Cassazione: "Rapina aggravata se con mascherina". Il ladro: "Ma era obbligatoria" - QuiCosenza.it
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Cassazione: “Rapina aggravata se con mascherina”. Il ladro: “Ma era obbligatoria”

Il rapinatore si è rivolto alla Corte facendo leva sul fatto che in periodo di emergenza Covid non avrebbe potuto compiere la rapina senza la mascherina

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ROMA – Il reato di rapina è aggravato se compiuto indossando la mascherina. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un uomo che era stato condannato in primo e secondo grado per rapina con l’applicazione dell’aggravante relativa al travisamento del volto: reato compiuto mentre indossava la mascherina, resa obbligatoria dalle norme anti-Covid.

Il ricorso del rapinatore

Il rapinatore – secondo quanto riferito dalle agenzie – si era rivolto alla Suprema Corte, facendo leva sul fatto che in periodo di emergenza Covid non avrebbe potuto compiere la rapina senza la mascherina, essendo quest’ultima imposta per legge. In pratica, secondo l’autore del reato, si sarebbe trattato di un comportamento obbligatorio previsto dalla normativa vigente e dunque, non avrebbe potuto costituire un’aggravante al delitto di rapina.

La decisione della Corte

La II sezione penale della Corte di Cassazione, ha ritenuto però infondato il ricorso in quanto il camuffamento del volto per aver indossato la mascherina è comunque collegato alla commissione del delitto e utile a rendere difficoltoso il riconoscimento dell’autore del fatto. Per la Suprema Corte, inoltre, è corretta l’applicazione dell’aggravante dal momento che il nesso di “occasionalità necessaria” della rapina effettuata indossando la mascherina esclude la possibilità di ritenere quest’ultima condotta alla stregua di mero adempimento del dovere.

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Massimo Ferrero torna libero: rinviato a giudizio e revocati i domiciliari

Rinviati a giudizio anche gli altri otto imputati coinvolti nell’inchiesta sul fallimento di alcune società del gruppo Ferrero che avevano sede in Calabria

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PAOLA (CS) – Massimo Ferrero torna libero. L’ex presidente della Sampdoria, accusato di bancarotta fraudolenta e diversi reati societari, è stato rinviato a giudizio ma ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari. Lo ha deciso il gup del Tribunale di Paola al termine dell’udienza preliminare svoltasi stamani. Rinviati a giudizio anche gli altri otto imputati coinvolti nell’inchiesta sul fallimento di alcune società del gruppo Ferrero che avevano sede in Calabria. Al centro delle indagini condotte dalla Guardia di finanza di Cosenza, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Paola, il fallimento di 4 società nel settore alberghiero, turistico e cinematografico, dichiarate fallite tra il 2017 e il 2020.

Resta attiva, invece, l’interdizione dall’attività imprenditoriale. L’arresto era stato disposto lo scorso 6 dicembre. Successivamente era stato scarcerato e messo ai domiciliari. Il processo, con rito ordinario, è stato fissato per il 21 settembre prossimo.

 

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“Gli uomini passano le idee restano”. Giovanni Falcone, 30anni dalla strage di Capaci

Un’ora e sette minuti dopo l’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione. Francesca Morvillo, sua moglie, morirà verso le 22:00

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CAPACI – Sono passati 30 anni da quel 23 maggio 1992 quando a Capaci, sulla strada del ritorno da Roma, il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro vengono uccisi dalla mafia in un attentato che segnerà per sempre la storia del Paese. Alle 17:58, al passaggio con la scorta per Capaci, 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada esplodono investendo in pieno il corteo di auto e uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo. Un’ora e sette minuti dopo l’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione. Francesca Morvillo, sua moglie, morirà verso le 22:00.

La prima, una Croma marrone, fu investita in pieno, completamente distrutta e sbalzata in un campo di ulivi lontano decine di metri. Morirono i tre agenti della scorta: Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, entrambi trentenni, e Vito Schifani, di 27 anni. La seconda auto, una Croma bianca su cui viaggiavano Falcone, Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza, si schiantò violentemente contro l’asfalto che si era alzato. Falcone, che stava guidando, e Morvillo, seduta al suo fianco, furono scaraventati contro il parabrezza. Morirono poche ore dopo in ospedale. Costanza sopravvisse, così come gli uomini della scorta nella terza auto, una Croma azzurra, Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

L’attentato era stato pianificato da settimane, ordinato da alcuni mesi, deciso da anni.

