“Italia in fumo”, report e 10 proposte di Legambiente: Calabria tra le regioni più colpite - QuiCosenza.it
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“Italia in fumo”, report e 10 proposte di Legambiente: Calabria tra le regioni più colpite

La Sicilia è la regione più colpita per reati (993) ed ettari attraversati dalle fiamme seguita da Calabria, Puglia e Campania. In 14 anni sono andati in fumo 723.924 ettari, un’area grande quasi quanto l’intera regione Umbria

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ROMA – Nel 2021 oltre 159mila ettari di superfici boscate e non, sono andati distrutti dalle fiamme (+ 154,8% rispetto al 2020). In aumento anche i reati tra incendi dolosi, colposi e generici. La Sicilia è la regione più colpita per reati (993) ed ettari attraversati dalle fiamme seguita da Calabria, Puglia e Campania. In 14 anni sono andati in fumo 723.924 ettari, un’area grande quasi quanto l’intera regione Umbria. In pericolo i “gioielli del Paese”: siti della Rete Natura 2000 e aree protette.

Italia in fumo

Dal Nord al sud della Penisola come ogni estate è emergenza incendi. Si tratta di roghi spesso di natura dolosa e criminale, appiccati per fini speculativi, o per ripicche tra privati o verso la pubblica amministrazione. Ad aggravare il tutto la crisi climatica, il caldo torrido e l’emergenza siccità. Sono già 26.270 gli ettari bruciati dal 1 gennaio al 15 luglio 2022 (fonte EFFIS) e 32.921 gli interventi registrati ed effettuati, dal 15 giugno al 15 luglio, dai Vigili del Fuoco per incendi boschivi, nelle aree urbane e rurali (+4.040 rispetto allo stesso periodo del 2021). Ancora più preoccupanti sono i dati del nuovo report “Italia in fumo” realizzato da Legambiente che, anticipando i dati Ecomafia 2022 e analizzando i dati satellitari dell’EFFIS, fa il punto sul patrimonio boschivo e non andato in fumo nel 2021 e negli ultimi 14 anni, dal 2008 al 2021.

Sono 159.437 gli ettari di superfici boscate e non devastati dalle fiamme nel 2021 (+ 154,8% sul 2020). In aumento anche i reati tra incendi dolosi, colposi e generici, 5.385 (+27,2% rispetto al 2020) e le persone denunciate (658, + 19,2%), anche se continuano ad essere sottodimensionate rispetto ai reati, così come i sequestri: 107, con un +35,4% rispetto al 2020.

Responsabili degli incendi e difficoltà nell’identificarli

A confermare le grandi difficoltà che ancora si incontrano nell’individuazione dei responsabili dei roghi, il dato relativo agli arresti: appena 16, comprese le due ordinanze eseguite in Sicilia dai Carabinieri della stazione di Noto, in provincia di Siracusa, due in meno del 2020. A preoccupare è anche il dato complessivo degli ultimi 14 anni, frutto dell’elaborazione di Legambiente dei dati EFFIS dal 2008 al 2021. Parliamo di una superfice complessiva di territorio incenerito, a causa di ben 5.298 incendi, di oltre 723.924 ettari, un’area grande quasi quanto l’intera regione Umbria che ha interessato il territorio di almeno 1.296 Comuni, corrispondenti al 16,39% dei comuni italiani, distribuiti in 19 tra Regioni e Province autonome.

In questi Comuni più di qualcosa non ha funzionato nelle azioni di prevenzione e lotta attiva agli incendi. Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna, Lazio e Puglia i territori da presidiare con maggiore efficacia durante tutto l’anno rafforzando le attività investigative per prevenire i rischi e accertare le responsabilità. Ad essere in pericolo sono soprattutto i “gioielli del Paese”: aree protette e siti rete natura 2000. L’azione criminale insiste, nel tempo, su aree geografiche ben delimitate e proprio in queste aree di pregio più di qualcosa non ha funzionato nelle azioni di prevenzione, contrasto e lotta attiva agli incendi.

