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Covid: calano i contagi ma anche i vaccinati. Calabria sopra soglia nei ricoveri

Il nuovo monitoraggio della Fondazione Gimbe registra un crollo nella somministrazione di vaccini in 2 settimane del -41%. Buone notizie sul fronte dei contagi da Covid 19 in ulteriore calo del -15% in una settimana

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ROMA – A fronte di scorte che superano le 10 milioni di dosi, crollano i nuovi vaccinati, che in sole due settimane vedono una riduzione del 41% con solo poco più di 486.000 prime dosi effettuate dal 15 al 21 settembre. L’esitazione vaccinale persiste negli over 50 e frena la vaccinazione nella fascia 12-19 anni. Lo evidenzia il nuovo monitoraggio della Fondazione Gimbe. Al 22 settembre risultano consegnate 93,5 milioni di dosi di vaccini, il 75% della popolazione (44,4 milioni) ha ricevuto almeno una dose e il 69,8% (41,3 milioni) ha completato il ciclo.

Continua a scendere il numero di somministrazioni settimanali

Sono state 1,48 milioni, ma di queste solo 486.000 erano prime dosi: “un crollo rispetto alla risalita di fine agosto (831mila)”. Rispetto alla copertura vaccinale, 3,7 milioni di over 50 (13,5%) non hanno ancora completato il ciclo vaccinale, con rilevanti differenze regionali (dal 16,3% della Calabria al 6,3% della Puglia): di questi, 2,88 milioni non hanno ancora ricevuto nemmeno una dose. A fronte di un appiattimento dei trend di vaccinazione in questa fascia di età, le fasce 20-29 e 30-39 anni continuano a salire, seppure ad un ritmo meno sostenuto. Mentre la fascia 12-19 mostra segni di frenata: quasi 1,5 milioni di ragazzi non ha ricevuto una dose di vaccino. “Stante l’attuale e ingiustificata indisponibilità pubblica di dati sulle prenotazioni non è possibile sapere in che misura questi numeri saliranno nelle prossime settimane per effetto dell’estensione dell’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro”, evidenzia il presidente Gimbe Nino Cartabellotta

Casi in calo ma anche i ricoveri, preoccupa la ripresa della scuola

Continuano a calare i casi di Covid-19, segnando un -14,9% in una settimana, così come calano ulteriormente ricoveri  nei reparti e nelle terapie intensive. Mentre si mantengono stabili i decessi di persone infettate dal Sars-Cov-2, pari a 394 in una settimana (di cui 33 riferiti a periodi precedenti). Dal monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe relativo al periodo 15-21 settembre, emerge la preoccupazione per la ripresa del nuovo anno scolastico, considerato che “con la variante delta le attuali misure risultano insufficienti a limitare i contagi”.

Nella settimana appena trascorsa i nuovi casi sono stati 28.676 rispetto ai 33.712 della precedente; gli attualmente positivi 109.513 rispetto a 122.340 (pari a -10,7%); le persone in isolamento domiciliare sono state 105.060 rispetto a 117.621 (-10,7%); i ricoveri con sintomi sono stati 3.937 rispetto a 4.165 (-5,5%) e le terapie intensive 516 rispetto a 554 (-6,9%). “Nella settimana 15-21 settembre 2021 – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – solo 4 Regioni registrano un incremento percentuale dei nuovi casi. Scendono a 35 le Province con incidenza pari o superiore a 50 casi per 100.000 abitanti, ma in nessuna si superano i 150 casi per 100.000 abitanti”.

Calabria sopra la soglia del 15%

Sul fronte ospedaliero, a livello nazionale, il tasso di occupazione di posti letto rimane basso (7% in area medica e 6% in area critica). Restano però differenze regionali: per l’area medica sono sopra la soglia del 15% Calabria (18%) e Sicilia (17%); per l’area critica nessuna Regione supera la soglia del 10%.

Preoccupazioni restano, però, rispetto alla ripresa delle lezioni, considerando che c’è un 5,9% di insegnanti e un 32% dei ragazzi non ancora vaccinato neanche con una dose. “Il mondo reale della scuola – precisa Cartabellotta – si ritrova senza una strategia di screening sistematico di personale e studenti, con regole sul distanziamento derogabili in presenza di limiti logistici e senza interventi sistematici su aerazione e ventilazione, né sulla gestione dei trasporti. E la vaccinazione di personale e studenti, non è sufficiente per arginare la diffusione del virus e scongiurare la DAD, in particolare nelle scuole primarie”.

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Covid: effettivi negativi sulle regioni italiane per 10 anni

È quanto stima il Comitato delle Regioni Ue nel suo ultimo barometro pubblicato in occasione della Settimana europea delle città e delle regioni

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BRUXELLES – L’impatto della pandemia potrebbe aumentare le differenze già esistenti fra le regioni in Europa e le italiane sono fra quelle che rischiano di subire gli effetti negativi maggiori sia sul breve termine che sul medio termine (nei prossimi 10 anni). È quanto stima il Comitato delle Regioni Ue nel suo ultimo barometro. Nel nostro Paese a salvarsi sul breve periodo potrebbe essere soltanto il Friuli-Venezia Giulia che, a cospetto di un’Italia tutta in rosso per le conseguenze della pandemia, resterebbe in arancione insieme all’Austria e a molte altre regioni del Nord Europa.

