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Italia

Alla Sanità +11 miliardi tutti erosi dalla pandemia. E le Regioni rischiano di chiudere in rosso

È l’analisi contenuta nel quinto rapporto della Fondazione Gimbe. In tre anni il Covid ha rappresentato il maggior dispendio sanitario

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ROMA  – La pandemia di Covid-19 ha investito il Sistema sanitario nazionale (Ssn) con effetti pesanti non solo in termini di maggiori ospedalizzazioni e tenuta dei nosocomi ma anche sul fronte finanziario, erodendo pesantemente le risorse economiche destinate a dare nuovo ossigeno al Fondo sanitario. Dal 2020 ad oggi il finanziamento alla Sanità pubblica è infatti passato da113,8 miliardi a 124,9, un aumento di ben 11,2 miliardi, di cui 5,3 assegnati con decreti Covid. Tuttavia, tali risorse sono state interamente assorbite dalla pandemia e nel 2022 diverse Regioni rischiano di chiudere con i conti in rosso. E’ l’analisi contenuta nel quinto rapporto della Fondazione Gimbe sul Ssn.

Il rilancio del finanziamento pubblico per la Sanità, sottolinea Gimbe, è stato cioè “imposto dalla pandemia” ma anche “eroso” da questa. E manca ancora un rafforzamento “strutturale” del Ssn, mentre molte criticità restano irrisolte: liste d’attesa lunghissime per visite, esami, operazioni chirurgiche e screening; ma anche nuovi bisogni di salute, in particolare quelli dettati dagli effetti del long-Covid e dalle ricadute della pandemia sulla salute mentale. E, soprattutto, l‘ulteriore indebolimento del personale sanitario: “Pensionamenti anticipati, burnout e demotivazione, licenziamenti volontari e fuga verso il privato lasciano sempre più scoperti settori chiave, in particolare i Pronto Soccorso”, rileva Gimbe.

L’appello al futuro Governo “metta la salute al centro”

Da qui un appello al futuro governo: l’Italia, avverte il presidente Gimbe Nino Cartabellotta, “spende poco in sanità pubblica, tanto che siamo al 16/mo posto in Europa; il nuovo esecutivo metta la salute al centro”. Intanto, il quadro epidemiologico in Italia segna un rallentamento nella crescita dei casi, ma bisognerà ancora attendere almeno una settimana, secondo gli esperti, per poter comprendere quale sarà l’andamento delle curve. Dobbiamo prepararci a “salite e ridiscese”, avverte Alessandro Vespignani, neopresidente della Fondazione Isi, centro internazionale che lavora su Sistemi complessi e dati con sede a Torino. Secondo le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘M.Picone’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), invece, i casi di Covid-19 stanno diminuendo in otto province italiane, sette delle quali si trovano al Sud e una al Centro, ma sarà necessaria una settimana per confermare se si tratta di una reale discesa della curva e non di una stasi.

La conferma che la curva dei contagi sale negli ultimi giorni più lentamente arriva anche da Cartabellotta, “ma ancora bisogna capire gli effetti dell’abolizione dell’obbligo di mascherina sui mezzi pubblici. Avevamo caldeggiato una circolare in tal senso – afferma – ma purtroppo non vedrà la luce, visto che ci troviamo in una fase di transizione tra un esecutivo e l’altro”.

Un altro dato, osserva l’epidemiologo Cesare Cislaghi, è che i positivi al virus SarsCoV2 “potrebbero essere molto più numerosi di quelli notificati ufficialmente e questo spiegherebbe perchè, nonostante la decelerazione dell’aumento dei nuovi casi, i ricoveri stiano invece crescendo”. Secondo Cislaghi, infatti, “il numero di contagiati ‘consapevoli’ perché etero od auto diagnosticati sarebbe oggi superiore di circa la metà rispetto a quello riportato dai dati della Protezione Civile e quindi una incidenza non di quaranta mila al giorno bensì di sessantamila ed una prevalenza di positivi non di cinquecentomila bensì di settecentocinquantamila”.

E preoccupa la situazione nelle carceri dove tornano a salire i contagi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia, i detenuti positivi sono 239 su una popolazione carceraria pari a 55.249 persone. Nessuno di loro è ricoverato in ospedale. Quanto ai numeri dell’epidemia nelle ultime 24 ore, dopo il calo fisiologico del fine settimana si registra una risalita: sono 65.925 i nuovi contagiati (ieri 15.089 ), secondo i dati del ministero della Salute. Le vittime sono 80 (ieri 51), ed il tasso di positività è del 19,8% (rispetto al 18,1% del giorno precedente). Negli ospedali, sono 224 i ricoverati in terapia intensiva (ieri 216), ovvero 8 in più, mentre i ricoverati nei reparti ordinari sono 6.259, cioè 272 in più.

