41% delle donne. Lo rileva un sondaggio SWG presentato ai Magazzini del Cotone durante il convegno “Previdenza in tour2022 Verso nuove rotte – Strategie e strumenti di navigazione per i dottori commercialisti di domani’ organizzato dalla Cassa Dottori Commercialisti.

“Dal sondaggio SWG a cui hanno risposto oltre 12 mila colleghi, nonostante le difficoltà emerge la fotografia di una categoria in buona salute e in crescita, che tiene in termini di nuovi iscritti e di volumi d’affari – sottolinea il presidente della Cassa Stefano Distilli – Abbiamo chiuso un assestamento di bilancio preventivo 2022 con un’ipotesi di avanzo di 331 milioni e anche nel 2023 prevediamo di gestire un patrimonio netto in crescita ben oltre i 10 miliardi“. “Un altro dato fondamentale emerso dal sondaggio è la consapevolezza dei professionisti di dover evolvere verso nuove forme di consulenza. La nostra professione può e deve svolgere un ruolo importante rispetto alle imprese, il mondo della finanza, la pubblica amministrazione e anche il Pnrr”.

La crescita del reddito ha riguardato soprattutto i professionisti che hanno un’attività solida e ben avviata: 60% di casi per quelli con redditi oltre 100 mila euro e quasi 50% dei casi per quelli tra 50 e 100 mila euro. Solo un professionista su 5 segnala un andamento in calo, con un dato che sale a quasi il 40% per chi ha redditi più bassi sotto i 15 mila euro. Dal sondaggio emergono opinioni differenti riguardo alle opportunità offerte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: la quota maggiore (30%) degli intervistati ritiene possa rappresentare un’opportunità in termini di crescita professionale contro un 24% che non ne è convinto. Se a Sud e nelle isole i favorevoli al Piano salgono al 37% e nel Centro Italia al 32%, nel Nord Ovest e Nord Est calano al 25%. Inoltre la maggior parte dei commercialisti ha intenzione di affiancare i propri clienti nell’accesso alle linee di finanziamento Piano o lo ha già fatto (38%). L’area di intervento su cui è richiesta maggiore consulenza è l’industria 4.0 (70% delle risposte), seguita dai bonus edilizi (50%).

Sul fronte dell’evoluzione della professione è diffusa comunque la consapevolezza che il dottore commercialista del domani debba individuare ambiti di sempre maggiore specializzazione, come dichiara più di un intervistato su due (57,2%) e forme di aggregazione, integrazione e collaborazione possono rappresentare un’opportunità di crescita (39,1%) anche “per sfuggire a una burocrazia soffocante e a un progressivo declino di alcune attività tradizionali.
In merito alla misura introdotta dal ministero della Funzione pubblica per il reclutamento di professionisti nell’ambito della Pubblica amministrazione, appena il 30% degli intervistati non ne era a conoscenza e tra chi la conosceva uno su 5 ha aderito (soprattutto chi ha redditi più bassi) o intende farlo.

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Sono 909 i morti sul lavoro nei primi 10 mesi del 2022. Aumentano i decessi in Calabria

L’analisi evidenzia un incremento delle denunce di infortunio nei primi dieci mesi dell’anno, in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud

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ROMA – Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail entro lo scorso mese di ottobre sono state 909, 108 in meno rispetto alle 1.017 registrate nei primi 10 mesi del 2021 (-10,6%), sintesi di un decremento delle denunce osservato nel quadrimestre gennaio-aprile (-32,5%) e di un incremento tra maggio e ottobre (+11,7%), nel confronto tra i due anni. Si registrano 127 casi in meno rispetto al periodo gennaio-ottobre 2020 (1.036 decessi) e 13 in più rispetto al periodo gennaio-ottobre 2019 (896 decessi).

A livello nazionale i dati rilevati al 31 ottobre di ciascun anno evidenziano, pur nella provvisorietà dei numeri, un decremento per i primi 10 mesi del 2022, rispetto allo stesso periodo del 2021, solo dei casi avvenuti in occasione di lavoro, scesi da 815 a 659, per il notevole minor peso delle morti da Covid-19, mentre quelli in itinere sono passati da 202 a 250. Il calo ha riguardato soprattutto l’industria e servizi (da 859 a 772 denunce), seguita da conto stato (da 46 a 32) e agricoltura (da 112 a 105).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio all’Inail, nei primi dieci mesi dell’anno, in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+46,1%), seguito da Isole (+41,7%), Nord-Ovest (+39,7%), Centro (+35,9%) e Nord-Est (+18,3%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+84,3%), la Liguria (+59,2%) e il Lazio (+55,9%).
L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2021 e il 2022 è legato sia alla componente femminile, che registra un +54,3% (da 159.524 a 246.162 denunce), sia a quella maschile, che presenta un +21,1% (da 288.586 a 349.407). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+34,9%), sia quelli extracomunitari (+24,8%) e comunitari (+20,6%). Dall’analisi per classi di età emergono incrementi generalizzati in tutte le fasce. Quasi la metà dei casi confluisce nella classe 40-59 anni.