Di fronte a questo quadro, Legambiente torna a ribadire l’importanza della prevenzione e del rafforzamento delle attività investigative lanciando 10 proposte – a partire da una gestione integrata degli incendi governo integrato degli incendi e piani di adattamento – per contrastare gli incendi con lo scopo di rafforzare la riforma della legge 353 del 2000. Obiettivo solo parzialmente raggiunto con la legge 155/2021, che ha introdotto nella nostra normativa l’incendio di interfaccia urbano-rurale; ha codificato il fuoco prescritto come misura di prevenzione; messo a disposizione 140 milioni di euro da spendere entro il 2023 e altri 150 a valere sui fondi del Pnrr; previsto pene più severe per alcuni reati di incedi dolosi; previsto poteri sostitutivi affidati alle Regioni e ai Carabinieri Forestali per la mancata redazione da parte dei Comuni del catasto delle aree percorse dal fuoco. Ma la norma approvata non fornisce tutte le risposte che l’associazione ambientalista aspettava per contrastare efficacemente gli incendi boschivi, soprattutto alla luce degli effetti già fin troppo visibili della crisi climatica.

“Occorre un radicale cambiamento di approccio e risposta al fenomeno degli incendi – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – che miri a prevenire i roghi attraverso la gestione del territorio, l’utilizzo ecologicamente sostenibile delle risorse agro-silvo-pastorali, la promozione dei servizi ecosistemici che vanno remunerati, per sostenere e rivitalizzare le comunità rurali nelle aree interne e montane in una rinnovata funzione di presidio territoriale. In questa partita servono investimenti veri, ricerca, strumenti e tecnologie, semplificazione di procedure e competenze all’interno di una strategia complessiva definita in condivisione con le popolazioni locali ed i portatori di interesse. Una necessità impellente anche perché, la tendenza che si prospetta nel 2022 e nei prossimi anni, è di una crescita del fenomeno degli incendi boschivi a causa della siccità prolungata che si sta verificando nell’Europa meridionale e le condizioni risultanti che hanno già causato numerosi focolai di incendi prematuri. Un altro segno evidente, insieme allo scioglimento dei ghiacciai alpini, della crisi climatica già in atto”.

Incendi 2021, le Regioni più colpite

Nel 2021, stando al report di Legambiente, la Sicilia resta la regione più colpita sia come numero di reati (993), che come ettari attraversati dalle fiamme (81.590, il 51,3% del totale nazionale), seguita da Calabria (674 reati e 35.480 ettari inceneriti), Puglia (601 reati e 3.660 ettari colpiti) e Campania (553 reati e 5.564 ettari in fiamme). Nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si concentra il 52,4% dei reati e il 79,1% delle superficie andata in fiamme. Usando solo il parametro delle aree attraversato dal fuoco, spiccano il terzo posto della Sardegna, con 19.228 ettari, e la quarta posizione del Lazio (6.854 ettari).

Bilancio aggressione ai siti natura 2000

Altri due aspetti riguardano l’aggressione in questi 14 anni 2008 al 2021ai siti natura 2000 e alle aree protette. In particolare nei 2.310 siti Natura 2000 in Italia, seppur ricordando che analizziamo un dato ampiamente sottostimato (a causa del mancato inserimento delle superfici inferiori ai 30 ettari), sono avvenuti 2.078 incendi che hanno mandato in fumo circa 250.000 ettari, tenuto conto delle sovrapposizioni tra le diverse tipologie dei siti Natura 2000. Dai dati EFFIS geolocalizzati emerge, però, che non è l’intero patrimonio naturale mappato in Italia a bruciare, ma una manciata di siti italiani della rete Natura 2000 a partire dalla in Sicilia che da sola rappresenta il 51% dei casi, mentre se considerata con le regioni Sardegna e Campania arriviamo al 73% del totale. Se si aggiungono anche Calabria, Lazio e Puglia si raggiunge il 93% del totale delle superfici percorse dal fuoco all’interno dei siti Natura 2000. Sono quindi i territori di sole sei regioni a cubare il 93% del totale delle superfici delle aree Natura 2000 italiane percorse dal fuoco.