La pandemia avrà degli effetti a lungo termine sulle strutture socio-economiche delle regioni europee“, si legge nell’analisi, in cui si spiega che sul medio termine (fino a 10 anni) l’impatto delle restrizioni diminuirà in maniera significativa e “il fatto che le conseguenze possano farsi sentire ancora a lungo dipende dalle caratteristiche strutturali di un’area e dalla velocità della ripresa dei settori più colpiti”.

Tra gli elementi considerati per stimare i rischi di breve e lungo termine dei diversi territori vi sono il turismo, l’occupazione nel settore alberghiero, dell’accoglienza e della cultura, il numero di Neet (giovani che non studiano e non cercano lavoro) con bassi livelli di educazione e un alto rischio di povertà, e la qualità dei governi. La crisi, spiega il Comitato, ha avuto un impatto devastante sull’occupazione e sulla dimensione sociale, colpendo in particolar modo i giovani e i lavoratori poco qualificati. Anche le persone che già vivevano in condizioni precarie, le persone con disabilità e le persone anziane hanno visto peggiorare il loro tenore di vita. La pandemia ha poi ulteriormente evidenziato problemi di lunga data come le disuguaglianze di genere e i rischi professionali legati al genere.

Un buco da 22,8 miliardi nelle casse degli enti locali italiani lasciato dalla pandemia

L’allarme lanciato dal Comitato delle Regioni fotografa un’impronta lasciata nel 2020 dalla pandemia sulle amministrazioni locali del nostro Paese pesante: strette tra le maggiori spese da sostenere per far fronte all’emergenza e le mancate entrate dovute alla crisi, la perdita registrata è in termini assoluta la più alta d’Europa dopo la Germania, dove Laender e città hanno segnato un rosso di quasi 112 miliardi. A livello europeo, il cosiddetto ‘effetto forbice’ per gli enti locali vale 180 miliardi di euro, pari alla somma delle maggiori spese dovute alla pandemia (125 miliardi) e delle mancate entrate (55 miliardi).

Tutto questo, ha avvertito il presidente del Comitato, Apostolos Tzitzikostas, “potrebbe portare a tagliare i servizi pubblici, a meno che non arrivino urgentemente più risorse da fondi Ue e nazionali per sostenere progetti e programmi locali”. Un allarme che riguarderebbe tutta l’Unione. Se le casse delle amministrazioni italiane, che rischiano un buco di 23 miliardi di euro, hanno perso circa il 9% delle entrate, in termini relativi le perdite maggiori si sono registrate a Cipro (25%), Bulgaria e Germania (15%). Mentre le più basse in Romania, Danimarca, Grecia, Ungheria ed Estonia (non oltre il 2%).

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Infermieri, De Palma: «violenze agli operatori sanitari riesplose con i fatti di Roma»

Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up: «già due anni fa le nostre denunce e la nostra indagine con l’Oms»

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ROMA – «Poco prima che esplodesse l’emergenza Covid, ad ottobre del 2019, il sindacato Nursing Up ha condotto e portato a termine la sua ultima ed accurata indagine, sviluppata in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le nostre carte, i nostri dati, hanno tristemente anticipato quanto continua a verificarsi oggi, giorno dopo giorno, all’interno degli ospedali italiani». A riferirlo è Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing Up. «Abbiamo lanciato un allarme concreto alle istituzioni, con una esplicita richiesta/appello per ripristinare, all’interno dei nosocomi, i presidi fissi delle forze dell’ordine, soppressi da tempo in numerose realtà sanitarie, da Nord a Sud, con le nefaste conseguenze di abbandonare i nostri professionisti della salute, lasciati il più delle volte soli, alla mercé delle reazioni incontrollate di parenti di pazienti o dei pazienti stessi. I risultati della nostra indagine, perfettamente attuali nella evidente rappresentatività del fenomeno, sono sotto gli occhi di tutt0».

Il 79% delle persone che subiva e subisce violenze negli ospedali italiani, sono donne

«Violenza fisica, ma anche minacce, insulti, comportamenti tesi a umiliare o mortificare. Nella vita lavorativa di molti infermieri c’era, e c’è, tutto questo. Circa 1 su 10 (11%) ha ammesso, nel corso dell’anno dell’indagine, di subire violenza fisica sul lavoro, e addirittura il 4% ha riferito di essere stato minacciato con un’arma da fuoco. Uno su due – spiega De Palma – affermava invece di aver subito un’aggressione verbale. Ma questi sono solo i principali dati della nostra inchiesta, alla quale hanno risposto migliaia di infermieri».