Molti collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Brusca, organizzatore ed esecutore della strage di Capaci, negli anni Novanta raccontarono che Falcone era obiettivo della mafia fin dal 1983, da quando cioè fu costituito il pool antimafia di Palermo, la squadra di magistrati che indagò sistematicamente su Cosa Nostra e istruì il celebre maxiprocesso. Dopo l’assassinio del giudice istruttore Rocco Chinnici, che quel pool l’aveva pensato, l’obiettivo principale rimasto era proprio Falcone.

Il proposito di ucciderlo divenne ancora più concreto dopo che l’ex mafioso Tommaso Buscetta iniziò a collaborare con il pool antimafia. Secondo i mafiosi pentiti, l’attentato a Falcone fu rimandato più volte per vari motivi e poi fallì quando venne organizzato il 21 giugno 1989 nei pressi di una villa sul mare che aveva preso in affitto in una località palermitana chiamata Addaura.

Draghi

“A trent’anni dalla Strage di Capaci, il Governo ricorda con profonda commozione Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. La loro memoria è forte, viva, universale”. Così il premier Mario Draghi. “Grazie al coraggio, alla professionalità, alla determinazione di Falcone, l’Italia è diventato un Paese più libero e più giusto – ricorda il presidente del Consiglio – . Falcone e i suoi colleghi del pool antimafia di Palermo non hanno soltanto inferto colpi decisivi alla mafia. Il loro eroismo ha radicato i valori dell’antimafia nella società, nelle nuove generazioni, nelle istituzioni repubblicane”.

Occhiuto sulla strage di Capaci 

“30 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il ricordo di quella tragedia non si spegne. Sia sempre un monito contro le mafie e per la legalità”. Scrive su Twitter Roberto Occhiuto.

Strage di Capaci, riflessione del prof Giap Parini – Università della Calabria

Sono trascorsi trent’anni dalla strage di Capaci, costata la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nel video un intervento del professor Ercole Giap Parini, direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Unical, che spiega in che modo quella strage ha cambiato l’antimafia sociale e quale ruolo assegnare alla memoria.

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Un anno fa la tragedia del Mottarone, tra le vittime Serena Cosentino

Oggi a Stresa il ricordo delle vittime nel primo anniversario della strage del Mottarone, la caduta di una cabina della funivia che costò la vita a 14 persone tra cui la giovane di Diamante di 27 anni

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STRESA – Una giornata di commemorazione quella di oggi per celebrare il primo anniversario dal cedimento della funivia costato la vita a 14 persone. A Stresa sarà posata una lapide con i nomi delle 14 vittime e in latino la frase “A perenne ricordo”, nel punto esatto in cui la cabina numero 3 concluse la sua mortale corsa.

L’amministrazione comunale di Stresa ha invitato tutti i parenti delle vittime a partecipare e dopo la messa, un piccolo corteo dei soli parenti delle vittime, scenderà fino alla radura nel bosco per la benedizione del memoriale. Sarà una cerimonia sobria e in forma privata, per consentire ai partecipanti di vivere in modo intimo il proprio dolore.

Lo scorso anno, il 23 maggio 2021, era una domenica di sole e alle 12.30 la cabina numero 3 della funivia del Mottarone, dal versante piemontese del lago Maggiore sale fino ai 1.491 metri del monte che le dà il nome, si trasformò in una trappola mortale. A pochi metri dalla stazione di arrivo, il cavo trainante si spezzò e dopo essere scarrucolata indietro ad alta velocità, la cabina andò a sbattere contro un pilone, precipitando infine in un bosco. Morirono in 14. Si salvò solo un bimbo, il piccolo Eitan.

I nomi delle vittime incisi sulla stele di pietra

Oggi sarà collocata una stele di pietra nel punto esatto in cui la cabina numero 3 della funivia del Mottarone ha finito la sua corsa, il 23 maggio dello scorso anno. Su quella maledetta cabina era salita Serena Cosentino, 27 anni, di Diamante, in provincia di Cosenza. Aveva vinto una borsa di studio all’istituto di Idrobiologia del Cnr, a Verbania, e si era trasferita, per lavorare a un progetto sulla presenza di microplastiche nel Lago Maggiore. Insieme al suo fidanzato Mohammed Reza Shahisavandi, di trent’anni, iraniano di origine, che viveva, lavorava e studiava a Roma, si erano ritrovati per una gita sul Mottarone. I loro sogni e il loro futuro si è tragicamente interrotto nel bosco del Mottarone.

 

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