Calabria

Dal Vajont, al Raganello fino a Casamicciola: morti della natura matrigna

70 anni di catastrofi, terremoti, frane, alluvioni: anche la Calabria ricorda le tragedie del del Raganello e di Soverato

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COSENZA – Il dramma di Casamicciola, con l’ennesima frana che ha seminato morti e distruzione, è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che negli ultimi 70 anni hanno provocato in Itala centinaia di morti. Terremoti, alluvioni, bombe d’acqua, fenomeni idrogeologici che in molte occasioni hanno messo in ginocchio intere città e porzioni del territorio. Fenomeni che oramai si replicano a distanza di mesi, causati dal cambiamento climatico ma anche dalla violenta aggressione al territorio messa in atto negli anni con il fenomeno dell’abusivismo edilizio che ha reso ancora più fragile una ampia fetta del Paese.

La prima tragedia causata dalla natura del dopoguerra Fu quella del Polesine nel 1951 dove morirono 101 persone. Seguirono la strage del villaggio Molina, nel Salernitano, dove a perdere la vita nel 1954 furono 325 persone e l’alluvione di Firenze del 1966 dove si contarono decine di morti. Il 9 ottobre del 1963, una frana si staccò dal monte e precipitò nel bacino provocando un’onda che superò la diga del Vajont e distrusse il paese di Longarone causando 2000 vittime. Nel novembre del 1980 un terremoto in Irpinia provoca 2914 vittime. E ancora: nel 1987, in pieno luglio, ci furono 23 morti per un’alluvione in Valtellina. Negli anni ’90 a Sarno uno delle sciagure più drammatiche: Il 5 maggio del 1998 interi quartieri cancellati da tonnellate di fango, una marea nera che travolse case e persone scendendo a valle dalla montagna sotto l’azione della pioggia. I morti furono 161.

Negli ultimi venti anni molti gli episodi tragici. Il 9 settembre 2000, dopo tre giorni consecutivi di pioggia in Calabria, il campeggio ‘Le Giare’ di Soverato si trasforma improvvisamente in un fiume in piena che travolge tutto: 13 i morti. Il primo ottobre del 2009 il dissesto idrogeologico e le forti piogge provocano in provincia di Messina gigantesche colate di detriti che travolsero abitazioni e automobilisti tra Giampilieri superiore e Scaletta Zanclea causando 28 i morti. Due anni dopo a Genova, città colpita più volte da fenomeni alluvionali, un’eccezionale precipitazione in alcuni quartieri del levante della città in Val Bisagno provoca sei morti. La notte del 6 aprile del 2009 un violenta scossa di terremoto colpisce l’Aquila causando 309 morti. Una delle peggiori alluvioni della storia della Liguria si abbatte sulle Cinque Terre il 25 ottobre del 2011. Vernazza è invasa da un fiume di fango e danni gravissimi si registrano anche a Monterosso. Le vittime sono 13. A Senigallia, colpita nel settembre scorso da una alluvione che ha provocato 12 vittime, nel 2014 ci furono 4 morti. Il 24 agosto 2016 altro tragico terremoto nel centro Italia: in tutto persero la vita oltre trecento persone e Amatrice fu il centro più colpito. Il 18 gennaio del 2017 una slavina di dimensioni gigantesche si stacca dalle pendici del Gran Sasso e si incanala in un canalone in località Farindola dove è stato costruito l’hotel Rigopiano: morirono 29 persone. Il 10 settembre del 2017 a Livorno le violente piogge causarono otto morti. Nel 2018 due tragedie a distanza di pochi mesi provocano complessivamente 23 morti a Forra del Raganello, in provincia di Cosenza e in provincia di Palermo. Anche gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da eventi estremi, causati anche dalla siccità e dalla quasi totale assenza di precipitazioni. Il 3 luglio un enorme seracco si è staccato dalla Marmolada, sulle Dolomiti al confine tra il Trentino e il Veneto, uccidendo 11 persone.