«Cosa succede? Davvero le nostre accorate grida di allarme sono finite nel dimenticatoio? Davvero possiamo ritenere che l’episodio dell’infermiera colpita a bottigliate durante le proteste No Green Pass, con persone arrivate a violare la sacralità di un luogo di sofferenza come un ospedale, debba limitarsi a essere considerato un triste ed isolato episodio? No signori, noi non lo accettiamo. D’altronde il nostro sindacato, da subito e pubblicamente, ha evidenziato le lacune di una legge che si limita a poca cosa in più del mero inasprimento delle pene ai danni di chi commette violenze sui sanitari».

«Una norma presentata “in pompa magna” ma dimostratasi, nei fatti, a scarso impatto. A cosa può servire inasprire la portata delle condanne, senza individuare strumenti idonei a prevenire e contrastare il fenomeno sul nascere? A cosa mai serve prevedere un Osservatorio sulla Violenza, se questo deve operare ex post e non ha certo gli strumenti per prevenire concretamente il manifestarsi di tale odioso fenomeno? Alla nostra indagine, i cui risultati sono stati asseverati pubblicamente dalla presenza di un rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella giornata della loro presentazione ufficiale, hanno fatto seguito proposte pubbliche. Eppure non ci risulta che queste, almeno fino ad oggi, siano mai state ascoltate».

«In carenza dei presidi di Polizia interni – spiega il presidente del Nursing Up – abbiamo proposto anche la creazione di strutture di pronto intervento per la sicurezza all’interno degli ospedali, con uomini qualificati ad agire prontamente in caso di emergenza, perché resta quasi inutile, e talvolta addirittura dannoso, allertare le forze dell’ordine dall’esterno quando tutto si è già consumato, con un infermiere o un medico che giacciono in un angolo con un occhio tumefatto, o che devono farsi refertare con dieci giorni di prognosi per essersi visti spaccare una sedia nella schiena da un paziente fuori controllo. E poi abbiamo proposto la costituzione di comitati di contrasto alla violenza, sempre all’interno delle realtà delle aziende sanitarie, per vigilare, prevenire ed intervenire sull’Ente interessato prima che gli attacchi si siano già consumati».

«L’episodio del “raid punitivo” nel Policlinico di Roma apre quindi un nuovo pericoloso squarcio sul fenomeno delle violenze negli ospedali: e appare chiaro che accadrà ancora, allo stato dei fatti quasi non vi è motivo di dubitare che sia così. E allora ci chiediamo: fino quando si vuole mettere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, e ignorare quanto accade davanti ai nostri occhi?».

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Epatite C: 6 italiani su 10 conoscono poco la malattia

Tra i fattori di rischio ci sono le sedute di agopuntura, body piercing o body painting in locali non puliti o gestiti da personale non qualificato

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L’epatite C è una malattia infiammatoria del fegato causata dal virus dell’epatite C (HCV, acronimo dell’inglese Hepatitis C Virus) che, in tutto il mondo, rappresenta una delle principali cause di trapianto e dello sviluppo di malattie croniche del fegato come, ad esempio, l’epatite cronica, la cirrosi epatica e il cancro del fegato o epatocarcinoma. Secondo quanto emerge da un’indagine Doxa Pharma-Gilead Sciences, il 64% degli italiani over 30 sa poco o nulla della patologia mentre, del 36% che si definisce “conoscitore” dell’Epatite C, solo il 4% afferma di sapere bene di cosa si tratti. Quasi la metà del campione (il 47%) non sa se la patologia si possa curare o meno, e il 9% pensa che sia impossibile da curare. I dati di questo studio sono stati illustrati per la presentazione della campagna “C come curabile”, un’iniziativa per sensibilizzare la popolazione, diffondere una corretta informazione sull’epatite C sui fattori di rischio, sul test per diagnosticarla che è stata promossa da Gilead Sciences. Proprio gli obiettivi della campagna “diventano sempre più urgenti e importanti in vista dell’attuazione del decreto Milleproroghe, che, con uno stanziamento di 71,5 milioni di euro, consentirà di effettuare il test Hcv gratuitamente alle persone nate tra il 1969 e il 1989, alle persone seguite dai SerD e ai detenuti nelle carceri”, dicono da Gilead in una nota.

“Non bisogna smettere di parlare di epatite C, anzi. È bene continuare a fare informazione sui comportamenti a rischio”, dichiara Alessandra Mangia, responsabile dell’Unità di Epatologia presso l’Irccs “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo (Foggia). Dall’indagine emerge una scarsa conoscenza dei fattori di rischio, tra cui rientrano ad esempio piercing o tatuaggi effettuati in un ambiente non sterile, o la condivisione di oggetti per la cura personale come rasoi, spazzolini o strumenti per la manicure o pedicure. Tra i meno sensibilizzati risultano gli over 60, che invece rappresentano una delle fasce di popolazione a maggior rischio di epatite C.

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