Bilancio aggressione alle aree protette

Sempre nell’arco di questi 14 anni, in Italia è andata in fumo, una superficie di oltre 107.670 ettari, a causa di ben 950 incendi, che hanno interessato il territorio di 118 aree protette, corrispondenti al 13,55% delle 871 aree protette istituite nel nostro Paese, distribuiti in 16 tra Regioni e Province autonome. Anche in questo caso, la Sicilia è la regione più colpita. Da sola rappresenta, nei 14 anni analizzati, oltre il 40% del totale della superficie percorsa dal fuoco all’interno di 38 differenti aree protette. Se la consideriamo insieme anche alle regioni Calabria e Campania arriviamo al 78% del totale della superficie bruciata all’interno di altre 22 aree protette, mentre se aggiungiamo, a queste tre regioni, anche Puglia, Lazio, Abruzzo e Piemonte si supera il 97% del totale delle superfici percorse dal fuoco all’interno di ulteriori 35 aree protette.

App Gaia Observer

Per dare a tutti la possibilità di visualizzare le aree percorse dal fuoco superiori ai 30 ettari, anche quando ci si trova sul campo, Legambiente ha caricato tutti i dati satellitari EFFIS sull’App Gaia Observer, tra i servizi gratuiti che l’associazione offre ai cittadini, e aggiunta la funzione “segnala area”. Questa funzione consente a chiunque, appena entri in una delle aree percorse dal fuoco (quelle mappate a scala europea) di essere avvisato, tramite un bip, dall’App. Così, anche quando il passare degli anni rende meno visibili i segni esteriori dell’incendio, si potrà con assoluta certezza sapere di trovarsi all’interno di un’area già percorsa dal fuoco almeno una volta negli ultimi quattordici anni.

Le 10 proposte di Legambiente

1. Gestione integrata degli incendi: è necessaria un’attività di integrazione/coordinamento, a livello regionale e nazionale, fra i settori dedicati alla previsione, prevenzione, informazione, addestramento, lotta, indagine e ricostituzione post-incendio.

2. Pianificazione e politiche di adattamento: in attesa del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici devono essere i Piani forestali di indirizzo territoriale a integrare la pianificazione forestale con la prevenzione degli incendi boschivi.

3. Interazione con la politica agricola: per un più efficace governo degli incendi è fondamentale una integrazione della politica forestale con quella agricola.

4. Pascolo prescritto come strumento di prevenzione: il pascolamento con specie domestiche è stato finalmente riconosciuto come tecnica per prevenire il propagarsi degli incendi o evitare che una volta innescati diventino disastrosi. Tutte le specie pascolanti, bovini, ovini e caprini possono essere utilmente impiegate.

5. Responsabilizzazione e coinvolgimento dei cittadini: il governo degli incendi non deve essere solo responsabilità delle istituzioni e dei tecnici del settore. I cittadini possono essere parte attiva, in primo luogo coinvolgendo il volontariato non solo nella lotta ma anche nella prevenzione.

6. Statistiche e catasto incendi: l’analisi delle statistiche sugli incendi è essenziale per la comprensione ed il governo del fenomeno, sebbene il sistema nazionale di raccolta dei dati forestali sia carente.

7. Pianificazione e progettazione del ripristino ecologico e funzionale: la ricostituzione post-incendio è una fase delicata del governo incendi e deve essere affrontata con interventi e soluzioni tecniche adeguate caso per caso e non in maniera emotiva.

8. Pianificazione urbanistica e incendi: il verde urbano è importante per migliorare il benessere dei cittadini e la qualità delle nostre città ma i piani urbanistici non tengono in considerazione il rischio legato agli incendi boschivi nelle aree urbane. Per questa ragione appare auspicabile che nei prossimi anni la pianificazione urbanistica venga informata dai piani forestali di indirizzo territoriale che identificano le aree esposte al pericolo incendi (probabilità di propagazione di grandi incendi). La stessa attenzione deve essere indirizzata alla rete stradale che svolge un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza della logistica dei mezzi di soccorso in caso di incendi di elevata intensità.