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Italia

Agriturismi: il covid non li ha fermati: +1,3% strutture nel 2021. Boom al Sud

La crescita maggiore è nelle Isole (+8,2%) e al Sud (+1,5%). Il 63,3% dei comuni italiani ospita almeno una di queste strutture ricettive

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COSENZA – Il settore dell’agriturismo dimostra una buona tenuta anche in tempi di pandemia: nel 2021, secondo il rapporto su “Le aziende agrituristiche in Italia” pubblicato da Istat, le strutture attive sono 25.390, in crescita dell’1,3% rispetto al 2020. Nel dettaglio i comuni con almeno 100 di queste strutture sono 11: Appiano sulla Strada del vino, Assisi, Caldaro sulla Strada del vino, Castelrotto, Cortona, Grosseto, Manciano, Montalcino, Montepulciano, Noto, San Gimignano. Inoltre, secondo dati Istat, le aziende condotte da donne sono 8.762, il 34,5% del totale, anche in questo caso in aumento del’1,3% rispetto al 2020. Complessivamente nel 2021 gli arrivi hanno superato i 3 milioni di euro.

 

 

La riapertura delle frontiere ha permesso di registrare un incremento del 68% degli agrituristi stranieri rispetto all’anno precedente, per un comparto che ha visto crescere il valore alla produzione agrituristica a 1.162 milioni di euro, rialzando la china del 44,8% rispetto al 2020 in termini di valore economico delle aziende agrituristiche ma rimanendo ancora sotto il livello pre-pandemia del 2019 (-26%). Poco più della metà del valore economico è generato dalle aziende agrituristiche del Nord, in particolare quelle del Nord-Est (39,3%). Il contributo del Centro e del Mezzogiorno è pari rispettivamente al 37,5% e al 12,2%. La produzione agrituristica, conclude il rapporto Istat, contribuisce per il 3,3% alla formazione del valore economico dell’intero settore agricolo, nel quale le aziende agrituristiche incidono per il 2,2%.

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Italia

In calo gli errori in sala parto, quasi dimezzati in 5 anni

Gli errori in sala parto rappresentano l’1,67% del totale degli errori sanitari denunciati, pari a 0,65 casi ogni 1000 nascite, un valore dimezzato rispetto al 2016, anno di picco

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ROMA – Continuano a diminuire gli errori in sala parto negli ospedali italiani: nel 2021 le denunce sono state quasi la metà rispetto al 2016. Mentre il Centro Italia passa da area più critica ad area più virtuosa con il minor numero di casi denunciati. E’ quanto emerge dai risultati del 5° Osservatorio Baby Case, presentati al Forum Risk Management di Arezzo da AmTrust, compagnia di assicurazioni per la responsabilità sanitaria che in Italia copre oltre il 40% delle strutture.

L’analisi è stata condotta su 1.295 casi denunciati tra il 2010 e il 2021, accaduti all’interno di 175 ospedali pubblici e privati sul territorio nazionale. Le strutture hanno riscontrato nel 2021 una diminuzione delle denunce, riconfermando il trend emerso negli ultimi 5 anni. Gli errori in sala parto rappresentano l’1,67% del totale degli errori sanitari denunciati, pari a 0,65 casi ogni 1000 nascite, un valore dimezzato rispetto al 2016, anno di picco.

Contrariamente rispetto agli anni passati, le strutture del Centro Italia sono risultate nel 2021 quelle meno coinvolte, con circa 0,53 denunce per ospedale: un dato in miglioramento progressivo, considerando che 6 anni fa si partiva dai 2,44 casi di media per ospedale. Nel Sud si riscontrano 0,82 eventi denunciati in media per ospedale, mentre anche il Nord con 0,67 vede un miglioramento rispetto al 2020.

I tempi di chiusura delle pratiche, invece, si allungano: il 63% dei fascicoli vengono chiusi entro 3 anni dalla denuncia, mentre il 95% in 7 anni. “La riduzione degli errori in sala parto è dovuta ad una serie di fattori intervenuti negli ultimi anni. In primo luogo – spiega Emanuele Patrini, Head of Internal Audit di AmTrust – una concentrazione dei punti nascita, poiché dove c’è una maggior casistica c’è una gestione più efficiente. Le recenti politiche di Risk management integrate a livello nazionale, inoltre, hanno avviato percorsi specifici per incrementare la sicurezza del momento nascita. Infine, ha pesato in termini positivi l’aumento delle tecnologie a disposizione e delle misure di controllo”.

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