Più morti sul lavoro in Calabria Lombardia e Toscana

Dall’analisi territoriale degli infortuni, segnalati all’Inail nei primi 10 mesi dell’anno, emerge un incremento di due casi mortali nelle Isole (da 70 a 72) e un decremento di 70 casi al Sud (da 271 a 201), di 24 nel Nord-Est (da 226 a 202), di 10 al Centro (da 196 a 186) e di sei nel Nord-Ovest (da 254 a 248). Tra le regioni con i maggiori decrementi, la Campania (-29 casi mortali), l’Abruzzo (-19) e la Puglia, il Lazio e l’Emilia Romagna (-18 ciascuna). Tra le regioni che registrano aumenti, invece, si segnalano la Calabria (+13 casi), la Lombardia e la Toscana (+8 ciascuna).

Il calo rilevato tra i primi 10 mesi del 2021 e del 2022 è legato solo alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 922 a 806, mentre quella femminile sale da 95 a 103 casi. In diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (da 861 a 735 decessi), in aumento quelle dei comunitari (da 37 a 47) e degli extracomunitari (da 119 a 127). Dall’analisi per classi di età, da segnalare l’incremento di casi mortali tra i 25-39enni (da 132 a 167 casi) e tra gli under 20 (da 10 a 20) e il calo tra gli over 39 anni (da 843 a 693).

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Raffica di aumenti per pranzo e cena di Natale: costerà di più anche brindare a fine anno

«Le scelte del Governo non sembrano difendere il potere d’acquisto delle famiglie. L’aumento delle accise provocherà un ulteriore rialzo dei prezzi»

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ROMA – “Imbandire le tavole in occasione del Natale costerà quest’anno agli italiani, a parità di consumi, 340 milioni di euro in più rispetto allo scorso anno. Ma già 3 famiglie su 10 sono pronte a tagliare la spesa legata alle feste per far fronte agli abnormi incrementi dei prezzi al dettaglio”. Lo afferma Assoutenti, che ha realizzato uno studio per capire quanto costerà nel 2022 il tradizionale pranzo di Natale.

“Rispetto allo scorso Natale si spende oggi il 10,5% in più per la carne, il 10% in più per il pesce, il 21,6% in più per le uova, il 41,7% in più per il burro, il 52,3% in più per l’olio di semi – afferma l’associazione – Lo zucchero sale del 49%, la verdura del 15,2%, l’acqua minerale del 15,5%. Costerà di più anche brindare per il nuovo anno: il vino sale del 6%, i liquori del 5,3%, la birra del 10,3%. Forti aumenti anche per il latte (quello conservato costa il 33,1% in più, quello fresco parzialmente scremato il 20% in più), i formaggi (+16,8%), il riso (+35,3%), farina e cereali (+23,5%), il pane (+15,9%) e la pasta (+21,3%).

Rincari dei prezzi che, a parità di consumi rispetto allo scorso anno, faranno salire di circa 340 milioni di euro la spesa degli italiani per pranzo e cenone di Natale, portando il costo complessivo degli acquisti alimentari legati al Natale a superare quota 2,8 miliardi di euro” – calcola Assoutenti. Secondo l’associazione, tuttavia, per contenere la spesa per le feste ben 3 famiglie su 10 sono pronte a tagliare i consumi natalizi. “L’emergenza prezzi si abbatte anche sul Natale e rischia di portare ad una sensibile riduzione dei consumi da parte dei cittadini – avvisa il presidente Furio Truzzi – Le recenti scelte del Governo non sembrano andare nella direzione di difendere il potere d’acquisto delle famiglie, considerando che l’aumento delle accise scattato lo scorso 1 dicembre provocherà un ulteriore rialzo dei prezzi al dettaglio e inciderà sulle tasche dei cittadini che si sposteranno in auto durante le prossime festività”.

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