9. Pene più severe: estendere le pene previste dal Codice Penale per il reato di incendio boschivo a qualunque tipologia di incendio.

10. Potenziare i presidi statali nella lotta agli incendi boschivi: investire nel potenziamento della flotta aerea pubblica, nella specialità interna al Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, estendere le competenze dei Carabinieri Forestali in Sicilia.

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Trapianti, record di donazioni nel 2022 ma sono ancora troppi i ‘No’

E’ cresciuto del 3,7% il numero delle donazioni di organi in Italia nel 2022 e del 2,5% quello dei trapianti ma c’è bisogno di sensibilizzare. Il 16 aprile la giornata nazionale della donazione di organi

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ROMA – Record per le donazioni di organi, tessuti e cellule staminali emopoietiche, in Italia nel 2022, per la prima volta sopra quota 1.800 (1.830, +3,7%). Bene anche i trapianti (3.887, +2,5%). La Rete trapianti del Servizio sanitario nazionale ha confermato il trend di crescita già mostrato nel 2021, completando il totale recupero dei livelli pre-Covid, e segnando in molti casi le migliori performance assolute mai realizzate. I dati emergono dal report preliminare elaborato dal Centro nazionale trapianti presentato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci con il direttore del Cnt Massimo Cardillo e il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.

Ancora troppi i ‘No’ alle dichiarazioni di volontà nella donazione di organi

Le dichiarazioni di volontà alla donazione depositate nel Sistema informativo trapianti al 31 dicembre 2022 hanno superato quota 14 milioni e mezzo: 72% i consensi e 28% le opposizioni. Quelle registrate nel solo 2022 nei Comuni italiani attraverso il sistema CIE (carta d’identità elettronica) sono state 2,7 milioni, con una percentuale di no del 31,8% (+0,7% rispetto al 2021). In generale si è espresso (positivamente o negativamente) il 55,5% dei cittadini che hanno fatto richiesta del documento, mentre gli altri hanno deciso di non registrare alcuna indicazione.

Le opposizioni registrate in vita restano alte, specialmente nelle regioni del Sud dove sfiorano o in qualche caso superano il 40%: un dato che conferma la necessità di sensibilizzare soprattutto due fasce d’età, i 18-30enni (tra i quali la percentuale di opposizione è più alta rispetto ai 30-40enni, e questo è particolarmente valido per i neo-maggiorenni) e gli over 60, tra i quali è frequente la convinzione che la donazione sia impossibile per ragioni anagrafiche. Il recente trapianto di fegato realizzato in Toscana grazie alla donazione di una donna di quasi 101 anni (la più longeva di sempre a livello mondiale) dimostra che l’età non è ostacolo alla donazione.

“Ci sono ancora molti pazienti in attesa di trapianto – ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci – ed i fabbisogni non sono del tutto soddisfatti: bisogna dunque promuovere di più la cultura della donazione”. Il ministro ha anche annunciato che la giornata nazionale della donazione di organi si terrà domenica 16 aprile e partirà la campagna annuale di comunicazione.

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Armadio capsula, come realizzare un guardaroba perfetto

Come dice la parola, un armadio capsula contiene pochi capi e questi devono riflettere non solo il nostro stile, ma anche il nostro stile di vita. Devono parlare di noi

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L’armadio capsula si è diffuso recentemente come un metodo efficace per non sbagliare look. Questo è possibile con pochissimi capi che devono però, avere delle caratteristiche, altrimenti il concetto non funziona:

  • devono essere capi basici, facili da abbinare con altri capi, ma anche tra di loro
  • devono starci bene, dobbiamo sentirci a nostro agio
  • devono essere di qualità, perchè devono durare nel tempo

Un armadio capsula quindi funziona perché smettiamo di avere pezzi non mettiamo mai, perché riusciamo finalmente a sfruttare tutto quello che possediamo. Le parole d’ordine sono: minimalismo, ottimizzazione, consapevolezza, organizzazione e semplificazione. 

Una questione di organizzazione

Dividi i capi per genere. Lascia appesi i capi che è meglio non stropicciare di più e piega tutti gli altri, ma fai in modo di averli a vista, altrimenti non ti ricorderai mai che ci sono! Niente colori troppo sgargianti e difficili da abbinare, niente tagli particolari, o tessuti come pizi, velluti e simili. Più è semplice e più è vincente! Nella scelta dei capi per organizzare il guardaroba, tieni conto di cosa valorizza il tuo corpo.

Armadio capsula autunno-inverno

Scegli un bel cappotto, color cammello, oppure blu, grigio, nero; un maglione in lana o cachemire, niente acrilici e fibre sintetiche. Il blu è un basic, ma potete scegliere anche colori più nella vostra palette; pantaloni comodi e in tinta unita; stivaletti o stivali (a seconda di quello che portate più volentieri).

Armadio capsula primavera-estate

Non può mancare una borsa di paglia; abitini svolazzanti e leggeri; sandali in cuoio; un cappello di paglia; pantaloni di tela leggera; shorts, anche in denim.

Dai una seconda possibilità ai capi che non indossi

E per quanto riguarda i capi che hai deciso di dare via? Ci sono tantissime opzioni disponibili: puoi donarli a organizzazioni che hanno bisogno di abbigliamento, puoi venderli in una delle numerose piattaforme di capi di seconda mano, oppure puoi organizzare uno scambio con le tue amiche più care.  L’importante è riciclarli nel miglior modo possibile.

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Esplodono i costi energetici: una stalla su 10 a rischio chiusura. L’allarme di Coldiretti

L’allevamento italiano costituisce il 35 per cento dell’intera agricoltura nazionale, per una filiera che vale circa 40 miliardi di euro

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ROMA – Il presidente della Coldiretti Ettore Prandini ha divulgato lo studio “Salviamo la Fattoria Italia”, con gli ultimi dati sulla situazione post covid e l’allarme: quasi una stalla su dieci, il 9% sull’intero territorio nazionale, è in una tale situazione critica da portare alla cessazione dell’attività a causa dell’esplosione dei costi. Notevoli i conseguenti rischi per l’economia e l’occupazione, ma anche per l’ambiente, la biodiversità ed il patrimonio enogastronomico nazionale. Tra le cause della crisi si segnala una vera e propria esplosione delle spese di produzione, in media del +60%, legata ai rincari energetici, che arriva fino al +95% dei mangimi, al +110% per il gasolio e addirittura al +500% delle bollette per l’elettricità, necessaria ad alimentare anche i sistemi di mungitura e conservazione del latte. A questo – denuncia Coldiretti – si somma il problema della disponibilità di fieno e foraggi, la cui produzione è stata tagliata dalla siccità, con i prezzi in salita anche a causa della guerra in Ucraina.

Inoltre una vera e propria “spada di Damocle” è costituita, secondo i coltivatori e gli allevatori, dalla direttiva europea sulle emissioni industriali che “finisce per equiparare una stalla con 150 mucche ad un inceneritore o ad una fabbrica altamente inquinante, andando a colpire circa 180 mila allevamenti ed esponendoli al rischio chiusura. Una situazione che rischia di lasciare campo libero alle importazioni da Paesi che non applicano le pratiche sostenibili del sistema produttivo europeo o, ancora peggio, di spingere verso lo sviluppo di cibi sintetici in provetta, dalla carne al latte“. L’allevamento italiano costituisce il 35 per cento dell’intera agricoltura nazionale, per una filiera che vale circa 40 miliardi di euro, con un impatto rilevante dal punto di vista occupazionale: circa 800 mila impiegati nel settore.

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